Oltre Trump e Maduro

«Smettiamo di infantilizzare i venezuelani: non sono bambini da educare»

Diego Battistessa, latinoamericanista esperto di Venezuela: «Il Venezuela è stato e continua ad essere un Paese dove si può andare in carcere senza un'accusa formale come è successo ad Alberto Trentini. La cattura di Nicolas Maduro non ha scalfito il sistema di potere né l’apparato repressivo sofisticato creato soprattutto negli ultimi dieci anni»

di Cristina Giudici

Dopo la liberazione tanto attesa di Alberto Trentini, ha commentato: «La notizia mi riempie di gioia ma ricordo a tutti che il Venezuela è stato e continua ad essere un Paese dove si può andare in carcere senza un’accusa formale come è successo ad Alberto e ad altre mille persone che si trovano nelle carceri venezuelane». Questa è stata la reazione a caldo dell’analista Diego Battistessa, latinoamericanista esperto di Venezuela, dove ha vissuto per lunghi periodi, occupandosi soprattutto dell’esodo migratorio drammatico che ha portato all’estero otto milioni di venezuelani.

«Dobbiamo continuare a chiedere la liberazione degli altri prigionieri politici, anche se il regime non li definisce tali ma in modo dispregiativo escuálidos (squallidi). I chavisti hanno coniato questo termine per dissidenti e oppositori, privandoli di ogni legittimità», afferma Battistessa che nel 2021 ha passato sei mesi sul confine colombo-venezuelano, focalizzandosi in particolare sulle condizioni delle donne migranti. «I venezuelani sono rimasti con la bottiglia di spumante in mano senza poter stapparla», osserva con un’allegoria calzante. «In Italia la percezione pubblica della gravità della situazione venezuelana ha iniziato a cambiare in modo più netto solo quando quella violazione ha avuto il volto italiano di Trentini. La sua sofferenza ha reso visibile ciò che da anni veniva documentato, denunciato e certificato da organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani», spiega Battistessa che scrive su Il Fatto Quotidiano e il Pais oltre a insegnare all’università di Madrid. 

«La cattura di Nicolas Maduro non ha scalfito il sistema di potere né l’apparato repressivo sofisticato creato soprattutto negli ultimi dieci anni. L’autarchia venezuelana ora è formalmente rappresentata dalla presidente Delcy Rodríguez che sa di camminare sulla lama di un rasoio perché consapevole di essere sacrificabile. Nonostante sia una politica abile e scaltra, non rappresenta una soluzione politica ma garantisce continuità amministrativa e un canale operativo con i centri del potere coercitivo: le forze armate guidate da Vladimir Padrino López e le strutture parastatali riconducibili al ministro dell’Interno Diosdado Cabello. Delcy Rodríguez consente agli Usa di interagire con uno Stato ancora funzionante, evitando un collasso immediato ma per i venezuelani rimasti intrappolati, quelli che non sono fuggiti o emigrati, la vita resta molto precaria». 

Soprattutto fra il ceto popolare che ora teme le forze paramilitari filogovernativi dei Colectivos che pattugliano strade e quartieri di Caracas per impedire ogni protesta da parte degli oppositori. Osserva Battistessa: «I ceti popolari hanno appoggiato all’inizio la rivoluzione bolivariana, portando Chavez al potere e poi hanno progressivamente abbandonato Maduro. Oggi assistiamo a due reazioni completamente opposte: la diaspora venezuelana ha gioito per l’uscita di scena di Maduro, illudendosi che fosse l’inizio di una rivoluzione democratica di un ritorno a una situazione stabile dentro il Paese dove non ci fosse più un solo partito che accentra tutti i poteri. All’interno invece la popolazione è stata soggetta a un ordine esecutivo di Delcy Rodríguez che ha previsto di punire con il carcere chiunque avesse festeggiato il sequestro di Maduro da parte degli Stati Uniti». 

Niente di nuovo per una popolazione che subisce una repressione sistematica, accentuata dopo le proteste per la frode elettorale nel luglio del 2024. «La popolazione si è purtroppo abituata a non poter manifestare nelle strade. In mezzo a questo silenzio, ovviamente spiccano quelle manifestazioni, in parte credo sincere, in parte spinte dai Colectivos che non sono solo delle strutture paramilitari ma controllano interi quartieri di Caracas per far vedere che esiste una reazione popolare alla caduta di Maduro». Morale: la cattura di Maduro è stata un’operazione gattopardiana. All’interno del Venezuela si assiste infatti a un attrito e al contempo a una convivenza forzata per la sopravvivenza. «La cupola che in questo momento sta dirigendo il Venezuela è formata dal Diosdado Cabello che ha in mano la polizia, le forze dell’ordine pubblico e le milizie paramilitari dei Colectivos che si stanno occupando di vigilare sulla popolazione, Vladimir Padrino Lopez che dirige l’esercito, Jorge Rodriguez il potere politico dell’assemblea nazionale (Il parlamento), mentre la presidente Delcy Rodriguez è il punto di contatto diretto con Washington. L’assetto secondo me non è ancora quello definitivo, soprattutto per quanto riguarda la posizione di Cabello che è molto combattuto ad eseguire gli ordini che arrivano da Washington». 

Secondo l’analisi di Battistessa, la presidente invece sta camminando su una corda tesa e molto sottile per mantenere una parvenza di controllo verso l’opinione pubblica interna, nei confronti degli alleati che per anni hanno potuto approfittare del sistema clientelare di corruzione che attraversa tutto il Paese, e garantire una linea di azione coordinata con gli ordini che arrivano dalla Casa Bianca. «Stiamo dando per scontato che tutti accettino questa situazione e non ne sono sicuro, soprattutto per la figura di Diosdado Cabello che è la più scomoda a Washington. Perciò sono convinto che ci saranno delle evoluzioni». Allargando la prospettiva, gli Stati Uniti hanno fatto questa operazione non solo per il petrolio ma anche per un posizionamento regionale che permetta agli Stati Uniti di allargare la propria sfera di influenza in America Latina. 

«La partita petrolifera si gioca invece soprattutto negli Stati Uniti dove Donald Trump deve convincere le major petrolifere che operano su orizzonti di lungo periodo incompatibili con contesti di sovranità contestata, instabilità normativa e titolarità degli asset potenzialmente impugnabili. E diffidano di concessioni firmate in una fase percepita come coercitiva, in un Paese che ha innumerevoli accordi e impegni finanziari preesistenti con Cina e Russia che rendono il sottosuolo venezuelano oggetto di contese legali e geopolitiche di lungo corso. Infine la natura del greggio pesante e il grave degrado delle infrastrutture impongono costi iniziali elevatissimi. In assenza di un quadro giuridico riconosciuto a livello internazionale, il petrolio venezuelano resta più un rischio che un’opportunità». 

Anche se è molto difficile immaginare che Donald Trump accetti di restare con un cerino in mano. «Sicuramente la prima riunione che ha avuto alla Casa Bianca con i rappresentanti delle grandi compagnie petrolifere statunitensi e internazionali non è stato il plebiscito che lui si aspettava e ha ricevuto dei no importanti, come quello da parte di Exxon. Chevron ha accettato anche perché ha un contratto speciale in Venezuela che consente alla società di operare. Anche Repsol ha accettato e ci sono stati altri sì importanti. Trump tornerà alla carica per garantire a tutte le compagnie petrolifere la possibilità di operare senza problemi legali. E infatti Il presidente degli Stati Uniti ha fatto una delle sue boutade, definendosi presidente ad Interim del Venezuela sul suo account di Truth». 

Nel frattempo alla popolazione non resta che stare a guardare, per ora, affrontando i problemi di sempre: soprusi e abusi, mancanza di acqua, di benzina, l’inflazione alle stelle, il blackout energetici. E la paura. «Indipendentemente dall’evoluzione della situazione, dovremmo smetterla di infantilizzare i venezuelani», si augura Battistessa. «Non sono bambini da educare ai quali dobbiamo spiegare come si devono sentire o cosa devono pensare. Voglio ricordare a tutti che Il 17 settembre 2024 è stato reso pubblico il nuovo rapporto della Missione internazionale indipendente dell’Onu, che ha parlato senza ambiguità di una delle crisi dei diritti umani più gravi della storia recente del Paese. Anche organizzazioni della società civile come Foro Penal, Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato arresti arbitrari, torture, persecuzione della stampa e restrizione dello spazio civico. Foro Penal, in particolare, ha registrato 17.609 arresti politici dal 2014, con un picco di oltre 1.600 detenzioni nelle settimane successive al 28 luglio 2024, durante le proteste seguite alle elezioni, inclusi 114 minorenni. L’unico indicatore per capire se ci saranno dei reali cambiamenti in meglio è il flusso della diaspora» conclude Battistessa. «Ossia gli 8 milioni di venezuelani costretti ad emigrare. Se e quando loro torneranno indietro, allora potremo essere sicuri che è tornata la libertà. Nessuno di loro vuole vivere fuori dal Venezuela che è stato confiscato alla popolazione. Quindi non appena potranno davvero esercitare il loro diritto al voto sapendo che sarà rispettato, torneranno per ricostruire il Paese». 

Credit foto: AP Photo/Matias DelacroixAssociated Press/LaPresse

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