Società
Referendum, il no al voto per i fuorisede? «Una scelta faziosa, contro la partecipazione dei giovani»
Nonostante le sperimentazioni passate, il governo nega il voto ai 5 milioni di fuorisede per il referendum sulla magistratura citando 'tempi tecnici' insufficienti. Per Emiliano Manfredonia, presidente di Acli, la scelta è dettata dai timori della vittoria del No, ma soprattutto minaccia la democrazia: «Se la partecipazione al voto continua a calare, perchè non si usa uno strumento che potrebbe rafforzarla?»
Mancanza di tempi tecnici. È la motivazione addotta da fonti del governo in merito alla decisione di non consentire il voto ai circa cinque milioni di fuoriesce presenti in Italia in occasione del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Secondo il governo, non ci sarebbe stato abbastanza tempo per preparare e adottare un provvedimento speciale in materia. Così, in commissione Affari costituzionali la maggioranza ha bocciato gli emendamenti dell’opposizione per consentire il diritto di voto agli «elettori che per motivi di studio, lavoro o cure mediche sono temporaneamente domiciliati in un comune situato in una provincia diversa da quella in cui si trova il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti».
In un periodo in cui una delle principali minacce alla democrazia è la (non) partecipazione al voto, si tratta di una scelta miope. È vero, il referendum è dietro l’angolo (si vota il 22 e 23 marzo, la conferma definitiva è arrivata con la bocciatura da parte del Tar del ricorso presentato dal comitato del No al referendum) e, accettando di credere al governo perché fiduciosi nelle istituzioni, ora non c’è più tempo. «I comuni non riuscirebbero ad espletare» tutte le procedure necessarie entro la data del referendum, «considerato il termine dei 14 giorni entro cui gli elettori devono iscriversi nelle liste speciali, previsto dall’emendamento», ha spiegato la sottosegretaria al ministero dell’Interno Wanda Ferro. «Non c’è nessuna volontà di penalizzare i fuorisede», ha aggiunto. Anzi, la volontà è quella di dare seguito alle sperimentazioni delle Europee 2024 e del referendum dello scorso giugno. «Continueremo su questa strada, ma con i giusti tempi per dare la possibilità di attrezzarsi ai tanti comuni italiani che al momento non sarebbero in grado di garantire le procedure richieste», ha detto Ferro.

Il referendum, però, non è spuntato all’improvviso nell’agenda politica nazionale, ma, al contrario, è il punto di arrivo di un percorso voluto, desiderato, agognato. Insomma, ci si poteva muovere per tempo. «Più che un passo indietro rispetto alle sperimentazioni, per me questa decisione è un passo fazioso», commenta con VITA Emiliano Manfredonia, presidente di Acli, in prima linea quando si parla di diritto al voto e partecipazione. La scelta dell’esecutivo, sostiene, non è tecnica ma premeditata: «Il governo il tempo lo aveva, ma essendo ovviamente interessato alla vittoria del Sì immagino fosse preoccupato per come avrebbe potuto posizionarsi l’elettorato dei fuorisede».
Al di là di questo sgambetto vero o presunto, il non voto rimane un’occasione persa. Dalle elezioni politiche del 2018 a quelle del 2022 l’affluenza è crollata dal 72,9% al 63,%. Alle Europee 2024 è scesa sotto il 50% (48,3%, sei punti in meno rispetto a quelle del 2019). Anche alle recenti elezioni regionali l’affluenza è stata misera, basti pensare a Toscana e Calabria dove ha votato meno di un avente diritto su due. «Se la partecipazione al voto continua a calare, perché non si usa uno strumento che potrebbe rafforzarla? Proprio perchè è un referendum senza quorum bisognava incentivare la partecipazione in particolare dei giovani. Sono perplesso, è una decisione grave», conclude Manfredonia.
Foto di Tanya Prodaan su Unsplash
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