Salute & Società
Re Carlo III parla del cancro: «La diagnosi precoce è la chiave che può regalare tempo prezioso»
«Può trasformare i percorsi di cura» ha detto il sovrano, annunciando la buona notizia dell'imminente alleggerimento della terapia e ha espresso la propria gratitudine, ringraziando «gli specialisti, gli infermieri, i ricercatori e i volontari». Perché è un bene che le persone note parlino della loro propria esperienza? Lo abbiamo chiesto al presidente degli oncologi medici dell'Aiom, Michele Di Maio.
«Oggi sono in grado di condividere con voi la buona notizia che grazie alla diagnosi precoce, all’intervento efficace e all’aderenza alle prescrizioni mediche, il mio personale programma di cura per il cancro può essere ridotto nel nuovo anno» ha detto il Re Carlo III in un video trasmesso da Channel 4 come parte della campagna Stand Up To Cancer 2025 per la charity britannica Cancer Research UK, evidenziando l’importanza dell’adesione agli screening oncologici e della diagnosi precoce, che aumenta le possibilità di successo delle terapie e la loro aggressività, con i trattamenti che sono andati incontro a «sorprendenti avanzamenti» negli ultimi anni. «So per esperienza personale che una diagnosi di cancro può essere travolgente. Ma so anche che la diagnosi precoce è la chiave che può trasformare i percorsi di cura, regalando tempo prezioso ai team medici». Il re ha anche speso parole di gratitudine, dicendosi «profondamente commosso da quella che posso solo chiamare la ‘comunità di cura‘ che circonda ogni paziente oncologico: gli specialisti, gli infermieri, i ricercatori e i volontari che lavorano instancabilmente per salvare e migliorare vite umane».
Il sovrano britannico è in cura dall’inizio del 2024 per una forma di cancro. A dicembre, nel tradizionale messaggio di Natale, aveva detto: «Tutti noi attraversiamo qualche forma di sofferenza, dolore, in qualche momento della nostra vita. Difficoltà mentali o fisiche. E il grado con cui ci aiutiamo, e troviamo supporto l’un l’altro, è una misura della nostra civiltà come nazioni». Pochi giorni fa era arrivata la rivelazione dell’ex primo ministro inglese David Cameron di essere stato curato per un cancro alla prostata.
«Quando un personaggio pubblico, cogliendo l’occasione della sua storia personale, ricorda a tutti l’importanza della prevenzione legata agli stili di vita e all’adesione agli screening non possiamo che esserne felici» ricorda Massimo Di Maio, direttore dell’Oncologia medica 1 dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza ospedale Molinette di Torino e presidente di Aiom, Associazione italiana di oncologia medica. «È chiaro che dal nostro punto di vista, siamo convinti dell’importanza della divulgazione di alcuni messaggi ed è chiaro che quando questi messaggi arrivano da persone che sono famose è molto positivo perché vengono rafforzati, raggiungono molte più persone e ottengono più attenzione».
Sempre più persone decidono di parlare apertamente della propria vita privata, inclusa la malattia oncologica. Questo, dal punto di vista sociale, spezza lo stigma verso il cancro e, da quello individuale, autorizza i cittadini a parlarne e a sentirsi meno soli. Più si è vip, più diventano incisivi i messaggi di prevenzione. Quando dalle pagine del New York Times Angelina Jolie parlò pubblicamente della sua mutazione genetica Brca1, oggi si parla di “geni jolie”, e della sua scelta di sottoporsi a una mastectomia preventiva era il maggio 2013. Allora, si registrò un aumento di ricorsi tra le donne mutate alla chirurgia profilattica e a un aumento di consapevolezza sulla prevenzione. Se, oggi, tutte le donne sanno che essere portatrici delle mutazioni Brca 1 Brca2 aumenta notevolmente il rischio di alcuni tipi di cancro, in particolare seno e ovaie, e che l’unica prevenzione possibile esistente per le donne portatrici della mutazione e la rimozione di ovaie e tube, è anche grazie alla narrazione pubblica di vicende personali, da Angelina Jolie e Bianca Balti.
Anche nel caso di decisioni meno semplici dell’adesione a uno screening, come nel caso della chirurgia profilattica in persone a rischio, rimane molto preziosa la condivisione pubblica da parte delle persone più note: «L’importante è che le persone vengano informate sui benefici e sui rischi e prendano decisioni in maniera consapevole», considerando le conseguenze di salute, psicologiche e così via, sulla base delle proprie preferenze. Quindi, la testimonianza di una persona nota al grande pubblico ha comunque un valore importante, come quello di accendere l’attenzione sulle varie opzioni possibili e renderle oggetto di conversazione tra le persone, normalizzando in un certo senso la situazione e favorendo la diffusione di consapevolezza e conoscenza.
Un racconto a più voci, inoltre, è arricchente. «Nell’ambito di un podcast fatto con Aiom e dedicato alle varie patologie, in una puntata dedicata al cancro al polmone sono intervenuto insieme a una paziente che tra l’altro conoscevo per averla seguita negli anni» racconta Di Maio. «Ammetto che è stata un’esperienza molto coinvolgente, bella ed efficace, in grado di trasmettere anche quelle sfumature e quel rapporto importante che si crea tra medico e paziente al di là dei tecnicismi e delle nozioni che potrei elencare in un’intervista classica». Inoltre, «è importante sentire la viva voce di chi è coinvolto personalmente emotivamente, psicologicamente e fisicamente dalla malattia. Lo è perché aiuta a combattere lo stigma. Adesso per fortuna la malattia ha un nome e cognome, la si nomina senza usare giri di parole e le persone scelgono di parlare, non soltanto quando se lo lasciato alle spalle ma anche quando devono affrontare un percorso di malattia. Testimonianze potenti».
L’ultima in ordine di tempo è quella l’ex campione di basket Jason Collins, ex centro Nba e primo atleta militante in una lega professionistica statunitense ad aver fatto coming out dichiarandosi gay, che ha rivelato di avere un glioblastoma al quarto stadio, una forma molto aggressiva di tumore cerebrale. C’è chi racconta la risalita: il cestista Achille Polonara 33 anni, giocatore di basket della Dinamo Sassari, sta documentando sui social la sua ripresa dopo il trapianto di midollo per una leucemia.
Il rispecchiamento è positivo e può regalare regala conforto. Attenzione però al rischio di ritenere che la storia, magari positiva, degli altri possa essere la nostra. «Il tumore non è una malattia sola, è fatto da migliaia di situazioni diverse per tipo di organo, per tipo di caratteristiche molecolari anche a parità di organo, per stadio di malattie e così via» spiega Di Maio. «Le persone devono tenere a mente che quello che si sente dire del caso specifico potrebbe non essere applicabile alla propria malattia. Spesso il paziente chiede di ricevere quel tale trattamento di cui ha sentito parlare, e noi spieghiamo che la speranza in quella soluzione che ha funzionato per qualcuno è malposta, perché ognuno ha la sua condizione».
Foto: screenshot del video di Channel 4
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