L'analisi

Sarajevo, dai “safari di guerra” alle fragilità di oggi

L'indagine della Procura di Milano sui presunti «cecchini turistici» italiani durante l'assedio di Sarajevo riaccende i riflettori su una nazione profondamente divisa. Secondo Joshua Evangelista, giornalista ed esperto di Balcani, la classe politica strumentalizza i traumi del passato per nascondere la corruzione dilagante, mentre la scuola alimenta le tensioni

di Francesco Crippa

L’inchiesta della Procura di Milano sulla presenza di italiani tra i presunti «cecchini turistici» che durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996) avrebbero pagato per appostarsi attorno alla città con l’Armata popolare jugoslava e delle forze serbo-bosniache della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina (Repubblica Srpska) e sparare sui civili ha riacceso l’attenzione su un Paese dove la memoria collettiva di quanto accaduto 30 anni fa non è ancora stata pacificata. Un Paese, commenta Joshua Evangelista, giornalista esperto di Bosnia Erzegovina, che oggi appare profondamente «separato».

«È praticamente certo che i “cecchini turistici” ci siano stati», sottolinea Evangelista, responsabile della comunicazione di Fondazione Gariwo. Le testimonianze sono tante, da quella del vigile del fuoco che, durante il processo della Corte penale internazionale dell’Aja all’ex leader serbo serbo Slobodan Milošević, aveva denunciato la presenza di «tiratori turistici», fino a quelle raccolte nel documentario Sarajevo safari (2022, regia di Miran Zupanic). Ma al di là di quello che accerterà la Procura di Milano – alla cui indagine, per fare adeguatamente luce su questi personaggi, andrebbero affiancate inchieste estere e internazionali – è, secondo Evangelista, tutta la società bosniaca a dover fare i conti con il proprio passato.

Il filo che intreccia il turismo, la storia della Bosnia Erzegovina e la sua memoria collettiva non è solo quello a tinte macabre dei «safari di guerra», ma anche quello contemporaneo. Evangelista ha dedicato al tema un intero capitolo del suo libro Sarajevo. Laboratorio fragile di convivenze, metronomo dei Balcani. «C’è un turismo molto ambiguo verso il Paese, specie verso Sarajevo, che è tutto legato alla guerra e che è incentivato dal fatto che sia tutto lì, a disposizione del turista. Se da un certo punto di vista è una cosa buona che le le persone vogliano capire cosa è successo, dall’altro lato secondo molti c’è il rischio che perpetri un senso di vittimismo perenne che impedisca di andare oltre», spiega Evangelista.

Oggi, a 30 anni dalla firma degli accordi di Dayton, che hanno posto fine alla guerra dividendo il Paese in Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza bosgnacca e musulmana) e Repubblica Srpska (a maggioranza serba e ortodossa), un vero percorso di riconciliazione non è stato ancora intrapreso. «Il Paese è come se fosse congelato. Anzi, attivisti e storici sostengono che questo sia il peggior momento sul fronte della riappacificazione interna», spiega Evangelista, secondo cui la responsabilità di questo clima va attribuita soprattutto alla classe politica. «La tendenza è quella di fare una perenne campagna elettorale su quello che è successo 30 anni fa e sul rischio che possa accadere di nuovo». I bosgnacchi rivendicano il loro essere state vittime e accusano i serbi della Repubblica Srpska di negazionismo, mentre i serbi bosniaci ritengono che alla fine della guerra gli siano stati negati dei diritti e quindi si dichiarano vittime a loro volta, rilanciando il nazionalismo serbo. «Ma parlare dei fantasmi del passato non fa vedere i problemi del presente, come la corruzione dilagante o lo sperpero di fondi europei», commenta Evangelista.

E la scuola, invece di essere il luogo dove creare una memoria comune, è incubatrice di tensioni. «La storia viene insegnata in maniera diversa a seconda delle aree. Dove la popolazione è a maggioranza croata si parla dell’indipendenza croata, dove ci sono i bosgnacchi si parla del genocidio di Srebrenica, dove ci sono i serbi del bombardamento Nato di Belgrado». La radicalizzazione è a sotto gli occhi di tutti. «A Sarajevo est ho trovato dei murales che ricordano Ratko Mladić e Radovan Karadzić, tra i più efferati criminali della guerra. Ho chiesto a degli abitanti di Banja Luka [la capitale de facto della Repubblica Srpska, ndr] cosa ne pensassero e mi hanno risposto che per loro sono persone che le hanno difese», racconta Evangelista. «Del resto – aggiunge – basta guardare al presidente della Srpska Milorad Dodik, che un tempo riconosceva il genocidio di Srebrenica e oggi lo nega».

In tutto questo, Sarajevo fa storia a sé. «È una città-mondo, con dinamiche diverse sia rispetto alla Federazione che alla Repubblica Srpska. Ha un animo internazionale, ma sempre più subisce il soft power di attori esteri, come la Turchia e i Paesi del golfo, quindi questa naturala multiculturale che l’accompagna fin dalla fondazione sta scemando», spiega ancora Evangelista, che nel suo libro ha trattato proprio di questi temi. «Nell’idea collettiva, anche occidentale, la cifra di Sarajevo è proprio la multiculturalità, ma la presenza di investitori turchi o comunque non europei sta portando a un’islamizzazione evidente della città».

In un Paese attraversato da un conflitto più o meno latente – Evangelista racconta di cori nazionalisti serbi inneggianti alla pulizia etnica fatti partire vicino al memoriale di Srebrenica poco dopo la fine delle commemorazioni per il trentennale del genocidio – alcune «isole felici» esistono. «Ci sono delle associazioni giovanili che sono vere nicchie di speranza: fanno attività artistiche e culturali per rompere i muri che sono stati costruiti, anche se il lavoro non è facile», sottolinea Evangelista. «Basti pensare che nella Repubblica Srpska c’è una legge sugli agenti stranieri molto simile a quella russa, che complica la presenza di ong che vogliono avviare percorsi di riconciliazione».

Un esempio, racconta, è la School of good talks, vicino a Srebrenica, dove si insegna musica e dove la conciliazione non viene cercata attraverso una discussione che porti le parti a essere d’accordo, ma nella vita quotidiana. «I genitori dei bambini e dei ragazzi 30 anni fa si trovavano in opposte fazioni, ma oggi sono lì seduti ad ascoltare i figli insieme. Secondo il direttore della scuola, la conciliazione avviene quando si dà ai ragazzi la possibilità di muoversi liberamente dentro e fuori dal Paese, perché permette loro di acquisire nuova consapevolezza, e soprattutto quando non si punta sul chiarire chi ha torto o ragione ma sulla loro cultura comune».

AP Photo/Armin Durgut/LaPresse

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