Infanticidi
Qui Oristano: «La ferita di una mamma che uccide l’abbiamo affrontata così, come comunità»
Due infanticidi in una settimana, a Muggia e a Calimera. Carla Puligheddu, Garante per l’Infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, racconta il progetto realizzato dopo l'omicidio di una 13enne dell'Oristanese, Chiara, ad opera della madre, nel 2023. Invece di limitarsi allo sgomento, ha convocato tutta la comunità educante: famiglie, scuola, istituzioni, società civile. ll percorso sta continuando ancora. Ascolto dei minori, garantire loro maggiore consapevolezza dei propri diritti, collaborazione tra le istituzioni sono i tasselli fondamentali per provare a dare un senso a qualcosa che un senso non ce l'ha
Due casi in una settimana. Due bambini uccisi dalle loro mamme a Calimera (LE) e Muggia (TS) che generano un’infinità di domande, giudizi, analisi fatte col senno di poi. Eventi di cronaca che scuotono le comunità, lasciano senza risposte e senza parole. Un trauma analogo lo ha vissuto nel 2023 la comunità di Sili, una frazione di Oristano. Aveva solo 13 anni Chiara quando fu uccisa dalla madre, il 18 febbraio 2023. Da quell’episodio è nata un’ampia iniziativa di sensibilizzazione e riflessione, promossa dalla Garante per l’Infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, Carla Puligheddu, che ha mobilitato tutta la comunità educante. Ad accompagnare quel progetto c’è anche un libro, Chiara. Una vita oltre la vita, realizzato dall’Ufficio della Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna insieme a VITA: lo strumento per far sì che il ricordo di Chiara diventasse memoria, capace di parlare non solo a quanti l’hanno conosciuta ma a tutti (il volume è scaricabile gratuitamente dal sito di VITA).
«Quel tragico evento capitò in un momento per me cruciale, in quanto mi ero insediata da pochi giorni», ricorda la Garante. «Mi sono sentita interpellata dal bisogno di dare una risposta, perché di solito non si va oltre lo sgomento. Così ho mobilitato l’intera comunità educante di Oristano, dove era capitato il fatto».
Mi sono sentita interpellata dal bisogno di dare una risposta, perché di solito non si va oltre lo sgomento. Così ho mobilitato l’intera comunità educante di Oristano, dove era capitato il fatto
Carla Puligheddu, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna
Che cosa ha fatto, esattamente?
Ho cercato di tracciare subito un percorso che potesse essere accolto da tutti, nella prospettiva di andare anche oltre la nostra isola. Ho ragionato sulla possibilità di realizzare un progetto, visto che la mia formazione professionale da insegnante di scuola superiore è quella di lavorare sui progetti, attraverso i quali si analizzano i contesti in maniera approfondita ponendosi obiettivi sulla base delle esigenze che si presentano. In questo caso specifico, ho avuto bisogno di conoscere da vicino prima di tutto il padre di Chiara, la persona superstite di quella triste vicenda. E poi i compagni e i professori della ragazza, la dirigente scolastica, il sindaco di Oristano, le associazioni che lavorano nel territorio, le forze dell’ordine, la diocesi. Ho coinvolto tutti perché, insieme, potessimo ragionare su come promuovere una cultura diversa, che non aveva avuto un percorso facilitato di riflessione. Perché era accaduto? Chi e dove aveva sbagliato?
Le tante domande che una comunità inevitabilmente si pone dopo un fatto del genere hanno trovato risposte?
Alcune risposte le abbiamo trovate. La cosa importante è che questo confronto ci ha permesso di avviare il “progetto Chiara“, che ancora oggi sto portando ovunque mi sia possibile, a cominciare dalle scuole di tutta la Sardegna. Questa iniziativa ha fatto nascere un’altra domanda, e cioè se il problema della salute mentale sia da considerare come lo sfondo di eventi così tragici: qualcuno ha mosso obiezioni, ma io dico che – per lo meno nell’omicidio di Chiara – quello è stato alla base dell’epilogo. Il tema della salute mentale è legatissimo alla fragilità della cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. I genitori di Chiara erano separati, la mamma di Chiara in precedenza era stata ricoverata per alcuni disagi psichiatrici gravi che erano stati superati, il padre aveva denunciato alcuni aspetti importanti che riguardavano l’ex coniuge, ma a dire il vero, nemmeno lui avrebbe mai pensato che si potesse arrivare a un epilogo del genere. L’aspetto della salute mentale nella vicenda di Chiara è stato stigmatizzato, come accade spesso, ma era stato segnalato. E ho potuto verificare che ci sono stati dei vulnera nei sistemi che hanno accompagnato tutta la vicenda.

Troppo spesso si sottovalutano certi aspetti?
In quel caso, era stata richiesta ed eseguita una perizia psichiatrica per la donna e qui entra in gioco il tema della formazione dei professionisti che devono fare certe valutazioni, intercettare i rischi e i bisogni. Un aspetto che coinvolge anche giudici, avvocati e familiari. Il mancato ascolto di Chiara, che non fu mai interpellata dai giudici e dai legali, è un fatto gravissimo che si registra in altri casi. La Convenzione per i diritti del fanciullo (1989), e la legge n. 176/1991 che l’ha recepita, all’articolo 12 prevede che i minori debbano essere ascoltati ogni qualvolta si debba trattare di questioni che li riguardano, per esempio nel caso di una separazione dei genitori. Se Chiara fosse stata ascoltata, qualcosa sarebbe emerso. La ragazza viveva tra due fuochi: l’amore di due genitori che voleva tutelare. Probabilmente entrambi, senza raccontare all’uno dell’altro. Ha maturato molto in fretta, portando su di sé una grande responsabilità.
Il mancato ascolto di Chiara, che non fu mai interpellata dai giudici e dai legali, è un fatto gravissimo che si registra anche in altri casi. La Convenzione per i diritti del fanciullo prevede che i minori debbano essere ascoltati. Se Chiara fosse stata ascoltata, qualcosa sarebbe emerso
Una responsabilità po’ troppo grande per una tredicenne.
Certamente. Infatti, ha messo in difficoltà Chiara e le relazioni con il suo mondo. In quel momento ripeteva l’anno scolastico, e non perché avesse problemi di apprendimento. Il consiglio di classe aveva ritenuto opportuno farle ripetere l’anno. Questo fatto non ha permesso ai nuovi compagni e professori di conoscerla a fondo e di comprendere il disagio familiare che stava vivendo: da settembre a febbraio, con il periodo di interruzione natalizia, non c’è stato il tempo. Eppure lei, in pochissimi mesi, aveva saputo risolvere i problemi di comunicazione che c’erano in quella classe: lei andava d’accordo con tutti. Quando capitò la disgrazia, fu un fulmine a ciel sereno per tutti. E molti di loro, dopo, hanno avvertito dei sensi di colpa per non aver saputo o potuto fare di più.

Che segno ha lasciato, nella comunità di Sili, la scelta di non fermarsi allo sgomento e alle fiaccolate in memoria di Chiara, ma al contrario di prendere in mano quella vicenda dolorosa, entrarci dentro con i ragazzi, con le scuole, con le istituzioni, con la società civile?
Intanto, va detto che la comunità si è raccolta attorno alla famiglia e alla scuola. Quest’ultima, ancora oggi, protegge e cura il posto che fu di Chiara. Continua a riflettere parecchio su ciò che è accaduto. Abbiamo fatto emergere la necessità di non girarsi dall’altra parte, di non sottovalutare i segnali che possono arrivare da ciascun ragazzo. Non solo: abbiamo fatto comprendere che non ci si può concentrare soltanto sul profitto scolastico, ma bisogna prestare attenzione all’interiorità di ciascuno studente. Concretizzando una sinergia all’interno della comunità e avvertendo l’urgenza nei confronti dei diritti di questi ragazzi, che vengono calpestati continuamente.
Abbiamo fatto emergere la necessità di non girarsi dall’altra parte, di non sottovalutare i segnali che possono arrivare dai ragazzi
Il book pubblicato da VITA, che chiunque può ancora scaricare, è nato senza scopo di lucro per divulgare la cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Lo porto ovunque, l’ho condiviso con i miei colleghi Garanti di tutta l’Italia, a cominciare dall’Autorità nazionale. Il “progetto Chiara” è anch’esso una chiave per divulgare questa cultura nel territorio nazionale: continuo a organizzare incontri di consapevolezza nelle scuole, inviando prima il book per calarsi in questa tematica. In questo modo i docenti possono sensibilizzare sia gli studenti, sia i genitori. Di recente ho richiesto la ristampa del book per arrivare capillarmente in tutti i 377 Comuni della Sardegna. In tanti vivono questo momento di grande riflessione che è anche accompagnato dalla paura, perché non si comprende quando è il momento di dover segnalare un certo comportamento o un segnale particolare che può arrivare.

La base di partenza è quindi l’ascolto dei ragazzi?
Sì. La mancanza di ascolto dei bambini e degli adolescenti è il primo elemento che emerge con evidenza. L’ascolto manca a tutti i livelli. Per la comunità educante questa deve essere una priorità. Dall’altra parte gli stessi ragazzi devono avere più consapevolezza dei loro diritti. E poi li invito a dare voce alla loro intimità, a non averne vergogna, a non portarsi dentro l’inferno: una cosa che mi colpisce sempre è quanto i ragazzi oggi dell’inferno che vivono non riescono a parlare nemmeno tra pari. Il progetto Chiara invita alla cura, che significa assumere una postura di comprensione dell’adulto nei confronti del minore. Una postura di relazione, apertura, solidarietà. Di un ascolto interessato, che consenta di riempire il vuoto dei ragazzi. A volte si può salvare qualcuno che rischia di perdersi. È importantissimo che l’educazione all’affettività, di cui tanto parliamo, parta dalla scuola.
La mancanza di ascolto dei bambini e degli adolescenti è il primo elemento che emerge con evidenza: per la comunità educante deve essere una priorità. Dall’altra parte gli stessi ragazzi devono avere più consapevolezza dei loro diritti
Il progetto Chiara, però, da solo non può bastare.
È vero. Questa vicenda mi ha aperto un grande scenario sul quale intervenire. Dopo aver verificato che i sistemi erano tutti fragili, nel 2024 ho indetto gli Stati generali per l’infanzia. Ogni intervento in favore dei minori non deve partire dal momento in cui il bambino nasce, ma dalla precedente relazione tra adulti. Se non si educano gli adulti all’ascolto, alla comprensione dell’altro, non si può prevenire. La salute mentale, se curata, può guarire purché si agisca per tempo; non bisogna vivere questo problema come uno stigma. Ecco perché ho lavorato su un patto sociale attorno all’infanzia.

Che cosa ha insegnato e lasciato sul territorio la vostra esperienza, attraverso questo percorso?
Un po’ più di consapevolezza. Ma ora le istituzioni devono assumere un grande ruolo di supporto, che vada incontro alla genitorialità e metta in funzione tutti i sistemi sanitari del territorio, a cominciare dai consultori familiari. Bisogna attivare i centri d’ascolto e per farlo occorrono investimenti: la Regione Sardegna è molto indietro, sotto questo aspetto. Sto per presentare la pubblicazione degli atti degli Stati generali per l’infanzia, che hanno coinvolto tutti gli enti, le associazioni e le persone che hanno bisogno di essere formate. Ma ho pensato anche all’ascolto degli adolescenti e ho costituito la Consulta Gaia, con 20 ragazzi e ragazze provenienti da tutta la Sardegna. Mi sono messa in ascolto e loro mi stanno dando un grande contributo.
Invito i ragazzi a dare voce alla loro intimità, a non portarsi dentro l’inferno: oggi gli adolescenti dell’inferno che vivono non riescono a parlare nemmeno tra pari
In Sardegna manca un Osservatorio regionale dell’infanzia e dell’adolescenza.
È un problema comune a buona parte delle regioni italiane, nonostante dal 1997 sia prevista in seguito all’istituzione dell’Osservatorio nazionale che raccoglie i dati. Sin da allora era stato chiesto a tutte le Regioni di creare un ente preposto a questo compito. In Sardegna, il dato più conosciuto è il “non dato”. Non esiste nulla su questa tematica.
Da chi dipende? Dal Consiglio regionale o dalla Regione?
Dall’assessorato regionale dell’Igiene, sanità e assistenza sociale, che agisce su impulso del Consiglio regionale. L’assemblea deve capire che, per ragionare sulle politiche dell’infanzia, l’adolescenza e la genitorialità, occorre conoscere il territorio su cui si sta lavorando, i bisogni, le modalità di prevenzione del disagio. Bisogna misurare per poi poter intervenire, e per riuscirci occorrono dati. E, di conseguenza, norme specifiche e un Centro regionale di documentazione. Sto dicendo queste cose da tre anni. E siccome mi sono stancata di dirlo, mi sono messa da sola a preparare una proposta di legge che presenterò a tutti i consiglieri regionali. Il mio mandato scade tra pochi mesi, spero di vedere la fine di questo percorso prima.
Foto da Garante Infanzia e Adolescenza Regione Sardegna
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