Filantropia

S. Maria Capua Vetere, se i detenuti vestono le “guardie”

Nella casa circondariale campana un centinaio di ristretti confeziona 30mila camicie l’anno per gli agenti di polizia penitenziaria. Tommaso D'Alterio, direttore generale Fondazione Isaia - Pepillo: «Un modello virtuoso, solido e forte, che pensa al futuro delle persone, una volta che hanno terminato di scontare le loro pene»

di Ilaria Dioguardi

Cento detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere confezionano ogni anno 30mile camicie per gli agenti della polizia penitenziaria. «Siamo partiti nel 2022 con un protocollo firmato con il ministero della Giustizia che prevede un supporto della Fondazione Isaia, ma anche del resto del gruppo, la nostra fondazione di impresa è stata costituita dall’azienda Isaia che si occupa di abbigliamento sartoriale», dice Tommaso D’Alterio, direttore generale Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo. «Il nostro ruolo è quello di fornire una consulenza gratuita al penitenziario per la realizzazione del laboratorio rivolto ai detenuti, sia per quanto riguarda la parte tecnica sia per quella sociale».

Laboratorio di camiceria avviato dopo il primo protocollo del 2022 tra il gruppo Isaia e il penitenziario di Santa Maria Capua Vetere

«È un progetto innovativo, porta un’ottimizzazione al ministero perché non ci sono più le commesse esterne ma il prodotto viene realizzato internamente, dando un reddito ai detenuti. Questo ci sembra molto interessante, anche rispetto ad altri progetti di lavoro in carcere che spesso prevedono la realizzazione di manufatti che però, poi, non hanno uno sbocco nel mercato», prosegue D’Alterio. «Quindi, si crea a volte la difficoltà di far proseguire le esperienze perché non si riesce a collocare il prodotto facilmente. Ciò può anche impedire il proseguimento delle iniziative, non si riesce a mantenere una sostenibilità economica».


Garantire la quantità e la qualità

I detenuti «devono garantire quantità e qualità perché c’è un cliente che aspetta queste 30mila camicie l’anno. C’è una scelta tecnica che va rispettata perché i capi devono avere determinate caratteristiche, se non le hanno il cliente/committente le respinge, proprio come avviene in un’azienda». Il laboratorio è stato allestito con macchinari e attrezzature del tutto simili a quelle presenti in un’azienda, «anche dal punto di vista tecnico si impara qualcosa di molto simile a quello che poi un domani si potrebbe fare fuori. Noi abbiamo cercato di andare al di là di quello che era il protocollo. Abbiamo anche lavorato per portare all’interno dell’azienda alcuni detenuti che avessero un regime detentivo che lo consentiva, per svolgere dei tirocini, degli stage, in modo che a fine pena si potesse pensare ad inserimenti in azienda. Abbiamo trovato un po’ di difficoltà burocratiche per questo tipo di inserimento», sottolinea D’Alterio, «non è facile portare delle persone fuori».

In totale 140 detenuti coinvolti

Nel primo laboratorio di camiceria erano impiegati circa 40 detenuti, nel secondo lavorano circa 100 detenuti. «È stato aperto un secondo spazio ed è stato chiesto sempre al gruppo Isaia di coordinare questa seconda produzione. I ristretti hanno due sarte molto brave che seguono questa attività quotidiana, a noi rimane un ruolo di verifica periodica, di coordinamento e anche di disseminazione dal punto di vista dell’esperienza, del suo valore sociale e anche di modello», continua D’Alterio.

Tommaso D’Alterio, direttore generale Fondazione Isaia-Pepillo

«Le due sarte svolgono la funzione sia di formazione sia di caporeparto, organizzano la produzione, devono gestire tutti i problemi quotidiani. Il fatto che ci sia una produzione numericamente così importante significa che ogni giorno bisogna risolvere delle difficoltà per mantenere un ritmo produttivo, altrimenti a fine anno quei volumi non si realizzano».

Allo studio un altro laboratorio

Adesso è allo studio un ulteriore step, anche legato alla difficoltà di portare fuori detenuti per far fare loro esperienze nell’azienda. «Questo progetto prevede la possibilità di realizzare presso il penitenziario un piccolo laboratorio del gruppo Isaia che produrrà degli oggetti più piccoli, come le cravatte oppure degli oggetti di recupero di scarti della lavorazione di altri prodotti, in modo da dare alle persone la possibilità di lavorare in previsione del fine pena», spiega D’Alterio.

Camicia realizzata all’interno del laboratorio per le divise della polizia penitenziaria
 

«Si sta ragionando con la direttrice dell’istituto Donatella Rotundo per aprire anche questa nuova fase in cui una persona abbia la possibilità di lavorare dentro le mura del carcere, ma non nella parte sorvegliata. Le persone che hanno mostrato buone capacità, buon impegno all’interno del laboratorio di camiceria potrebbero avere come seconda fase il passaggio in questo piccolo laboratorio dell’azienda, per poi lavorare, terminata la pena, nell’azienda stessa».

Un modello virtuoso

Questa esperienza di laboratorio, legata alla collaborazione con il ministero, «è stata anche portata al Cnel durante un recente convegno, come modello virtuoso di lavoro in carcere finalizzato all’inserimento lavorativo. Al netto del fatto che sappiamo che il lavoro in carcere riduce il rischio di recidiva ci sembra interessante il modello che dà stabilità a questa esperienza perché idealmente questa commessa ci sarà per sempre», dice D’Alterio, «a differenza di altre esperienze che possono durare un tempo limitato non può che crescere».

Un progetto che pensa al futuro dei detenuti

«Io dirigo questa piccola fondazione di impresa e ho un background aziendale. Quello che ho visto spesso nei progetti in cui c’è l’idea di creare un nuovo prodotto, addirittura un nuovo marchio, una nuova linea, ad esempio nel settore abbigliamento che è un po’ saturo, è che è difficile ricevere un’attenzione dal mercato. Il fatto che il laboratorio sartoriale è un lavoro molto simile a quello che si fa in azienda, dal nostro punto di vista rende il progetto molto più solido e forte dal punto di vista della possibilità di un successivo reinserimento della persona, a parte il fatto che già nell’immediato dà ai detenuti un reddito».

La direttrice Donatella Rotundo e Gianluca Isaia, presidente della Fondazione Isaia-Pepillo, firmano il nuovo protocollo che rinnova la collaborazione tra gruppo Isaia e penitenziario di Santa Maria Capua Vetere


Un “ponte” tra i detenuti e le aziende

«Noi siamo associati come azienda all’Unione industriali, stiamo cercando di lavorare con gli imprenditori per sensibilizzarli e magari provare a replicare iniziative simili alla nostra», spiega il direttore generale, «per collaborare con il ministero della Giustizia attraverso dei protocolli e pensare a esperienze in altri istituti di pena, che possano prevedere l’utilizzo della legge Smuraglia. Vorremmo creare un “ponte” tra i detenuti e non solo l’azienda Isaia, che è già pronta a valutarli quando usciranno, ma anche altre aziende».

Un’idea: la creazione di un database con le aziende del territorio

La Fondazione Isaia ha anche un’idea progetto. «La creazione di un database condiviso con le aziende del territorio, per agevolare un contatto, un colloquio. Questa idea progettuale ha vinto il Premio Innovazione Sociale promosso da Human Foundation. Una delle cose che abbiamo notato è che, quando i detenuti finiscono di scontare le pene, si perde ogni contatto. Noi vogliamo continuare a seguirli anche dopo, aiutandoli a entrare in contatto con le aziende, a fare un colloquio, verificando se c’è stata un’assunzione. Sarebbero tutte attività, secondo noi, necessarie per completare un progetto come il nostro», sottolinea D’Alterio.

Le divise confezionate dai detenuti di Santa Maria Capua Vetere per gli otto chef stellati e il maestro panificatore che hanno realizzato la cena dell’1 dicembre 2025 presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli

«Ovviamente questo è un progetto complesso che ha bisogno di tutta una serie di presupposti per essere messo in atto, però è qualcosa su cui stiamo lavorando da un po’ di tempo e speriamo in futuro di poterlo far diventare un progetto esecutivo, non solo un’idea progettuale».

Le giubbe per gli chef stellati

In occasione di “Cucinapoli”, evento di raccolta fondi a sostegno dei progetti della Fondazione Isaia-Pepillo «nell’ambito dell’inclusione sociale e della valorizzazione del nostro patrimonio nel saper fare, i detenuti di Santa Maria Capua Vetere hanno realizzato delle divise per gli otto chef stellati e il maestro panificatore, che hanno realizzato la cena dell’1 dicembre scorso presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli. Sono stati creati per l’occasione anche dei piccoli gadget che sono stati donati ai partecipanti, quest’anno sono state realizzate delle pochette con materiale di scarto della produzione Isaia, sulla scia dell’idea di economia circolare e di recupero: materiale che sembrava da buttare viene recuperato e trova nuova vita», conclude D’Alterio.

Uno degli chef, Domenico Candela, nella scorsa edizione era stato particolarmente emozionato dalla giubba che aveva ricevuto e chiese una divisa in più. La direttrice Donatella Rotundo rimase contenta di questa richiesta, chiese allo chef di andare nel penitenziario a ritirare la sua commessa (VITA ne scrisse nell’articolo qui sotto).

Foto Fondazione Isaia-Pepillo

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.