Un nuovo welfare

Prescrizione sociale, per la ricetta di arte e cultura siamo alla svolta

L’Italia si prepara a riconoscere ufficialmente il valore terapeutico della cultura. È stato approvato in Conferenza Stato-Regioni un protocollo d’intesa tra il ministero della Cultura e quello della Salute per promuovere la prescrizione dell’arte come supporto alle cure mediche. Per Annalisa Cicerchia, economista della cultura e vicepresidente del Cultural Welfare Center, «il futuro della prescrizione di arte e cultura è nella creazione di un'offerta» e nella definizione dei suoi livelli essenziali

di Alessio Nisi

arte

In Emilia Romagna si chiama Sciroppo di teatro e nel 2024 ha portato in scena 80 spettacoli, per un pubblico di oltre 17mila spettatori in 28 Comuni della regione. Un modello di rete di donne e uomini di teatro, istituzioni e pediatri che sta contaminando anche altri territori, e in cui è presente e centrale la prescrizione sociale dell’arte come supporto alle cure mediche. Un progetto considerato guida.

Ci sono i Musei Toscani per l’Alzheimer, un’esperienza di 70 realtà, tra musei d’arte, spazi espositivi, musei di storia naturale, orti botanici, musei archeologici, etnografici e scientifici, biblioteche, che contribuisce a restituire la certezza di essere parte attiva della vita culturale e sociale della comunità, anche senza la presenza della prescrizione. 

Analogamente ci sono anche esperienze più locali come Dance well, progetto sviluppato dai Musei Civici di Bassano del Grappa, come Il paese ritrovato a Monza, il primo villaggio in Italia per persone con demenza: arte e cultura per cercare di contrastare il progressivo declino delle capacità e delle relazioni, come la Fondazione uniti per crescere insieme che a Torino usa il circo sociale come motore di benessere.

Arte e benessere individuale e collettivo

Si chiamano in molti modi diversi ma sono tutte esperienze che si richiamano al welfare culturale, modello multidisciplinare che studia e valorizza il rapporto tra cultura e salute, con l’obiettivo di promuovere l’effetto positivo della cultura e dell’arte sul benessere individuale e collettivo in una prospettiva di equità sociale e sviluppo sostenibile.

Un modello a cui nel 2019 l’Organizzazione mondiale della Sanità – Oms ha riconosciuto un valore complementare dei percorsi terapeutici tradizionali, di supporto alla relazione medico-paziente, alla relazione di cura, anche e soprattutto per i carer non professionali: un modello capace di mitigare e ritardare alcune condizioni degenerative, come demenze e morbo di Parkinson. 

Un modello che in Italia è vivo e presente e che si manifesta in tantissimi modi diversi, dal teatro al circo, ai musei. Una molteplicità di esperienze che rappresenta uno dei valori di questo modello. Che, a guardarlo dall’esterno, si presenta però come una mappa a macchia di leopardo: presente in alcune territorialità, assente in altre. 

La ragione? «Manca un sistema. Bisogna tenere presente che cultura e salute in Italia fanno riferimento a 20 “repubbliche” diverse», con un grande problema di «gradiente tra Nord e Sud», ebbe a dire a VITA, Annalisa Cicerchia, economista della cultura, docente di Tor Vergata esperta della valutazione di impatto delle politiche culturali, di indicatori culturali e del rapporto fra cultura, arte e benessere, tra le socie fondatrici del Cultural Welfare Center – Ccw, di cui è vice presidente. Un’assenza di politiche nazionali dedicate al welfare culturale, a fronte di realtà territoriali e reti locali che invece hanno scelto questo modello. 

Arte, cure mediche e prescrizione

Oggi forse si è fatto un passo avanti nella direzione di un sistema nazionale. Un primo passo. È stato infatti approvato in Conferenza Stato-Regioni un protocollo d’intesa tra il ministero della Cultura e quello della Salute per promuovere la prescrizione dell’arte come supporto alle cure mediche.

L’iniziativa parte dalla convinzione che la fruizione di opere artistiche, musica, teatro, musei e attività culturali possa migliorare concretamente la qualità della vita e il benessere individuale. Per questa ragione verrà istituito un tavolo tecnico con l’obiettivo di mappare le esperienze già attive sul territorio e trasformarle in modelli replicabili su scala nazionale.

Il protocollo punta anche a raccogliere dati più omogenei sull’efficacia della prescrizione sociale, coinvolgendo in particolare persone con patologie neurodegenerative o disturbi depressivi.

Uno studio dell’University College London ha rilevato che programmi museali di arteterapia sono stati associati a un calo del 37% delle visite dal medico di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri, con un ritorno economico stimato tra quattro e undici sterline per ogni sterlina investita

Dati univoci sull’efficacia del welfare culturale

«L’obiettivo», ha spiegato la sottosegretaria Lucia Bergonzoni, «è arrivare a dati univoci, e non più a macchia di leopardo, sull’efficacia della fruizione della bellezza e alla prescrizione sociale (culturale) anche in Italia». 

Le opere d’arte, quelle letterarie e cinematografiche, la musica, gli spettacoli teatrali, le attività nei musei e quelle nei parchi archeologici, la cultura, ha sintetizzato, «è una risorsa viva e fruirne incide positivamente sul benessere del singolo individuo, con effetti concreti dimostrati in termini di miglioramento della qualità della vita», ha messo in evidenza ancora la sottosegretaria, «finalmente l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime iniziative intraprese finora sul territorio nazionale, che con l’istituzione di un Tavolo tecnico censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su più ampia scala, saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico».

Il ruolo costitutivo della cultura per il benessere individuale

«Una svolta», ha scritto Catterina Seia, presidente del Ccw, sul suo profilo social, «il quadro nazionale interministeriale che invocavamo, l’attivazione per competenza delle Regioni nei loro piani socio-sanitari, riconoscono il ruolo costitutivo della cultura per la costruzione di benessere individuale, collettivo e del pianeta. Oltre la dimensione di intrattenimento decorativo e accessorio. È frutto del lavoro di molti, per decenni, che oggi trova casa con questa svolta», aggiungendo come sia «il cuore della missione del Cultural welfare center». 

Come lo sport

Di «passo in avanti notevolissimo» ha parlato poi Annalisa Cicerchia. «L’arte e la cultura possono essere per la salute quello che è lo sport. È in questo riconoscimento», ha spiegato, «che c’è il passo avanti. Il tema non è “curarsi al museo”, così come non è vero che ci si cura con l’attività fisica, ma è vero che se non la facciamo stiamo male».

E la prescrizione? «Se oggi troviamo normale che il pediatra consigli» di fare sport e mangiare più frutta e verdura , «allo stesso modo e con lo stesso spirito il professionista può indirizzarti verso una serie di attività culturali».

E i livelli essenziali della cultura? Ma, spiega Cicerchia, «non per una volta e soprattutto non un’attività culturale qualunque». Proprio così, parliamo di attività culturali precise, «è un tema di lep», di livelli essenziali delle prestazioni, «un nodo del decentramento nella sanità. Quali sono», si chiede, «i livelli essenziali della cultura? Siamo un Paese», chiarisce, «in cui non tutti i comuni hanno una biblioteca, mentre la Lombardia da sola ha tutte le biblioteche del Sud».  Per Cicerchia, insomma i prossimi passi sono «rendere possibile la prescrizione».

Come sono cresciute negli anni le palestre nel Paese, allo stesso modo «il futuro della prescrizione di arte e cultura è nella sua offerta».

Uno degli aspetti su cui si è soffermata Bergonzoni nella presentazione del protocollo è la necessità di raccogliere dati più omogenei sull’efficacia della prescrizione sociale.

«Ogni tre anni l’Istat insieme al ministero e alle regioni fa sui musei e le biblioteche. Una rilevazione», precisa, «spero prenda in carico il tema della prescrizione culturale e cominci ad aiutarci ad individuare a censire, in un’ottica di servizio, che cosa si fa, per chi, come si fa, chi lo fa». È un’indagine «che si fa ogni tre anni e che auspico sia fatta a cadenza annuale».

In apertura foto di Centre for Ageing Better per Unsplash

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