Immigrazione
Rotta balcanica, gli invisibili lasciati ancora morire
Report Frontex conferma: la polizia bulgara ignorò i soccorsi causando la morte di 3 minori, Ahmed, Ahmed e Seifalla. I volontari del Collettivo Rotte Balcaniche: «Avevamo provato a raggiungere i ragazzi, ma siamo stati bloccati dalla polizia». Poi denunciano: «c'è un’enorme ipocrisia». Frontex documenta le violazioni ma collabora quotidianamente con chi attua respingimenti e ostacola i soccorsi civili
di Asmae Dachan
A quasi un anno dalla morte di tre minori egiziani in Bulgaria, un report dell’Ufficio per i Diritti Fondamentali di Frontex conferma ciò che il Collettivo Rotte Balcaniche e No Name Kitchen denunciano da tempo: la responsabilità diretta della polizia di frontiera bulgara nella mancata attivazione dei soccorsi che avrebbe potuto salvare la vita dei tre ragazzi.
Nel dicembre 2024, Ahmed Samra, Ahmed Elawdan e Seifalla Elbeltagy, quindici e sedici anni appena, avevano contattato la linea di emergenza gestita dagli attivisti, operativa 24 ore su 24 per chi si trova in difficoltà nei boschi dopo aver attraversato la frontiera. Si trovavano nella zona di Gabar, in condizioni climatiche estreme: neve, temperature sotto zero, nessuna possibilità di riparo.
«Quella notte abbiamo ricevuto una segnalazione da tre minori egiziani», racconta Carlo, volontario del Collettivo Rotte Balcaniche. «I nostri volontari hanno provato a raggiungere le coordinate che ci erano state fornite, ma sono stati bloccati dalla polizia, nonostante avessimo chiamato i numeri di emergenza e richiesto un’ambulanza. Il nostro intervento è stato impedito e nessuno è andato sul posto».
Due giorni dopo, i corpi dei tre ragazzi sono stati ritrovati senza vita esattamente nel punto segnalato. Il report interno di Frontex, ottenuto tramite accesso agli atti e mai reso pubblico spontaneamente dall’Agenzia, conferma che le autorità bulgare avevano l’obbligo di intervenire: conoscevano la posizione dei minori, erano consapevoli del pericolo imminente e disponevano dei mezzi necessari per attivare un soccorso tempestivo. Nonostante ciò, non hanno agito. «Il ministero dell’Interno e la polizia bulgara hanno sempre negato le nostre accuse, sostenendo che forniamo segnalazioni false», spiega Carlo. «In realtà, Frontex ci ha dato ragione. Ma resta un’enorme ipocrisia: Frontex collabora quotidianamente con la polizia bulgara, usa i loro uffici, i loro agenti, le loro auto, e contribuisce a ostacolare i soccorsi fermando le nostre auto ai checkpoint».
La vicenda dei tre minori non è un caso isolato. Negli ultimi anni, l’Ufficio per i Diritti Fondamentali ha documentato ripetutamente pushback violenti, trattamenti degradanti e omissioni di soccorso da parte della polizia bulgara. Nonostante ciò, Frontex continua a collaborare con le autorità locali, arrivando persino a utilizzare queste morti per chiedere un aumento della propria presenza nel Paese. Dal marzo 2025, personale dell’Agenzia ha anche seguito e bloccato per ore le squadre civili di ricerca e soccorso, impedendo loro di raggiungere persone in pericolo.
Nel frattempo, il confine continua a trasformarsi. L’ingresso della Bulgaria in Schengen, avvenuto il 1° gennaio 2025, è stato accompagnato da un massiccio investimento nella protezione della frontiera: più polizia, più personale Frontex, più sensori, più tecnologia. Negli ultimi due anni, il confine è stato completamente militarizzato grazie ai fondi europei.
«Gli attraversamenti sono diminuiti», spiega Carlo. «Nel 2023 c’erano più di 100mila respingimenti, nel 2024 circa 50mila, e nel 2025 probabilmente saranno ancora meno. Ma noi continuiamo a ricevere segnalazioni quotidiane di emergenza». È cambiata anche la provenienza delle persone in movimento. Fino a poco tempo fa, la maggior parte erano siriani, anche famiglie. Dopo la caduta di Assad, gli attraversamenti siriani sono quasi scomparsi: molti siriani presenti nei campi bulgari sono tornati in patria, perché l’asilo non viene più concesso e chi riceve un diniego viene detenuto e costretto ad accettare il “rimpatrio volontario”. «Oggi la maggior parte delle segnalazioni riguarda persone provenienti dal Nord Africa: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto», continua Carlo. «Ci sono anche giovani afghani, ma ne incontriamo pochi perché seguono altri percorsi. E ci sono molti minori non accompagnati».
La rotta balcanica è uno dei principali corridoi migratori verso l’Ue dal 2015, diventata nel tempo un’area di violazioni sistematiche dei diritti umani e di gestione emergenziale permanente. Tra il 2015 e il 2016 quasi un milione di persone attraversa i Balcani; dopo l’accordo Ue–Turchia i flussi diminuiscono ma non si fermano, e la rotta diventa più frammentata. La linea di emergenza riceve chiamate da persone che non riescono più a proseguire il viaggio: disidratate, senza cibo da giorni, disorientate nei boschi, ferite, con fratture, infezioni, difficoltà respiratorie. «Ogni volta vengono avvisate le autorità e chiediamo un’ambulanza», racconta Carlo. «Ma l’ambulanza non arriva quasi mai. Arriva invece la polizia di frontiera, che usa violenza e respinge le persone in Turchia. I respingimenti sono una prassi quotidiana».
Il lavoro dei volontari consiste nel tentare di raggiungere le persone prima della polizia. Quando ci riescono, la presenza civile impedisce i respingimenti e costringe le autorità a rispettare il diritto internazionale, permettendo alle persone di rimanere in Bulgaria e, in alcuni casi, di essere portate in ospedale. «Il nostro obiettivo è garantire il diritto d’asilo, evitare i respingimenti e prevenire l’omissione di soccorso», conclude Carlo. «Perché se chiami le autorità ma non ti rechi sul posto, il rischio è che la polizia non intervenga, impedisca a te di intervenire e lasci le persone morire, come è accaduto ai tre ragazzi egiziani». Le morti di Ahmed, Ahmed e Seifalla non sono un incidente. Sono il risultato di un sistema di frontiera che, se non smantellato, continuerà a produrre violenza e a uccidere.
Credit foto Francesco Cibati
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