Anziani
Senior cohousing e cohousing intergenerazionale: così il Governo riscrive l’abitare per la terza età
Previste dalla riforma della non autosufficienza, il Governo ha presentato una prima versione delle nuove Linee guida in materia di senior cohousing e di cohousing intergenerazionale, per affiancare altri modelli di residenzialità per anziani, accanto a Rsa e badanti. Elena Rendina, dirigente del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali: «Non si tratta di modelli nuovi in assoluto, ma con le linee guida vorremmo renderli replicabili e strutturalmente integrato nei sistemi locali di welfare»
Senior cohousing e cohousing intergenerazionale: sono queste le soluzioni proposte dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per ripensare l’assistenza agli anziani favorendo forme di domiciliarità e di coabitazione solidale diverse dai modelli tradizionali, come l’assistenza a casa tramite “badante” e la residenza in Rsa. Una necessità, spiega a VITA Elena Rendina, dirigente della Divisione Politiche sociali per le persone con disabilità e per le persone non autosufficienti del ministero, dettata dalle «profonde trasformazioni demografiche e sociali in atto», che impongono di valorizzare «l’autonomia individuale, la dimensione relazionale e la vita comunitaria».
Il 16 dicembre scorso il ministero ha presentato al Comitato interministeriale per le politiche a favore delle persone anziane – Cipa le Linee guida in materia di senior cohousing e cohousing intergenerazionale per l’attuazione dell’articolo 15 del decreto legislativo 29/2024 (a sua volta in attuazione della legge 33/2023, più nota come riforma della non autosufficienza). Le Linee guida, aperte a modifiche a seguito delle discussioni da parte del Comitato, si propongono come uno strumento di supporto per le politiche pubbliche e per tutti i soggetti istituzionali e sociali coinvolti nella creazione di queste esperienze, con l’obiettivo – aggiunge Rendina – «di renderle replicabili e strutturalmente integrate nei sistemi locali di welfare».
Il senior cohousing come strategia contro l’isolamento
La prima esperienza proposta è quella del senior cohousing, cioè la convivenza tra persone anziane che scelgono volontariamente di vivere insieme. Questa modalità abitativa prevede la condivisione di una struttura residenziale – articolata in un unico immobile o in un complesso residenziale – all’interno della quale sono presenti spazi e servizi comuni, pensati per facilitare la quotidianità e promuovere la socialità. Possono accedervi gli over 65 (ma ci possono essere deroghe per chi ha almeno 60 anni) che godono di un buon livello di autonomia gestionale e relazionali. Ciò non significa essere per forza del tutto autosufficienti: dei bisogni assistenziali possono esserci, ma devono essere affiancati dalla possibilità concreta di essere sostenuti in modo adeguato e appropriato per l’organizzazione e le finalità della coabitazione. Tra gli altri requisiti, ci sono quelli di natura economica volti a garantire una condizione finanziaria compatibile con le spese quotidiane necessarie per la gestione della convivenza. Inoltre, occorre essere in regola con i pagamenti di eventuali contributi pubblici ricevuti in precedenza.
La dimensione “comunitaria” realizzata dal senior cohousing cambia l’approccio all’assistenza degli anziani, finora divisa tra l’assistenza domiciliare tramite una persona esterna (il o la “badante”) e l’ospitalità nelle Rsa. Entrambi i modelli, sottolinea Rendina, «faticano a intercettare in modo pieno e integrato la complessità dei bisogni delle persone anziane. La permanenza al domicilio con un’assistenza individuale, pur garantendo continuità abitativa, rischia spesso di tradursi in una condizione di solitudine e di progressivo isolamento sociale», mentre l’inserimento in strutture residenziali sanitarie «può comportare frequentemente una marcata istituzionalizzazione dei percorsi di vita, con una conseguente riduzione dell’autonomia personale e della capacità di autodeterminazione».
In questo senso, la coabitazione tra pari diventa una soluzione intermedia «in grado di coniugare indipendenza abitativa, sicurezza e qualità delle relazioni», offrendo un ambiente che favorisce «socialità, mutuo aiuto e costruzione di legami significativi» ma senza dover rinunciare alla sfera privata dell’abitazione personale. «L’elemento fondante del cohousing risiede, infatti, nella possibilità per le persone di mantenere un ruolo attivo all’interno di una comunità, partecipando alla vita collettiva e prevenendo situazioni di isolamento e marginalità», illustra ancora la dirigente del ministero. «In tal modo, il cohousing non rappresenta solo una soluzione abitativa, ma un vero e proprio modello di inclusione e di partecipazione sociale». Tanto per gli anziani, quanto per i giovani.
Il cohousing intergenerazionale: anziani e giovani che uniscono le forze
La seconda progettualità presentata nelle Linee guida è quella del cohousing intergenerazionale, che unisce persone di diverse età e condizioni di vita che scelgono volontariamente di abitare nello stesso complesso residenziale o, in alcuni casi, di condividere la stessa unità abitativa. Per accedere, bisogna avere tra i 18 anni e i 36 anni e, specificano le Linee guida, bisognerà dare precedenza a chi versa in condizioni svantaggiate: studenti fuori sede, precari, care leavers, giovani seguiti dai servizi sociali. La finalità è risponde alla crisi abitativa, che colpisce soprattutto i giovani, e alla solitudine degli anziani. Si crea, in questo modo, un rapporto win-win: l’anziano offre casa o esperienza, il giovane offre supporto pratico e compagnia. «I benefici attesi non si limitano alla dimensione relazionale, ma riguardano anche la valorizzazione del capitale sociale, lo sviluppo di comunità più inclusive e solidali e la promozione di modelli di vita orientati alla sostenibilità ambientale e alla condivisione delle risorse», indica Rendina. In questo senso, i vantaggi economici riguardano principalmente la riduzione dei costi degli alloggi (attraverso la condivisione di spazi e risorse) e la valorizzazione di immobili esistenti, garantendo così un minore consumo di suolo.
Il cohousing ha un impatto sulla rigenerazione urbana e sociale, ma serve un cambio culturale
Per Rendina, il cohousing può essere anche una risposta concreta allo spopolamento che colpisce i territori meno urbanizzati. «Promuovendo nuove forme di socialità e di vita comunitaria e attraverso la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente e la costruzione di reti di prossimità, il cohousing può contrastare l’isolamento sociale e favorire la permanenza delle persone nei territori, contribuendo a rafforzare la coesione sociale e a sostenere processi di rigenerazione territoriale, anche nei contesti caratterizzati da maggiore fragilità demografica».
Entrambe le esperienze non sono nuove, ma sono ancora scarsamente diffuse. Per questo, sarà necessario accompagnare culturalmente la loro implementazione nei sistemi di welfare esistenti. «Il cohousing si configura come una vera e propria esperienza educativa e di cittadinanza attiva», commenta Rendina. «Coerentemente con tale impostazione, le Linee guida prevedono l’impegno a sviluppare una mirata strategia di promozione culturale e di comunicazione sociale per diffondere la conoscenza del modello, favorirne la comprensione e a accompagnarne la progressiva integrazione nel contesto territoriale».
Per quanto riguarda la sostenibilità economica e organizzativa delle progettualità, le Linee guida propongono il riuso e la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente, in particolare gli immobili di proprietà pubblica (per esempio una vecchia scuola), ma anche il ricorso a strumenti di rigenerazione urbana capaci di coniugare riqualificazione del territorio e innovazione sociale. È in questa prospettiva che viene incentivata la collaborazione tra soggetti pubblici, enti del Terzo Settore e operatori privati, così da integrare competenze, risorse e responsabilità.
Il commento dell’Ordine degli assistenti sociali
Secondo Mirella Silvani, vicepresidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali (che fa parte del Cipa, a cui sono state presentate le Linee guida), «il documento apre a scenari di rigenerazione urbana basati su un nuovo modo di intendere la convivenza sociale» che possono diventare un investimento strategico per il futuro. Al tempo stesso, però, commentando le Linee guida Silvani ha chiesto più certezze: «Se vogliamo che i progetti di cohousing prendano vita, serve chiarezza sulle risorse a disposizione ed è necessario investire nella formazione dei professionisti e dei dirigenti dei servizi sociali e sociosanitari e degli altri settori coinvolti. Non sono sufficienti indicazioni chiare senza un cambio culturale e una nuova visione dei progetti di vita di chi è anziano».
In apertura: Age Cymru via Unsplash
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