La parola dell’anno
Rage bait, siamo tutti pesci in un mare di rabbia
È la nuova declinazione del click bait. La parola del 2025 secondo l’Oxford English Dictionary è un contenuto online pensato per innescare indignazione e aumentare l’engagement degli utenti. Per Stefano Pasta, che studia il fenomeno dell’odio online da 15 anni, «viviamo un tempo postdigitale caratterizzato da un’ibridazione continua tra online e offline. Esprimere il proprio dissenso senza lasciarsi adescare dalle fiammate d’odio è possibile: bisogna accettare la sfida di costruire uno spazio educativo di cittadinanza onlife»
In italiano potrebbe essere tradotto con l’espressione “esca della rabbia”, un contenuto online progettato deliberatamente per suscitare rabbia o indignazione. Frustrante, provocatorio o offensivo, in genere un rage bait viene pubblicato con l’obiettivo di aumentare il traffico o il coinvolgimento su una pagina web o account di social media. È la parola del 2025 secondo la Oxford University Press, la casa editrice del noto vocabolario di lingua inglese Oxford English Dictionary, che da 20 anni sceglie un termine in grado di riassumere l’anno in corso «o almeno una parte di esso».
Un’espressione che dice molto su questo tempo scandito tra realtà fisica e virtuale, soprattutto se associata a quella che l’ha preceduta: per raccontare il 2024, era stato selezionato brain rot, letteralmente “putrefazione del cervello”, «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale causato da un consumo eccessivo di materiale (in particolare online) superficiale o poco stimolante». Ne abbiamo parlato con il giornalista Stefano Pasta, ricercatore del Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e autore del libro Razzismi 2.0 – Analisi socioeducativa dell’odio online.

Partiamo da qui. Perché è importante analizzare ciò che accade sul web quando la violenza dilaga?
La dimensione educativa, relazionale e comunicativa, così come l’aggregazione di gruppi, sono caratterizzate oggi da un’ibridazione continua tra online e offline. Questo conduce alla normalizzazione di alcune parole e accostamenti: se si supera un limite sul web, lo stesso accadrà nella vita fisica. La nostra quotidianità è onlife, un altro termine relativamente giovane che indica l’esperienza in un mondo iperconnesso in cui non esiste più la distinzione tra l’essere dentro o l’essere fuori da un universo digitale. Con la progressiva emersione del social web, caratterizzato dalla co-autorialità dei suoi contenuti, tutti partecipiamo contemporaneamente alla fruizione e alla produzione culturale, siamo spettautori in un online che occupa spazi di socialità sempre più decisivi nelle nostre vite. Le fiammate d’odio si generano a una velocità che aumenta di intensità: studiarle, per un ricercatore in Pedagogia e Media Education, significa chiedersi che cosa possiamo fare per arginare il fenomeno.
Che cos’è una fiammata d’odio?
Esistono casi molto diversi tra loro. Mi viene in mente un ragazzino di 15 anni con cui ho chattato a lungo per capire che cosa lo avesse spinto a mettere un like a un post in cui si invitava allo stupro di una coetanea. «L’ho fatto senza pensarci», mi ha scritto più volte, denunciando un atteggiamento irresponsabile, senza valutare le conseguenze delle proprie azioni nel digitale. Differente è l’ipotesi di odiatori strutturati, che usano il digitale per raggiungere nuovi pubblici o estendere legami tra persone che prendono di mira gruppi specifici. Forme di manifestazione d’odio che necessitano di risposte educative differenti.
La nostra quotidianità è onlife, un altro termine relativamente giovane che indica l’esperienza in un mondo iperconnesso in cui non esiste più la distinzione tra l’essere dentro o l’essere fuori da un universo digitale
Stefano Pasta, giornalista e ricercatore del Cremit
Ci sono temi più fertili per la creazione di rage bait? Ci può fare un esempio?
I rage bait catturano l’attenzione scatenando la polarizzazione su sentimenti di ostilità e rabbia. Si tratta di un approccio tipico della discussione sui social e del meccanismo comunicativo attuale, che tende a generare aggregazioni basate su sentimenti simili. Insegno Information Literacy nel corso in Media Education: con gli studenti prendiamo un dibattito contemporaneo e ne analizziamo su Tik Tok le parole chiave, gli hashtag e le aggregazioni sospinte dagli algoritmi. Negli ultimi due anni, il conflitto israelo-palestinese è un tema su cui più si sono concentrate polarizzazioni opposte di gruppi fondate su idee simili. È un percorso che avviene su base emozionale e i sentimenti che muovono gli utenti hanno a che fare nella maggior parte dei casi con la rabbia e l’ostilità contro un bersaglio.
Come si può arginare l’indignazione ed evitare che sfoci in un discorso d’odio?
Innanzitutto, lavorando sull’educazione alla cittadinanza degli utenti, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono grosse responsabilità da parte delle piattaforme. Alcuni elementi facilitano la formazione di gruppi su base di sentimenti di rabbia comuni. La nostra mente, online come off line, prende le decisioni secondo due modalità: con il pensiero veloce, generato da immagini ed emozioni istantanee, o con il pensiero lento, di tipo riflessivo e razionale. Il social web, caratterizzato da sovraccarico informativo, ci porta a decidere in velocità e a schierarci a partire dalle emozioni ancora di più di quanto (ed è già tanto) avviene offline. Un altro aspetto di cui tener conto è il fatto che gli algoritmi non sono neutri: memorizzano i nostri gusti pregressi e in base a questi selezionano le informazioni da proporci. Quando esprimiamo una preferenza spinti da un sentimento negativo, l’algoritmo subito rinforza con contenuti simili e quindi normalizza la rabbia. È così che un’ondata d’odio diventa accettabile in una cerchia sociale e un contenuto può assumere il ruolo di esca per la rabbia.
Le parole di questi anni riguardano il modo con cui abitiamo lo spazio digitale. Oggi riflettiamo sui “rage bait”, l’anno scorso l’Oxford Dictionary aveva scelto “brain rot” per porre l’attenzione su quanto la fruzione di contenuti superficiali modifichi il nostro cervello. Un dizionario è un’opera collettiva e viva. Che cosa ci dice sul presente?
Che viviamo un tempo in cui prevale la sottolineatura degli effetti problematici del social web. Abbiamo avuto una stagione in cui si evidenziavano gli aspetti positivi, mentre oggi c’è un’attenzione maggiore ai rischi. Stiamo attenti però a non cadere nella trappola della polarizzazione tra apocalittici e integrati o tra strumentalismo e determinismo tecnologico. Piuttosto poniamoci una domanda di ricerca: come si educa al pensiero critico e alla responsabilità? Non colpevolizziamo i giovani e soprattutto non dimentichiamoci il quadro più ampio in cui si inserisce ogni singolo fenomeno: le grandi piattaforme del capitalismo algoritmico e i grandi player del digitale hanno un ruolo che non possiamo ignorare.

Le parole degli ultimi due anni sono tutte associate al digitale e aggiungo “parasocial”, indicata dal Cambridge Dictionary la settimana scorsa per dare un nome alla «connessione che qualcuno sente tra se stessi e una persona famosa che non conosce, un personaggio in un libro, un film, una serie tv o un’intelligenza artificiale». Il nostro è un tempo postdigitale, inteso non come la stagione della fine del digitale ma come la stagione in cui il digitale non è più una novità. La parola dell’anno indica il flusso culturale emergente: il digitale c’è sempre perché è pienamente integrato all’interno delle nostre vite.
Se dovesse indicare lei le parole emergenti nel vocabolario 2025, quali sceglierebbe?
La prima è “cittadinanza onlife”, che non è una parola nuova ma è una sfida a cui siamo chiamati. La scorsa settimana è uscita la versione 3.0 del DigComp: è il quadro europeo delle competenze digitali che recepisce tante questioni poste dall’affermarsi dell’intelligenza artificiale. Un documento che mette in luce il superamento del termine “nativi digitali” con un’idea di cittadinanza: il dato della nascita è deterministico mentre la cittadinanza è uno spazio educativo che riguarda le modalità con cui stiamo insieme. È possibile esprimere il proprio dissenso senza per forza canalizzare le emozioni sulla rabbia, che è una grande semplificazione.

La seconda è una parola su cui lavoriamo come Cremit dal 2021: ragionare non più in termini di “divario digitale” ma di “povertà educativa digitale”. Questo ci permette di declinare la competenza digitale come un’opportunità soltanto se accompagnata da un intervento pedagogico che richiami a una responsabilità collettiva.
La fotografia in apertura è di Nova Brodhead su Unsplash. Nel testo, l’immagine con la parola dell’anno pubblicata sul sito della Oxford University Press
17 centesimi al giorno sono troppi?
Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.