Le parole nelle città

Radici dal basso: a Venezia la cultura che cresce tra le persone

Dai progetti educativi della Biennale al Cinema Galleggiante di fronte alla Giudecca, fino all’isola di Poveglia trasformata in parco urbano naturale. Fondazioni, enti locali e associazioni si sono confrontate al museo M9 di Mestre nella seconda tappa del tour “Parole di partecipazione attiva”, promosso da Fondazione Compagnia di San Paolo in collaborazione con cheFare. Strumenti e pratiche che rendono accessibile il patrimonio, per un’idea di cultura che non sia soltanto fruizione, ma palestra di democrazia

di Daria Capitani

Togliere rovi e piantare semi, spostare sassi per fare spazio alle radici, opporsi alle conclusioni come farebbe un portiere di calcio, e favorire rilanci. Sono le azioni e le motivazioni di chi costruisce partecipazione con la cultura in una città come Venezia, dove i flussi turistici e di pensiero sembrano spostare il focus sempre più in alto e invece le ramificazioni si estendono dal basso.

Appunti sulla partecipazione attiva.

Tra le persone e per le persone. È proprio qui che la Fondazione Compagnia di San Paolo, in collaborazione con l’agenzia per la trasformazione culturale cheFare, ha scelto di stare con il tour di Parole di partecipazione attiva. Un libro, tre anni di lavoro, 12 voci di un glossario sul partecipare attivamente: sono state raccolte in dialogo con 70 stakeholder tra comuni, associazioni, università, soggetti istituzionali e organizzazioni di secondo livello con cui l’ente si interfaccia tra Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Oggi quei 12 lemmi si stanno muovendo lungo lo stivale, raggiungono città nuove, aggiungono significato. Se a Roma il 20 gennaio si è parlato di spazi, a Venezia ieri mattina – in un luogo incastonato tra storia e futuro come il Museo del Novecento M9 di Mestre – la cultura è stata il cuore del discorso.

Insieme è il vero inizio

Dulcis in fundo. Per una volta partiamo dal fondo, dalle conclusioni affidate proprio alla direttrice di M9, Serena Bertolucci: «Facciamo che sia soltanto l’inizio», ha detto guardando negli occhi i relatori presenti. Si erano appena avvicendati nel mettere a terra le declinazioni di due lemmi che compaiono nel libro: strumenti e accessibilità. «Ciò che ci accomuna è la visione, o meglio, il desiderio di mettere in contatto le persone con questo capitale enorme che è il patrimonio culturale. A ogni grande desiderio, corrisponde una responsabilità altrettanto grande», ha aggiunto: «quella di individuare, oltre le parole, gli indicatori per misurare l’impatto del nostro lavoro. Farlo insieme è l’unica possibilità che abbiamo».

Ciò che ci accomuna è la visione, o meglio, il desiderio di mettere in contatto le persone con questo capitale enorme che è il patrimonio culturale

Serena Bertolucci, direttrice di M9

L’incontro aveva preso le mosse da un punto fermo, esplicitato da Giovanni Dell’Olivo, direttore generale della Fondazione di Venezia. «Partecipare non significa esserci: significa esserci per contare. La cultura diventa palestra di comunità non quando si attiva “per gli altri” ma quando lo fa “con gli altri”. Che cos’è dunque partecipazione? «Non è soltanto permettere di usufruire di un servizio a basso costo, ma creare responsabilità condivisa nella co-creazione. Non semplici compiti da svolgere, ma percorsi e processi costruiti insieme. Spesso sono le associazioni di comunità a dirci di cosa c’è davvero bisogno. Noi ci interfacciamo con loro, individuiamo risposte condivise e soltanto a quel punto entrano in dialogo anche gli amministratori pubblici. È così che un bisogno sociale diventa un bisogno riconosciuto capace di generare competenze, cultura e consapevolezza». In questo senso, ha proseguito, «partecipazione e accessibilità sembrano quasi sinonimi di un termine ancora più grande e più urgente: democrazia».

Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare.

Di responsabilità prima ancora che privilegio, ha parlato la consigliera della Fondazione Compagnia di San Paolo Elena Franco: «Le fondazioni hanno il tempo dalla loro parte. Sono investitori pazienti e, proprio per questo, possono permettersi di sperimentare laddove altri enti, per vincoli o emergenze, non riescono a farlo». E per aprire definitivamente le danze, il direttore scientifico di cheFare Bertram Niessen, ha lanciato un alert: «C’è un rischio che conosciamo bene. Alcune parole, a forza di essere usate, si svuotano di significato. Non scompaiono, anzi, diventano polisemiche, ambigue, talvolta inflazionate. È successo a termini come innovazionesostenibilitàresilienza e, più recentemente, anche a parole come cura e prossimità. Lo stesso rischio riguarda la partecipazione. Per questo, nel nostro lavoro abbiamo sempre insistito sull’aggettivo: partecipazione attiva. Non come formula retorica, ma come pratica concreta, situata, faticosa. In fondo, tornare a dare senso alle parole significa fare quello che qui ci apprestiamo a fare: riancorarle alle esperienze reali nel quotidiano dei territori».

Accessibilità è…

«Il museo del futuro non sarà definito dalla tecnologia che utilizzerà, ma dalle persone che saprà accogliere. Perché, in fondo, i musei sono le persone», ha detto Babet Trevisan, responsabile del museo e delle attività culturali della Fondazione Querini Stampalia di Venezia. «Siamo passati da un modello verticale, autoreferenziale, a un modello partecipativo, dialogico. Termini come accessibilità e inclusione non sono più opzionali: sono diventati parte integrante della missione museale. E attenzione: questo non significa “aggiungere una persona che si occupa di accessibilità”, ma ripensare l’organizzazione nel suo insieme, dare sostanza a una nuova cultura museale».

Sara Maggioni, producer e project manager di Microclima.

Nelle corde di Microclima, l’associazione di promozione sociale che dal 2011 organizza il Cinema galleggiante nello spazio acqueo retrostante l’Isola della Giudecca, «accessibilità significa rendere l’esperienza raggiungibile per tutti: dal supporto pratico per salire sulla piattaforma fluttuante da cui assistere alla proiezione ai prezzi calmierati, fino alla scelta dei contenuti che affiancano proposte più complesse a quelle più immediate», ha spiegato la producer e project manager Sara Maggioni. «Artisti under18 e over80 per pubblici eterogenei, dai residenti veneziani ai giovani professionisti». E poi c’è “l’equipaggio di terra”: «Un convivio con chef locali, musica e talk su temi di attualità come residenzialità e carcere. Uno spazio aperto e mai respingente, dove nascono dialoghi e relazioni che amplificano la fruizione».

La cultura diventa un vero motore di partecipazione quando è accessibile e inclusiva: capace di creare spazi simbolici in cui le persone si riconoscono e si sentono accolte

Sandra Aloia, responsabile Missione Favorire partecipazione attiva Obiettivo Cultura

Michele Casarin, direttore del settore Cultura del Comune e presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Venezia, ha confermato: «L’accessibilità ha senz’altro più dimensioni. La prima, immediata, è quella fisica, che include in modo particolare le disabilità sensoriali. Ma è anche un processo a catena, che mira a rendere i luoghi culturali accessibili a un pubblico sempre più ampio. Il rapporto con il privato, attraverso collaborazioni pubblico-privato, può ampliare ulteriormente queste opportunità. In questo contesto, il pubblico non è solo fruitore, ma diventa garante e promotore di una forma di democrazia culturale diffusa, creando catene di valore e linee di lavoro trasversali che collegano programmi e progetti di istituzioni diverse, tutte orientate alla partecipazione e all’inclusione».

«Lo strumento siamo noi»

Se la cultura è pratica, allora ha bisogno di strumenti. Quali? Per Matteo Giannasi, che cura le attività education della Biennale di Venezia, la vera accessibilità è «consegnare alle nuove generazioni una cassetta degli attrezzi per comprendere e decodificare il contemporaneo, soprattutto in contesti in cui il gesto creativo non è così familiare. Attraverso un’offerta educativa diversificata, con 40mila studenti coinvolti, 700 visite guidate dedicate a persone in situazioni di fragilità e oltre 100 istituzioni partner, offriamo occasioni per partecipare, esprimersi e trovare una propria voce attraverso l’arte contemporanea, anche quando questa può sfidare o ferire. È un lavoro che richiede dialogo e fiducia con le istituzioni del territorio che già operano con persone in situazione di marginalità, disabilità o deprivazione, e il ruolo della Biennale è spesso quello di essere lo strumento con cui queste persone possono accedere ai contenuti».

Sandra Aloia, responsabile Missione Favorire partecipazione attiva Obiettivo Cultura della Fondazione Compagnia di San Paolo.

Mario Santi, presidente di Poveglia per tutti, ha messo sul tavolo un caso da manuale di evoluzione dei beni comuni emergenti, in cui l’attivazione dei cittadini ha portato a una governance democratica dal basso e a una progettazione partecipata concreta. La scorsa estate l’associazione è riuscita a ottenere dal Demanio la concessione di una delle tre piccole isole che compongono Poveglia: «Oggi, insieme ad altre 40 realtà veneziane, lavoriamo a un progetto di parco urbano naturale, integrando istituzioni e investitori in una logica di sostenibilità reale. Al centro, un metodo del consenso che valorizza il confronto e la comprensione reciproca».

La registrazione della presentazione di “Parole di partecipazione attiva” al Museo M9 di Mestre a Venezia.

Infine, la vicepresidente e direttrice Cultura e sostenibilità di Promo PA Francesca Velani ha presentato la ricerca che la fondazione sta realizzando insieme alla Compagnia di San Paolo sulle dinamiche di partecipazione culturale nel nord ovest, con l’obiettivo di capire cosa funziona, per chi e con quale impatto. «Abbiamo coinvolto 112 enti e interlocutori dei territori per mappare pratiche, criticità e bisogni», ha spiegato. «Ci interessa comprendere come gli enti organizzano progetti, quali valori li guidano, se le politiche di partecipazione diventano quotidianità e se generano un reale cambiamento. L’analisi dei dati è lo strumento per rafforzare le reti, rendere accessibile la cultura e supportare le istituzioni nel creare spazi di relazione che contrastino solitudine e marginalità, e che riportino la cultura al centro della vita delle comunità».

L’intervento di Giovanni Dell’Olivo, direttore generale della Fondazione di Venezia.

Dalle parole ai numeri, dalla teoria alla pratica (e ritorno). Si è avverato quello che Sandra Aloia, responsabile della Missione Favorire Partecipazione attiva di Obiettivo Cultura, nel suo intervento, aveva sintetizzato così: «La cultura diventa un vero motore di partecipazione quando accadono alcune cose precise. Diventa tale quando è accessibile e inclusiva: capace di creare spazi simbolici in cui le persone si riconoscono e si sentono accolte. Quando ascolta e valorizza le voci plurali. Quando sostiene pratiche collaborative, invitando cittadini, giovani, associazioni, reti informali a co-progettare contenuti, iniziative, immaginari».

La prossima tappa del tour

Martedì 24 febbraio, dalle 15,30 alle 19, al Parco Ecolandia – Area Terra presso La Nave di Teseo (Sala Spinelli) in Località Arghillà a Reggio Calabria, il dialogo si muoverà attorno al concetto di legalità. In partnership con Fondazione con il Sud e Consorzio Macramè, all’interno di un bene confiscato alla mafia che oggi è presidio di cultura e ambientalismo consapevole, interverranno soggetti che lavorano per ridare significato e nuovo contesto a questi spazi.

La copertina del libro.

La partecipazione è gratuita su prenotazione. Per le iscrizioni, clicca qui. Per scaricare il libro Parole di partecipazione attiva clicca qui.

VITA accompagna la Fondazione Compagnia di San Paolo in questo viaggio attorno al progetto Parole di partecipazione attiva, realizzato in collaborazione con l’agenzia per la trasformazione culturale cheFare. Raccontiamo le riflessioni scaturite da ogni incontro, per dare voce all’azione e restituire nuove sfumature di senso al verbo partecipare. Leggi anche:

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In apertura, la facciata del Museo M9 a Mestre, Venezia (Fotografia di Alessandra Chemollo). Le fotografie nel testo sono dell’autrice

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