Giornata internazionale dell’educazione

«Scuole distrutte e classi da 60 bambini, così si condanna la Siria alla povertà»

Con 2,4 milioni di bambini fuori dal sistema scolastico e aiuti internazionali in calo, l'istruzione in Siria è un’emergenza che rischia di diventare cronica. Luca Ricciardi, direttore di WeWorld nel Paese: «Ci sono pochi insegnati e mal pagati, serve lavorare con le comunità per far capire l'importanza dell'istruzione e contrastare l'abbandono scolastico»

di Francesco Crippa

Gli scontri che, nonostante il cessate il fuoco temporaneo siglato il 20 gennaio, si trascinano ormai da due settimane nel nord-est della Siria tra esercito e milizie arabe da un lato e i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane dall’altro hanno già generato almeno 134 mila sfollati, secondo i dati comunicati dall’Onu. Questa nuova esplosione di violenza arriva a poco più di un anno dalla caduta del regime di Bashar al-Assad e rischia di compromettere gli sforzi di stabilizzazione e normalizzazione compiuti finora. A subirne le conseguenze potrebbero essere soprattutto i minori: tra sfollamenti, insicurezza e nuove distruzioni degli edifici potrebbero essere costretti ad abbandonare la scuola.

Nel mondo, come segnalato nel report Learning Out Loud pubblicato da WeWorld in occasione della Giornata internazionale dell’educazione, che si celebra oggi 24 gennaio, i bambini che non ricevono un’educazione scolastica sono 251 milioni, ma il numero potrebbe crescere ulteriormente nel corso del 2026 a causa della contrazione degli aiuti internazionali nel campo dell’educazione, stimati in un buco di 3,2 miliardi di dollari che andrà a colpire un settore già ampiamente sottofinanziato a livello globale: nel 2024 è stato coperto solo il 29,8% dei fondi necessari, nel 2025 appena il 24%. Secondo l’Unicef, in Siria sono già circa 2,4 milioni i bambini che non frequentano la scuola. Chi riesce ad accedere a percorsi educativi – 4,8 milioni di bambini, di cui 1,6 milioni a rischio concreto di abbandono scolastico – lo fa spesso in condizioni di difficoltà.

«Innanzitutto, è facile che le scuole siano lontane dai posti dove vivono i bambini, specie nelle aree rurali, e questo implica un problema relativo al trasporto», spiega al telefono Luca Ricciardi, direttore delle operazioni di WeWorld in Siria. In secondo luogo, c’è un tema legato alla qualità dell’insegnamento: «Gli insegnanti sono pochi e mal pagati e spesso sono costretti a fare lezione in aule sovraffollatissime, che possono arrivare fino a 60 bambini per classe. Questi fattori da un lato minacciano l’apprendimento dei minori, dall’altro fanno crescere il rischio di abbandono scolastico», tra l’altro già alto per tutti quei bambini che vivono in famiglie in condizioni indigenti e quindi sono costretti a lasciare l’istruzione per andare a lavorare. Un altro problema è quello dei matrimoni precoci, che porta tantissime bambine a lasciare la scuola anzitempo.

Uno dei progetti educativi di WeWorld in Siria (via WeWorld)

Investire sull’educazione significa investire sul futuro. Al contrario, tagliare i fondi «vuol dire condannare un Paese alla povertà. Qui in Siria è evidente: dopo 15 anni di guerra il livello di istruzione dei bambini è molto basso, il che è ancora più grave se si pensa che la Siria era un Paese molto scolarizzato», sottolinea Ricciardi. WeWorld, presente in Siria dal 2011, lavora per contrastare questa emorragia educativa e rendere la scuola un presidio di protezione sociale per i bambini. Il modello educativo proposto dall’ong è riassunto nell’acronimo Cares – community, access, rights, expression, safety -, che riconosce i bambini come soggetti attivi del proprio percorso di apprendimento e disegna ogni attività in relazione al luogo, adattandola ai bisogni e alle difficoltà specifiche. In un contesto come quello siriano, l’accesso all’educazione è minacciato da problemi di ordine diverso, questo approccio si traduce, da un punto di vista sociale, in un dialogo costante con le comunità locali per sensibilizzare sul valore dell’educazione. «Nelle aree urbane è relativamente facile intervenire, ma in quelle rurali facciamo molta più fatica. Per questo lavoriamo tantissimo non solo con i minori ma anche con le famiglie, per trasmettere loro il valore dell’istruzione e renderli consapevoli dei rischi connessi a lavoro e matrimonio precoce», racconta Ricciardi. Inoltre, c’è anche una questione di opportunità: spesso, specie nelle aree rurali, l’istruzione dopo i primi anni di alfabetizzazione primaria non viene vista come un valore aggiunto, ma come un costo che non apre prospettive migliori da un punto di vista economico rispetto a quelle offerte dall’imparare un mestiere. Per questo, puntualizza Ricciardi, è fondamentale che i progetti educativi siano inseriti in un più ampio intervento che coinvolga la comunità a 360 gradi.

In un contesto in cui le scuole danneggiate o inagibili sono quasi ottomila e dove i fondi statali per l’educazione sono crollati del 78% in 15 anni, il primo canale di intervento di WeWorld è la ristrutturazione. «Ovviamente non è facile fare attività didattica se la struttura non è sicura, ma per molti è la normalità». L’obiettivo è trasformarli in luoghi accoglienti. «Non è solo una questione di spazi interni, ma anche esterni. Di recente sono stato in una scuola di Aleppo dove abbiamo realizzato un campo da calcio e lì si nota che i bambini non vedono più la scuola come quattro mura ma come un luogo in cui divertirsi», spiega Ricciardi. Ristrutturare gli edifici scolastici, aggiunge, significa anche attaccarli alla rete idrica, perché garantire un livello minimo di igiene non solo è un’imperativo morale nei confronti dei bambini, ma è anche un modo per incentivarli a frequentare la scuola, perché qui possono trovare un servizio che a casa magari non hanno.

«Inoltre, ci occupiamo anche di formazione degli insegnanti, di forniture di kit scolastici e di “corsi di recupero” nel weekend per i bambini che affrontano più difficoltà o sono a rischio abbandono». Ma al oltre alle difficoltà logistiche, all’insicurezza degli spazi e al problema “culturale” del valore dell’istruzione, l’educazione dei bambini in Siria deve fare i conti con i traumi psicologici causati dall’essere nati e cresciuti in contesti profondamente segnati dalla guerra e dalla violenza degli ultimi anni. «Vediamo tantissimi bambini che sebbene l’età hanno già vissuto momenti di deprivazione non solo educativa, ma anche economica e sociale e quindi hanno dei traumi psicologici così radicati che a un certo punto diventano la normalità, difficili da riconoscere e da trattare, ma proprio per questo stiamo per lanciare un progetto con un partner locale che si occupa di protezione dei minori, in modo da garantire non solo l’educazione ma anche il supporto psicosociale», illustra Ricciardi.

In apertura: uno dei progetti educativi di WeWorld in Siria (via WeWorld)

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