Famiglia
«Quei biscotti che mi hanno fatto diventare bambina»: l’affido nelle parole di chi lo ha vissuto
Dodici testimonianze di adulti che sono stati affidati, senza riscrittura. Il libro “La valigia della memoria” interroga famiglie affidatarie, servizi e comunità sul senso della cura condivisa ed è un invito a ripensare la fragilità come responsabilità comune. In dialogo con l’autrice Margherita Salines, assistente sociale: «Sono ricostruzioni importanti, anche nei dettagli che possono sembrare superficiali. Preziose per chi vive oggi un’esperienza simile, in qualsiasi ruolo sia»
Ada, Cristina, Clara, Aurora, Daniel, Katia, Silvia, Valeria, Vincenza, Gianni, Federico e Nina. 12 nomi (di fantasia) per 12 storie. Di solito, se ne stanno custodite in cartelline accatastate con cura, da consultare all’occorrenza, seguendo il filo di documenti nuovi da aggiungere, piccole grandi conquiste o inciampi. L’assistente sociale Margherita Salines, oggi in pensione, quelle cartelline le ha aperte, le ha fatte uscire dagli uffici e le ha messe, con le parole di chi le ha vissute, in un libro. Si chiama La valigia della memoria ed è una raccolta fedele di testimonianze di coloro che, da bambini o ragazzi, hanno vissuto l’esperienza dell’affidamento familiare.

In un mondo che troppo spesso distoglie lo sguardo dalle fragilità, il volume «emerge come un raggio luminoso», scrive nella prefazione Marco Giordano, anch’egli assistente sociale, presidente nazionale della Federazione Progetto Famiglia. In effetti, il lavoro di Salines ha il merito di dare voce pubblica a chi di solito non ce l’ha, le affidate e gli affidati, e di accendere una luce sulla complessa e spesso dolorosa realtà di un percorso di crescita in cui l’autrice crede profondamente. «L’affido è uno strumento di prevenzione capace di sostenere le famiglie nel loro processo di cambiamento», spiega, «e di offrire ai minorenni un’opportunità di “vita normale”».
Pagine da leggere, cariche di spunti e approfondimenti. Si rivolgono a tanti: ad altri affidati, ai genitori affidatari, a chi opera nei servizi e all’intera comunità.
Un messaggio per altri ragazzi affidati
Le storie narrate in questo testo sono quelle di ragazzi con cui l’autrice è rimasta in contatto, fuori dall’ambito lavorativo: 11 affidate e affidati e un figlio biologico di una coppia affidataria. «L’idea di base che ha determinato questo progetto nasce da una domanda: cosa ne sarà del futuro di questi individui? E a seguire: quale potrebbe essere un percorso accessibile per “contribuire” a modificare il loro “essere fragili”?», continua Salines, che ha lavorato a lungo alla raccolta delle interviste che compongono il libro. «Volutamente non sono state apportate modifiche sostanziali alle testimonianze per conservare l’autenticità dei vissuti, delle emozioni, delle parole, delle pause confidate da adulti che hanno avuto la capacità di consegnare la propria storia alla cura di altri».
Volutamente non sono state apportate modifiche sostanziali alle testimonianze per conservare l’autenticità dei vissuti, delle emozioni, delle parole, delle pause confidate da adulti che hanno avuto la capacità di consegnare la propria storia alla cura di altri
Margherita Salinas, autrice del libro
Le definisce «ricostruzioni importanti, anche nei dettagli che possono sembrare più superficiali. Metterle nero su bianco è stato utile ai protagonisti per cucire su un’unica linea del tempo il proprio passato, ma credo possa essere altrettanto prezioso per chi vive oggi un’esperienza simile affinché non si senta solo o diverso. Ho visto tanta sofferenza nella mia vita professionale: mi sembrava giusto ed etico accompagnare chi deve elaborarla. Ho assistito al lavoro intenso di giovani adulti che hanno saputo mettere ordine all’interno dei cassetti della memoria, saturare le ferite e colmare un vuoto per orientarsi e prendere coraggio sul futuro».
Uno dei protagonisti del volume accompagna Salines nei convegni sul tema dell’affidamento familiare, portando la propria testimonianza: «Prima di iniziare ogni volta entra in ansia, ma al termine dell’incontro si sente come liberato. Vuole arrivare ai ragazzi affidati per far comprendere loro che non sono gli unici, che quel che è accaduto a loro è un inciampo, ma non deve per forza diventare un peso da portarsi addosso per sempre».
Per i genitori affidanti…
«Alcuni genitori oppongono resistenza al progetto di affido dei propri figli», riflette Salines, «ma ho conosciuto mamme e papà che con il senno di poi hanno riconosciuto l’importanza di essere stati affiancati. La rete, se vissuta come tale e non come una forma di rivalità, in qualche modo ti rafforza. Conosco una mamma affidante che racconta spesso quanto l’affidamento le sia servito per essere una donna più forte».
L’autrice sottolinea che «i tempi di crescita e di cambiamento di un bambino, rispetto a quelli di un adulto, seguono parametri diversi. Un adulto in difficoltà, per conseguire un pur minimo cambiamento e poter rispondere in modo sufficientemente buono alle esigenze di un bambino, necessita di un tempo relativamente lungo, ma in questo tempo il bambino, che evolve velocemente, ha una potenzialità di crescita che rischia di perdere nell’attesa di un cambiamento dell’adulto di riferimento».
… e per gli affidatari
Alle famiglie affidatarie sono dedicate parole belle, cariche di emozione. Come quelle di Ada, che apre il suo racconto così: «Mi portarono una scatola di Grisbì, quei biscotti che a me piacciono tanto perché io sono golosa, ho mangiato la scatola mentre loro mi parlavano, mentre mi facevano le domande ho finito la scatola, senza pudore. Ero tornata bambina. Ho iniziato a essere bambina. Ascoltare una canzone in macchina insieme, cantarla a squarciagola, chi l’aveva mai provato, è una cosa banalissima, ho provato la libertà di espressione, di essere, ma ho imparato anche le regole, sono belle anche quelle, non per forza bisogna guardare la televisione mentre si mangiava, sentire l’odore del pollo sotto la rosticceria mentre si tornava dal mare, la canzone dell’uomo ragno, ecco per voi forse sono cose banali».

Sull’importanza di queste frasi per i genitori affidatari, Salines non ha dubbi. «A loro serve tantissimo: per capire le provocazioni da parte dei ragazzi, per tenere duro quando l’istinto sarebbe quello di mollare, per imparare a costruire quella che io chiamo “la valigina”, un forziere in cui conservare tutti i ricordi, anche i più minuti, delle vite frammentate di cui si prendono cura».
Lo strumento della valigia è entrato nella cassetta degli attrezzi dell’autrice molto prima di diventare il titolo del suo libro: «Me l’ha suggerito un giovane che ho accompagnato tempo fa. Quando ha compiuto 18 anni si aspettava in dono il motorino, e invece i suoi genitori affidatari gli regalarono una grande scatola con tutti i biglietti di quando erano andati al teatro, al cinema, su un treno, oggetti e ricordi che per lui rappresentavano la continuità affettiva di un legame destinato a restare».
Un libro che parla ai servizi e alla comunità
«Vorrei che gli operatori dei servizi ascoltassero gli affidati», continua Salines, «perché attraverso l’ascolto del loro punto di vista è possibile correggere l’orientamento delle attività messe in campo. Leggere queste testimonianze svela accortezze e aggiustamenti che possano rivelarsi molto importanti».
Ho capito che questi ragazzi, nel momento in cui vivono un affidamento familiare acquisiscono la capacità di perdonare anche chi ha fatto loro del male. Molti di loro sono in grado di restituirla alla collettività
Margherita Salinas, autrice del libro
E poi c’è la comunità: «L’affidamento familiare», si legge nel volume, «è molto più di un intervento individuale; è un atto di responsabilizzazione solidale dell’intera comunità locale. Non è un caso che molti degli intervistati abbiano sottolineato l’importanza di una rete sociale di supporto. L’esperienza di D., che dopo la perdita del padre è stato accolto con i fratelli da una vicina di casa prima dell’intervento dei servizi, evidenzia come la solidarietà spontanea della comunità possa fare la differenza in momenti di estrema vulnerabilità. L’affidamento, dunque, trasforma la vulnerabilità di pochi in una responsabilità collettiva, invitando ogni cittadino a considerare il proprio ruolo attivo nel benessere dei più giovani. È un patto di fiducia che la comunità stringe con i suoi membri più fragili, offrendo protezione e opportunità di riscatto».
Che cosa porta l’autrice dentro la sua valigia dopo aver accolto queste 12 storie? «La capacità di ascoltare, prestare attenzione e osservare. L’aver capito che questi ragazzi, nel momento in cui vivono un affidamento familiare (e dunque assistono a qualcuno che si prende cura di loro “gratuitamente”), acquisiscono la capacità di perdonare anche chi ha fatto loro del male. Molti di loro sono in grado di restituirla alla collettività».
Il volume La valigia della memoria. Affidati e affidate si raccontano si può leggere in open access a questo link.
In apertura, fotografia di Onur Kurt su Unsplash
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