L'altro Natale
Qui Padova, i 650 della cooperativa sociale fanno festa col panettone per Gaza
I soci e dipendenti della Giotto, nota per il suo lavoro nel carcere della città ma impegnata in diverse realtà produttive dando lavoro anche a soggetti fragili, non hanno ricevuto il consueto pacco natalizio. Con i 70mila euro che si sarebbero spesi, si è deciso di aiutare la parrocchia della Striscia (e nel Padovano, l'Opera S.Antonio, dedicata alle persone con disabilità). Grazie ad alcuni maestri pasticceri, a un'azienda di pasticceria e a una cartotecnica, è stato però confezionato comunque il dolce della festa che richiama il grande bisogno dei palestinesi nella città, malgrado la tregua
Un altro Natale alla cooperativa sociale Giotto di Padova, 650 fra dipendenti e soci, fra cui alcuni carcerati dell’istituto di pena Due Palazzi della Città del Santo, tanto lavoro sociale per un fatturato annuo di 12 milioni. Un altro Natale ma anche un “Natale altro”, perché la cooperativa ha deciso un piccolo ma concreto gesto di solidarietà, che qui chiamano, senza girarci troppo intorno, “di carità”, perché la realtà cooperativa nasce dall’esperienza di alcuni giovani che, volevano mettere, alla prova della realtà, la fede cattolica incontrata e vissuta in università.
«È stata quasi una necessità interiore fare qualcosa di concreto per aiutare la popolazione in guerra a Gaza», spiega a VITA il fondatore, Nicola Boscoletto, «ma anche donare qualcosa ad una realtà a noi più vicina, l’Opera della Provvidenza di S. Antonio – Opsa di Sarmeola di Rubano (Pd) che, da più di 60 anni, accoglie persone di ogni età con gravi disabilità, patologie e fragilità, prendendosi amorevolmente cura di loro».

Così hanno deciso, tutti insieme, di donare l’equivalente della spesa per i doni di Natale della cooperativa a favore della Parrocchia della “Sacra Famiglia” di Gaza e dell’Opsa. Essando in tanti, la cifra ammontava a 70mila euro, sempre piccola per i grandi bisogni della parrocchia della Striscia e della storica opera di assistenza, ma certamente più che simbolica.
Il fondatore, Boscoletto: «La realtà ci interroga continuamente»
«Il clima in cui stiamo vivendo ci ha molto interrogato», prosegue Boscoletto, «il dilagare dei conflitti, dai più vicini a noi come la guerra tra Russia e Ucraina o tra Israele e la Palestina, ai più lontani come, ad esempio, in alcuni Paesi dell’Africa dove si stanno consumando tragedie violentissime di cui neanche abbiamo idea, non potevano lasciarci indifferenti fino ad arrivare piano piano a farci l’abitudine. Del resto, già in tema di immigrazione se questa notte nel Mediterraneo si annegano 50 persone il naufragio non fa più notizia, come pure le violenze inaudite che si consumano sulle coste libiche e non solo. Del tema della disumanità con cui si trattano le persone in carcere se ne fa solo un uso propagandistico e l’attenzione nei confronti delle persone in disagio sociale (persone con disabilità, con leggere depressioni, con patologie psichiatriche o più semplicemente sole) si esaurisce con semplici slogan». Secondo il cooperatore, «in Italia, anche se le devastazioni non sono materiali (anche se in realtà non è proprio così) e perciò apparentemente non si vedono, stanno lasciando un segno profondo nella nostra società ed in ciascuno di noi».
Hanno fatto proprie le parole di Papa Leone, alla Giotto. Quelle pronunciate in occasione del Giubileo dei Poveri al quale, da Padova, avevano partecipato in una trentina.
L’insegnamento di Leone XIV e del Patriarca di Gerusalemme
Papa Prevost, da uomo che ha vissuto e lavorato nell’America Latina, aveva offerto ai presenti una riflessione molto concreta: «Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine.
Perciò», aveva concluso Leone XIV, «vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio. Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e allo stesso tempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società…».
«Come cooperativa Giotto», sottolinea Boscoletto, «abbiamo sentito tutta la responsabilità e il desiderio di cercare di non diventare cinici, di vivere un senso di totale impotenza o ancor peggio di schierarsi pro o contro qualcuno. Abbiamo sentito la necessità di interrogarci e di sollecitare tutti i nostri dipendenti a tenere accese le domande vere che escono dal cuore di ciascuno».
Un altro che li ha aiutati a fare un percorso di consapevolezza è stato Pierbattista Pizzaballa, il patriarca di Gerusalemme. In particolare parecchi, a Padova, erano rimasti colpiti dalle parole di questo cardinale bergamasco che ha consacrato la vita alle comunità cristiane della Terra santa. E lo citano con precisione, facendo riferimento, a un recente incontro con alcuni studenti che gli chiedevano «se veramente è possibile costruire la pace». Il patriarca gli aveva risposto così: «Se l’obiettivo è la pace nel mondo saremo sempre un po’ frustrati. Non voglio sembrare pessimista, ma è così. Io voglio costruire la pace non perché voglio ottenere un obiettivo, ma perché è un dono che ho ricevuto e che voglio condividere. La pace nasce da un desiderio personale, interiore, da un’esperienza che ho fatto e che diventa contagiosa… C’è un’altra cosa importante: io non voglio permettere al corso degli eventi qui di cambiare me».
L’attenzione da parte della Giotto per Gaza non è peraltro estemporanea, né unilaterale: il 7 ottobre scorso infatti, ricorrendo il secondo anniversario del pogrom, Boscoletto e i suoi avevano proposto «di ascoltare la testimonianza di due mamme, una israeliana e una palestinese, che avevano entrambe perso un figlio. Due mamme come tante altre che hanno avuto il coraggio di guardarsi in faccia e abbracciarsi, iniziando un vero e profondo percorso di riconciliazione per i loro figli e per loro stesse».
Panettone della Carità e della Speranza, una strenna parlante
Una riflessione profonda dalla quale, spiegano a Padova, è nata l’idea del “Panettone della Carità e della Speranza”.
«In consiglio di amministrazione e tra i vari responsabili», racconta, «abbiamo iniziato a parlare dei regali di Natale con il desiderio di non dimenticare, di tenere deste le domande sul senso di tutto quello che sta accadendo, lontano ma anche vicino. Ci siamo interrogati su cosa fare del consueto “pacco di Natale” e abbiamo deciso di rinunciarci per donarlo, come accennavamo, a due situazioni particolari. Da una parte alla parrocchia della Sacra Famiglia della Striscia di Gaza, come gesto di attenzione e di speranza perché quelle persone sentano che c’è qualcuno che vuol bene loro. Dall’altra all’Opera della Provvidenza di S.Antonio (lo storico Cottolengo della diocesi di Padova), un’opera straordinaria di carità a noi più prossima. Carità e Speranza di cui la nostra società e ogni persona ne ha estremamente bisogno per poter vivere e non sopravvivere».

Coinvolgendo Luigi Biasetto e a sua moglie Sandra, maestri pasticceri, «che si sono resi subito disponibili ad aiutarci», assieme all’imprenditore Andrea Muzzi dell’omonima Antica Pasticceria Muzzi, quelli della Giotto hanno così creato il nuovo panettone. Un’altra azienda, la Nuova Grafotecnica di Francesco Bernardi, ha dato una mano per il packaging, concependo un incarto che mette insieme le foto della parrocchia gazanea, in alcuni momenti di festa, e mostra anche le immagini della distruzione. Una strenna che parla, in un certo senso.
«Con un costo contenutissimo abbiamo potuto donare a tutti i nostri dipendenti per Natale il panettone», racconta soddisfatto ma anche un po’ commosso Boscoletto, che ci tiene anche a citare l’impatto virtuoso inatteso: «Molti ospiti e amici hanno iniziato a dare anche il loro contributo. Le cose buone e sincere non finiscono mai e alla fine inaspettatamente è più quello che si riceve di quello che si dona».
Un modo altro di celebrare Natale o forse, in fondo, quello di sempre.
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