Medio Oriente
Resistere lavorando: la Cisgiordania delle cooperative
Dal 7 ottobre 2023 in avanti, per le comunità locali palestinesi le cooperative non sono più solo un'attività economica: «La partecipazione comune a queste attività, la condivisione di strumenti, spazi e tempo permette loro di riconoscersi nel territorio e rimanere radicati», spiega Sabina Bellione, responsabile Progettazione di Cgm. «I palestinesi sono serafici ma volitivi, colpisce la loro capacità di essere resilienti immaginando e lavorando per un futuro diverso», aggiunge Laura Gallo, presidente della cooperativa sociale il Giardinone. Insieme, Bellione e Gallo hanno visitato 13 cooperative in West Bank
La cooperativa agricola Al-Khader, con sede nell’omonima cittadina a pochi kilometri da Betlemme, in Cisgiordania, esiste da quasi 40 anni e conta 35 membri che coltivano prevalentemente uva. Dal 7 ottobre 2023 dispone complessivamente soltanto di 22 ettari, perché oltre il 70% degli altri terreni è inaccessibile in quanto al di là del muro che separa la cittadina dalla zona di amministrazione israeliana e al quale non ci si può avvicinare a meno di non voler ritrovarsi a schivare proiettili.
A Betlemme, invece, la cooperativa di artigianato Holy Land Handcraft, che lavora legno e ceramica e che per una buona trentina d’anni ha vissuto soprattutto di esportazioni, nel giro di due anni è passata da 14 dipendenti a 4, mentre il fatturato è crollato dai circa 1,6 milioni di dollari del 2023 agli appena 400 mila del 2024 perché far uscire le merci è diventato troppo complicato.
Sono solo due delle tredici realtà che Sabina Bellione, responsabile Progettazione di Cgm, e Laura Gallo, presidente della cooperativa sociale Il Giardinone, hanno visitato in Palestina. Un viaggio di sei giorni (cui ha partecipato anche una delegazione di Vis – Volontariato internazionale per lo sviluppo) tra Ramallah, Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Tulkarem per scoprire un mondo cooperativo dove l’attività economica è, insieme, motore ed esito di una forma viva di resilienza. Perché nonostante le difficoltà, le comunità palestinesi continuano a lavorare per costruire il proprio futuro, un futuro diverso dal presente fatto di limitazioni e frequenti soprusi da parte dei coloni israeliani.
«Ero già stata in Cisgiordania e mi aspettavo, naturalmente, un contesto difficile, ma non così tanto. Dal 7 ottobre, la situazione è drasticamente peggiorata per i cittadini palestinesi e, di conseguenza, anche per le loro attività economiche», spiega Gallo. La più grande difficoltà sta nelle possibilità di circolazione: i checkpoint lungo le strade che collegano le varie città e i villaggi si sono moltiplicati, così come i tempi di percorrenza. In più, le azioni dei coloni estremisti mettono a repentaglio la vita e le attività dei palestinesi. «Abbiamo conosciuto alcune donne che per andare al raccolto nei loro terreni sono costrette a uscire di notte, per non essere viste e intercettate dai coloni. E magari tutto questo per arrivare e vedere che il loro uliveto è stato distrutto», sottolinea Bellione.
Eppure, sui loro volti non c’è disperazione, né rabbia. «Hanno chiaro quali dovrebbero essere i loro diritti e perché non li hanno, ma nonostante questo sono calmi, serafici», commenta Gallo. «Non è facile capire questo loro approccio alla vita, da un certo punto di vista è sconvolgente, eravamo più arrabbiate Sabina ed io. Al tempo stesso i palestinesi sono volitivi e quello che mi ha colpito di più è proprio la capacità di resistere immaginando e lavorando per il futuro, pensando che un domani potranno costruire delle scuole per i figli, potranno migliorare la qualità dei loro prodotti, installare pannelli solari e così via».
In questo fenomeno di resilienza, lo spirito comunitario e cooperativo gioca un ruolo fondamentale. Produrre olio, trasformare pomodori in conserve, creare artefatti di legno o ceramica non sono solo attività economiche, così come i laboratori non sono semplici centri produttivi: le cooperative diventano una forma collettiva di vita e di sostegno reciproco. «La partecipazione comune a queste attività, la condivisione di strumenti, spazi e tempo permette loro di riconoscersi nel territorio e rimanere radicati. Hanno paura, certo, ma è la loro terra e vogliono che continui a essere un punto di riferimento», spiega Bellione. Nella zona di Hebron, per esempio, dopo il 7 ottobre oltre 60mila persone hanno perso il lavoro. «Molti di loro si sono avvicinati all’attività agricola e alle cooperative della zona come modo per continuare un’attività e non venire sradicati dalla propria terra», racconta Gallo. «Sono tutti modi per investire sulla comunità: vicino a Jenin, una cooperativa ha chiesto aiuto a Medici Senza Frontiere per organizzare corsi di primo soccorso, così da poter accogliere con le proprie risorse gli sfollati che arrivavano».
Diverse delle cooperative che Gallo e Bellione hanno visitato sono composte e guidate da donne, che, in questo modo, diventano protagoniste economiche, sociali e culturali delle proprie comunità. «È facile immaginare che in situazioni di estremo bisogno sia più facile superare certi preconcetti, anche se nelle posizioni apicali della Cooperative work agency dell’Autorità nazionale palestinese [il principale ente regolatore della attività cooperative in Palestina, ndr] e all’equivalente della nostra Confcooperative sono tutti uomini», commenta Gallo.
In apertura: alcuni lavoratori della cooperativa agricola Al-Khader (via Cgm – Il Giardinone)
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