Salute mentale
«Solo una città che cura è una città sicura»: le associazioni replicano a Piantedosi
Dopo l’accoltellamento di lunedì in piazza Gae Aulenti, il ministro Piantedosi ha parlato di una “terza via” necessaria dopo la chiusura dei manicomi, per garantire la sicurezza dei cittadini. Le associazioni milanesi, allarmate, presentano un documento congiunto, in cui precisano che «disagio mentale non significa pericolosità sociale: solo il 3% dei crimini commesso da chi ha un problema psichiatrico. Occorre investire in percorsi personalizzati di inserimento sociale nei territori». Le ragioni del documento spiegate da Davide Motto (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) e Simona Silvestro (Coordinamento milanese salute mentale)
Non c’è sicurezza senza salute mentale, ma la salute mentale non si affronta rafforzando la sicurezza. Reagiscono così, preoccupate, le associazioni e le cooperative che gestiscono servizi e comunità psichiatriche nel milanese dopo le parole del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che a margine dell’aggressione a una donna verificatasi in Piazza Gae Aulenti a Milano a inizio settimana ha parlato della necessità di una «terza via» nei trattamenti psichiatrici, che in qualche modo compensi la chiusura dei manicomi. «Dopo la legge Basaglia credo vada riconsiderata una terza via con trattamenti delle persone che tengano in maggiore considerazione la sicurezza dei cittadini: è un fronte sul quale riflettere in futuro»: ha detto il ministro intervenendo alla trasmissione Start di SkyTg 24.
Dopo la legge Basaglia credo vada riconsiderata una terza via con trattamenti delle persone che tengano in maggiore considerazione la sicurezza dei cittadin
Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno
A quelle parole ora replicano allarmate le associazioni e le cooperative: «Sicurezza e salute mentale vanno rafforzate insieme», è il titolo del documento che hanno condiviso diverse realtà milanesi, dall’Ordine degli psicologi della Lombardia al Coordinamento milanese salute mentale, dalla Cgil alla Camera del Lavoro metropolitana, dall’assessore milanese al Welfare e Salute Lamberto Bartolè all’Osservatorio carcere e territorio. Ha sottoscritto il documento anche il Forum Terzo settore, sia lombardo che milanese: «Come Forum, accompagniamo e affianchiamo le cooperative e le associazioni, rappresentando le loro istanze alla parte politica e amministrativa del Paese in tutte le sue articolazioni, proprio nel tentativo di rafforzare reti pubblico private, generare visioni comuni e sostenere azioni virtuose, perché la salute mentale è una responsabilità collettiva», spiega Rossella Sacco, portavoce del Forum Terzo settore di Milano.
Parole, risorse, servizi: ecco l’unica via per la salute mentale
«Episodi di cronaca come questo sono casi isolati»: questa è la prima, fondamentale precisazione da fare per «evitare che vengano generalizzati o usati per alimentare paure e stigmatizzazioni nei confronti delle persone con disagio psichico, erroneamente associate alla pericolosità sociale o ai reati contro la persona».
Garantire la sicurezza dei cittadini e degli operatori è un obiettivo condiviso, ma questo obiettivo si realizza solo investendo nei servizi territoriali e nella salute mentale di comunità. La sicurezza e la salute mentale non sono in contrapposizione, ma due pilastri che devono rafforzarsi reciprocamente
Dal documento “Sicurezza e salute mentale vanno rafforzate insieme”
Il secondo punto riguarda le risorse: il superamento dei manicomi e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari cui fa riferimento il ministro Piantedosi «deve tradursi non in un ritorno a logiche di segregazione, ma in un rafforzamento del welfare di comunità e dei servizi territoriali di cura». E questo richiede adeguati investimenti: «In Lombardia assistiamo invece a una progressiva riduzione delle risorse destinate ai Centri Psicosociali – Cps, cardine delle politiche sanitarie territoriali, già gravati da una forte carenza di personale». Questo ha naturalmente un impatto sulla capacità di presa in carico dei servizi e in particolare delle strutture residenziali terapeutiche e riabilitative, che «riescono a raggiungere solo il 3% delle persone che ne avrebbero bisogno».
Di qui il terzo punto, ovvero l’appello alle istituzioni: «Garantire la sicurezza dei cittadini e degli operatori è un obiettivo condiviso, ma questo obiettivo si realizza solo investendo nei servizi territoriali e nella salute mentale di comunità. La sicurezza e la salute mentale non sono in contrapposizione, ma due pilastri che devono rafforzarsi reciprocamente. Solo una società che cura, include e previene può davvero dirsi sicura».
Diritto di scelta, soggettività, fiducia, supporto competente: sono questi gli elementi imprescindibili per realizzare i percorsi di cura
Davide Motto, Cnca
Come rafforzare, allora, questi due pilastri, garantendo da un lato la presa in carico a chi ha un disturbo psichiatrico e al tempo stesso la sicurezza ai cittadini? «L’aspetto fondamentale è quello di una piena collaborazione a livello territoriale tra i soggetti coinvolti: dipartimenti di Salute Mentale, amministrazioni comunali, terzo settore, associazioni di utenti e di familiari», spiega Davide Motto, referente della salute mentale per il Coordinamento nazionale comunità accoglienti – Cnca. «L’obiettivo è costituire insieme un sistema integrato di cura, che metta insieme le risorse sanitarie, quelle sociali, quelle della comunità territoriale e anche quelle dei beneficiari stessi»la “terza via” non può quindi essere certo quella della segregazione, con un ritorno ai manicomi, né della repressione. Al contrario, «abbiamo bisogno di costruire un sistema che renda le persone con disagio mentale “protagoniste del proprio progetto di vita” nel territorio. Diritto di scelta, soggettività, fiducia, supporto competente: sono questi gli elementi imprescindibili per realizzare i percorsi di cura. Gli operatori assumono quindi il ruolo “mediatori dei diritti di cittadinanza” delle persone».

La “terza via”, insomma, che poi dovrebbe essere la prima, è quella del potenziamento dei servizi sul territorio in un’ottica di prevenzione e soprattutto di inclusione: non moltiplicare le comunità e le strutture, ma assicurare alla persona con disturbo mentale un’efficace presa in carico e accompagnamento nel proprio ambiente di vita. «In un contesto caratterizzato da risorse per la salute mentale gravemente insufficienti, la voce di spesa più elevata è oggi l’acquisto di servizi residenziali che assorbe, a livello nazionale, il 42,7% delle della spesa totale a fronte dell’inserimento di poco più del 3% delle persone in carico ai servizi (dato 2023). Al tempo stesso, l’incremento della durata dei ricoveri nelle strutture residenziali, unito a una scarsa progressione dei pazienti verso sistemazioni di vita indipendenti, mal si coniuga con le funzioni riabilitative di tali strutture: dal 2015 al 2023 la durata media di degenza è passata da 756 giorni a 1097». Insomma, il rischio di quella terza via indicata da Piantedosi, sotto forma di una neo-istituzionalizzazione di fatto, è concreto.
Occorre quindi intraprendere un’altra strada, che per Motto consiste nello «sviluppare progetti costruiti insieme alla persona e personalizzati, orientati a riaccompagnare e reinserire le persone anche dopo un eventuale percorso residenziale, che in alcuni casi si rende necessario. Le comunità residenziali, così come i centri diurni sono un aspetto importante all’interno di un sistema, che ha però il proprio baricentro nel territorio. E la personalizzazione di questi servizi è fondamentale per il reinserimento sociale della persona».
A questo scopo, «si sta rivelando molto utile la figura degli Esperti in supporto tra pari – Esp: persone che hanno vissuto o stanno vivendo l’esperienza del disagio mentale, che hanno compiuto un percorso di cura, guarigione, consapevolezza, formazione e che si rendono disponibili a far parte delle equipe che supportano i progetti», conclude Motto.
Descrivere le persone con problematiche di salute mentale come a rischio di deriva imprevedibile e violenta cancella il nostro lavoro di anni per la sensibilizzazione sui temi della salute mentale. Si tratta di singoli episodi, che vanno piuttosto riletti con una riflessione sulla sanità territoriale, che è in forte difficoltà
Simona Silvestro, Coordinamento Milanese Salute Mentale
Simona Silvestro, rappresentante del Coordinamento Milanese Salute Mentale, della “terza via” per il trattamento dei pazienti psichiatrici, indicata da Piantedosi per garantire maggiore sicurezza ai cittadini tiene innanzitutto a «ribadire con forza che le persone con problematiche di salute mentale non vanno sovrapposte alle persone autrici di reato, tantomeno descritte come a rischio di deriva imprevedibile e violenta. Tutto questo comporta un grosso pericolo di stigmatizzazione e cancella il nostro lavoro di anni per la sensibilizzazione sui temi della salute mentale. Si tratta di singoli episodi, che vanno piuttosto riletti con una riflessione sulla sanità territoriale, la quale è in forte difficoltà, a causa di risorse sempre più scarse e insufficienti».

Se chiediamo qual è l’incidenza dei crimini commessi da queste persone, per capire in che misura esse rappresentano un pericolo, Silvestro risponde che «le evidenze scientifiche internazionali mostrano che solo tra il 3 e il 5% dei reati è riconducibile a persone con disturbi psichici. La grande maggioranza dei reati viene commessa da individui senza alcuna patologia mentale diagnosticata. Anzi, le persone che soffrono di disagio psichico sono più spesso vittime, non autori, di violenza. Va inoltre ricordato che la definizione di pericolosità sociale (ex art. 133 c.p.) non coincide né con quella prevista dalla vecchia legge 36/1904, poi abrogata dalla legge 180/1978 (legge Basaglia), né con la pericolosità criminale. L’uso improprio di questi termini contribuisce a mantenere una visione distorta e stigmatizzante delle persone con patologia psichica, come soggetti da temere, controllare o sorvegliare».
La strada giusta per una presa in carico adeguata di queste persone passa dalle «cure adeguate», che sono quelle «date da Servizi capillari territoriali che abbiano le giuste risorse e siano realmente un riferimento per tutte le persone che hanno bisogni importanti sui temi della salute mentale», prosegue Silvestro. Invece i Cps «sono in reale difficoltà: mancano psichiatri, educatori e psicologi stabilmente inseriti negli staff, mentre l’approccio resta prevalentemente farmacologico. Anche i percorsi di reinserimento dal carcere al territorio restano complessi, specie per chi ha disturbi di personalità o tossicodipendenze». Che cosa serve quindi? «Servono più posti in comunità terapeutiche, fondi e progetti personalizzati di recupero. Il raccordo delle persone nella fase di inclusione dal carcere al territorio è ancora molto complesso e c’è un problema di difficoltà di presa in carico per i cosiddetti “disturbi di personalità”. Alcuni anni fa sono state stanziate delle risorse per équipe forensi dedicate agli autori di reato, ma solo alcune Asst sono riuscite a stabilizzare queste équipe e alcune di queste risorse sono confluite nella gestione ordinaria dei Cps che erano già sotto organico. Il superamento dei manicomi e degli Opg deve tradursi non in un ritorno a logiche di segregazione, ma in un rafforzamento del welfare di comunità e dei servizi territoriali di cura. Oggi in Italia la spesa per la salute mentale si attesta intorno al 3,4% della spesa sanitaria totale, contro una media europea del 6%.
Il superamento dei manicomi e degli Opg deve tradursi non in un ritorno a logiche di segregazione, ma in un rafforzamento del welfare di comunità e dei servizi territoriali di cura. Oggi in Italia la spesa per la salute mentale si attesta intorno al 3,4% della spesa sanitaria totale, contro una media europea del 6%
Simona Silvestro, Coordinamento Milanese Salute Mentale
Dagli operatori milanesi arriva quindi una richiesta ben precisa: «Chiediamo investimenti che vadano a garantire una reale tutela della salute mentale, sicurezza delle cure e efficacia dei percorsi di prevenzione e riabilitazione. Le istituzioni europee indicano come auspicabile un investimento fino al 10%, Inoltre occorre supportare maggiormente percorsi esterni di reinserimento sul modello del budget di salute ovvero programmi territoriali intensivi (negli ambiti della formazione, lavoro, abitare e relazioni) per promuovere il protagonismo dei cittadini con disagio psichico nella costruzione del proprio progetto di vita e favorire la piena inclusione e partecipazione alla società». A Milano, il progetto “R3: Insieme per la recovery”, nato dalla collaborazione tra Comune di Milano (assessorato welfare e salute) e 17 enti del Terzo settore, rappresenta un modello virtuoso in questo senso, un segno tangibile che le soluzioni ci sono e con l’impegno di tutti funzionano».
Foto apertura Pixabay (Andrew Poynton). Foto interne fornite dagli intervistati
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