Cosa portiamo nel 2026

Sarah Malnerich (Mammadimerda): «Il telefono fisso, per riscoprire il lusso del tempo lento»

Quale oggetto sarà al centro delle nostre vite nel nuovo anno? Che cosa va riscoperto? Per la cofondatrice di Mammadimerda il fatto di non essere sempre reperibili ci riporta al diritto ad avere una vita privata, disconnessa, e soprattutto ad avere dei momenti da dedicare a sé stessi. Soprattutto per le donne

di Veronica Rossi

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

«Il telefono fisso». È questo l’oggetto che per Sarah Malnerich sarebbe da riscoprire nel 2026. Lei, insieme a Francesca Fiore, è l’anima di “Mammadimerda”, progetto divulgativo online che racconta le difficoltà nell’essere genitori, soprattutto madri. È una provocazione, che potrebbe suonare strana da parte di chi con smartphone e social ha costruito la propria community, ma che a ben vedere non lo è per nulla. Vale per tutti, ma per chi ha molta visibilità c’è un fatto che oggi diventa evidente: il diritto alla disconnessione. «Sarebbe bello concedersi il lusso di essere irreperibili ogni tanto, non far sapere dove si è», dice Malnerich. «Sembra che una persona che non si manifesti, che non si renda visibile, non esista. Una volta, semplicemente si dava per scontato che l’altro conducesse la sua vita. Oggi invece siamo così abituati a vedere tutto che non consideriamo reale quello che non ci viene mostrato».

Riscoprire la linea fissa non significa solo rispondere al telefono quando si è a casa e non quando si sta facendo altro, ma anche concedersi il tempo giusto per le relazioni e per sé stessi. «Quando ci si chiamava, c’era il gusto di farsi una chiacchierata, ora ci mandiamo dei vocali», continua l’influencer, «tutto avviene mentre ci sono altre incombenze, altri impegni. Quello che passiamo a chattare non è quasi mai tempo dedicato veramente all’altra persona e allo scambio con lei. La relazione diventa solo intrattenimento, una forma di consumo». Non è un caso che la nostra società iperconnessa sia anche la società della solitudine, e che The Economist poche settimane fa abbia dedicato la copertina alla recessione delle relazioni (The great relationship recession).

Una mancanza di tempo generalizzata, soprattutto per le donne

A ben vedere, il poco spazio che abbiamo per dedicarci ai rapporti umani – telefonici o in presenza – è un sintomo di un problema più grande, che affligge soprattutto le donne: la carenza di tempo e soprattutto di tempo libero. «Sappiamo che mediamente le donne in Italia dedicano più di sei ore al giorno al lavoro di cura non retribuito», spiega Malnerich. «Poi c’è – per chi ce l’ha, perché l’occupazione femminile è ancora troppo bassa in Italia – l’impiego che ti permette di portare a casa lo stipendio. Secondo un report di Unitelma Sapienza uscito questo mese e guidato da Azzurra Rinaldi, l’80% delle donne tra i 36 e i 45 anni non ha un’ora al giorno da dedicare a sé stessa. Quindi, può stupire che non abbiamo il tempo di fare una chiacchierata, se dobbiamo scegliere tra questa e la doccia?».

È ovvio che la mancanza di momenti da dedicare alla propria cura – che questa sia attività sportiva o relax, qualsiasi cosa possa ricaricare e ridurre lo stress – abbia ricadute sulla salute fisica e mentale delle donne. Non stupisce, quindi, che la popolazione femminile sia più soggetta a depressione e a disturbi di ansia. «Il carico non è solo visibile», chiosa l’attivista, «c’è tutta la parte di pianificazione, di micromanagement, di microcontrollo in remoto. Ci sono tantissime energie che noi donne disperdiamo, senza quasi rendercene conto».

Spartirsi il carico in maniera equa

Quali dovrebbero essere, quindi, i buoni propositi per il nuovo anno, per far sì che il carico di lavoro finalmente non gravi solo sulla componente femminile della famiglia? «Ci vorrebbe un’equa ripartizione dei carichi domestici e familiari, dalla cura dei figli a quella dei parenti malati», dice Malnerich. «Siamo la generazione di mezzo, schiacciata tra genitori anziani e bambini ancora piccoli. Abbiamo bisogno che aumenti la consapevolezza, ma che di pari passo crescano anche le politiche di sostegno per le madri e quelle che aiutino i padri a conciliare vita privata e vita lavorativa».

Quando si parla di conciliazione, solitamente si pensa subito alle mamme, ma in realtà bisognerebbe considerare anche i papà. «In Italia il welfare e le politiche per le famiglie sono fortemente sbilanciati», continua l’influencer. «Pensiamo solo al congedo di paternità, appena di dieci giorni. Serve un lavoro di concerto, politiche strutturali integrate, perché comunque anche le misure che appaiono e scompaiono nelle manovre di bilancio non aiutano. Bisogna promuovere anche un cambiamento culturale: molti padri non chiedono nemmeno i pochi giorni che ci sono perché temono di apparire meno competitivi a livello lavorativo».

Se a volte diciamo di no, non succede nulla

C’è qualcosa che le donne possono fare per sé stesse, impegnandosi nel nuovo anno? «Mi rendo conto che sia una questione di privilegio, della famiglia in cui si vive, della condizione economica», risponde Malnerich, «ma potremmo cominciare noi a mettere dei paletti. Dovremmo iniziare a fare delle prove, per scoprire che se non ci occupiamo noi di una cosa il mondo va avanti lo stesso. Il mondo in cui siamo cresciute e socializzate, i modelli che abbiamo introiettato, non sono stati costruiti dalle donne per le donne. Viviamo in un mondo maschile, in cui abbiamo degli standard fittizi che ci fanno sentire inadeguate». Per questo, il primo libro delle due autrici di “Mammadimerda”, che si chiama Non farcela come stile di vita (Feltrinelli), rappresenta una madre su una bicicletta dalle ruote quadrate: alle donne viene detto che possono avere le stesse possibilità degli uomini, ma non sono messe in condizione di poterle realizzare. E, col tempo, non si sta andando verso il meglio. «I problemi sono ancora lì, irrisolti», conclude Malnerich. «Lo vediamo dai dati Istat che escono ogni anno. Il numero di giornate di congedo richieste è sbilanciatissimo sulle madri, gli asili nido hanno posto a malapena per tre bambini su dieci e le donne che decidono di fare un figlio, per almeno 15 anni dall’evento, guadagneranno sensibilmente meno non solo delle controparti maschili, ma anche di quelle femminili che hanno deciso di non fare figli».

In apertura Sara Malnerich (a sinistra) e Francesca Fiore (a destra), le fondatrici di Mdm srl

Per la serie di interviste “Cosa portiamo nel 2026” leggi anche:

Matteo Lancini, lo smartphone

Valentina Tomirotti, l’interruttore

Enrico Galiano, la lettera scritta a mano

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