Immigrazione

Quei 380 dispersi nel Mediterraneo, e Piantedosi celebra il calo degli sbarchi

Il ministro dell'Interno Piantedosi esalta il calo degli sbarchi e lo attribuisce all'operato del Governo. Ma negli ultimi 10 giorni, quello che arriva dal Mediterraneo, è un bollettino dell'orrore: non ci sono ancora tracce delle otto imbarcazioni salpate dal porto tunisino di Sfax tra il 14 e il 21 gennaio. «Le persone non partono per scelta», dice Beppe Caccia capo missione dell'ong Mediterranea. «Ma perché», aggiunge, «costrette dai trafficanti o dalle condizioni invivibili a terra. Chi decide di infilarsi dentro una tempesta lo fa perché ha più paura di restare in Libia o in Tunisia, esposto a violenze e abusi, che di rischiare la morte in mare»

di Anna Spena

Il ministro dell’Interno Piantedosi dichiara un calo significativo degli arrivi di migranti, dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo definisce come un “grande successo” nella gestione dei flussi migratori. Ma qui non c’è niente da festeggiare. Tanto più alla luce degli ultimi dieci giorni che assomigliano a un bollettino dell’orrore:mentre scriviamo potrebbero essere 380 le persone disperse nel Mediterraneo Centrale.

Un messaggio Inmarsat diffuso dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma segnala almeno otto imbarcazioni salpate dal porto tunisino di Sfax nella settimana tra il 14 e il 21 gennaio: delle persone a bordo nessuna traccia. Queste imbarcazioni si trovavano lungo la rotta dalle coste della Tunisia verso Lampedusa nel pieno del ciclone Harry, con venti di oltre 100 km/h e onde superiori ai 7 metri. Una sola imbarcazione in ferro è arrivata a Lampedusa lo scorso 22 gennaio, con una persona già deceduta a bordo. Due gemelline di pochi mesi sono state inghiottite dal mare durante la traversata. Da Malta arriva la voce di un unico sopravvissuto salvato da una nave commerciale, lui ha riferito di un naufragio con almeno 50 dispersi. Da Tobruk, Libia, è stato segnalato un naufragio con circa 51 persone disperse.

«Il timore è che negli ultimi dieci giorni sia successo qualcosa di molto grave», dice Beppe Caccia capo missione di Mediterranea. «Se osserviamo la nostra cronologia su Twitter, emerge chiaramente il lavoro di allerta meteo svolto insieme a “Refugees in Tunisia” prima dell’arrivo della tempesta».

«Questo apre una riflessione necessaria sul legame tra migrazioni e cambiamento climatico», osserva Caccia. «È singolare come in Italia si fatichi a parlare del ciclone che ha travolto le coste della Sicilia orientale, della Sardegna e della Calabria. Sembra quasi esserci un approccio “coloniale” verso il Sud: un disastro ambientale come quello causato dal ciclone Harry, poiché colpisce aree considerate periferiche, viene sistematicamente sottostimato».

Probabilmente influisce anche la volontà di non disturbare un governo che, storicamente, annovera posizioni negazioniste sull’emergenza climatica. «Noi e le organizzazioni dei rifugiati avevamo lanciato l’allarme già la settimana precedente; i dati mostravano condizioni meteorologiche nel Mediterraneo centrale che non si vedevano da vent’anni, proprio lungo le rotte che partono da Libia e Tunisia».

Ma c’è un elemento di riflessione ulteriore: «Nei giorni peggiori dell’uragano, le condizioni vicino alle coste tunisine non sembravano così proibitive. Sebbene ci fossero state alluvioni a nord di Tunisi, nelle zone di Sfax e delle isole Kerkennah il mare appariva relativamente calmo, con onde di circa mezzo metro, a differenza della tempesta che infuriava al largo».

È qui che sorge un dubbio terribile. «Statisticamente», continua Caccia, negli ultimi mesi le partenze dalla Tunisia erano ridotte a uno o due casi al mese, mentre la maggior parte dei flussi proveniva dalla Libia. Com’è possibile che proprio nella settimana della tempesta siano partite otto imbarcazioni in soli cinque giorni da Sfax? Il sospetto è che queste persone siano state fatte partire deliberatamente dal regime di Saied, nonostante il pericolo. Le due opzioni sono altrettanto gravi: o la Tunisia non è un Paese sicuro, non disponendo di un sistema di salvataggio adeguato, dato che la guardia costiera tunisina era assente durante la tempesta, oppure c’è stata una precisa volontà politica».

Questo scenario conferma una verità che la società civile ripete – inascoltata – da anni: «Le persone non partono per scelta, ma perché costrette dai trafficanti o dalle condizioni invivibili a terra. Chi decide di imbarcarsi con una tempesta in corso lo fa perché ha più paura di restare in Libia o in Tunisia, esposto a violenze e abusi. E questa è una tragedia nella tragedia».

Sul fronte italiano, l’unica voce che sembra levarsi con forza insieme a quella della società civile, è la voce della Chiesa. Sottoscrivo pienamente le parole di Monsignor Perego e del Cardinale Zuppi. «È agghiacciante notare il contrasto: mentre si diffonde la notizia di otto potenziali naufragi, a questo punto quasi certi, e di quasi 400 possibili vittime, il Ministero dell’Interno festeggia la riduzione degli sbarchi di gennaio». 

I primi corpi recuperati lungo le coste di Tobruk (principalmente cittadini del Bangladesh ed egiziani) e i messaggi tardivi del centro di coordinamento di Roma confermano un quadro critico. La Tunisia era uscita dalle rotte principali negli ultimi mesi a causa degli accordi tra l’Unione Europea, il governo italiano e il regime di Saied. Queste intercettazioni e catture sistematiche avevano ridotto le partenze, rendendo le otto imbarcazioni di questa settimana un’anomalia rispetto alle partenze dell’ultimo anno. Resta un fatto innegabile: «Finché le condizioni in Libia e Tunisia saranno quelle attuali, le persone cercheranno sempre di scappare, preferendo rischiare la morte in mare, piuttosto che subire quello che succede in questi Paesi».

Intanto sono stati raccolti, dall’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa di Mediterranean Hope, i dati del 2025 che confermano quanto «la rotta del Mediterraneo», si legge nel rapporto pubblicato dal Programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, «sia sempre più letale e che le morti che avvengono lungo il suo corso siano spesso invisibili. Nel 2025 sono morte almeno 1.314 persone nel Mediterraneo centrale e 1.878 su tutta la rotta mediterranea».

Foto Cecilia Fabiano /LaPresse

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