Responsabilità di impresa
Sorpresa, l’Ice di Trump parla francese: tecnologia Capgemini per i cacciatori di stranieri
In Francia è scoppiata la polemica dopo la notizia che il braccio americano del colosso specializzato nell'offerta di dati e intelligenza artificiale vende servizi di identificazione e localizzazione all'agenzia federale di Washington responsabile dell'espulsione, spesso violenta, degli immigrati illegali. Margherita Romanelli, portavoce della campagna Imprese2030 sulla due diligence: «Servono strumenti coercitivi a livello transnazionale»
A tre settimane dall’omicidio di Renee Nicole Good (cui è seguito quello di Alex Pretti il 24 gennaio) e l’inizio di proteste e scontri a Minneapolis e in altre città degli Stati Uniti, le violenze dell’Ice – l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione – cominciano ad avere contraccolpi anche in Europa.
In Francia, infatti, ha fatto scandalo la notizia, rivelata dall’Osservatorio delle multinazionali, di un accordo firmato il 18 dicembre tra il governo statunitense e Capgemini government solutions – Cgs – filiale americana del gruppo Capgemini – per la fornitura all’Ice di servizi e strumenti di intelligence destinata all’identificazione e alla localizzazione delle persone e all’indagine sugli antecedenti personali. Un insieme di dati che l’Ice utilizza per trovare le persone in modo rapido e poter procedere a espulsioni mirate e veloci, con le modalità brutali che le cronache stanno raccontando nelle ultime settimane.
Le polemiche e la difesa del gruppo
Il contratto, dal valore di 4,8 milioni di dollari, è finito nel mirino tanto del governo francese quanto delle opposizioni, che hanno chiesto a Capgemini, leader a livello mondiale di strategie e soluzioni It, specializzato nell’offerta di dati e intelligenza artificiale, realtà aumentata, modernizzazione digitale e tecnologie emergenti, chiarimenti e un intervento in merito a un accordo che ha un diretto impatto sulla tutela e il rispetto dei diritti umani. «Invito Capgemini a fare luce in modo estremamente trasparente sulle attività che svolge, su questa politica e, senza dubbio, a rimettere in discussione la natura di tali attività», le parole del ministro dell’Economia Roland Lescure.
Dal canto suo, il direttore generale dell’azienda, Aiman Ezzat, ha preso tempo, rispondendo di aver scoperto dell’accordo tramite la stampa perché Cgs opera autonomamente e in maniera indipendente. Una spiegazione che non ha convinto Lescure e nemmeno il sindacato interno di Capgemini in Francia, che ha chiesto «l’immediata e pubblica interruzione di qualsiasi collaborazione con l’Ice» poiché una partnership simile rende il gruppo «un complice attivo di gravi violazioni dei diritti umani».
Business ed etica: come impatta la due diligence
La vicenda riaccende i riflettori sull’impatto sociale delle imprese ma anche sulla vera natura di dichiarazioni di intenti etiche. Orientano davvero l’operato di un’azienda o sono facciata? Business is business, e tante grazie?
Sul proprio sito, Capgemini afferma che «il nostro impegno nella protezione e promozione dei diritti umani è profondamente radicato nella nostra cultura» e che «il rispetto di questi diritti fondamentali è un prerequisito per raggiungere i nostri obiettivi e agire in conformità con i nostri valori» e «si estende al nostro intero ecosistema, dalla catena di fornitura ai clienti, alle comunità locali in cui operiamo». Nel codice etico del gruppo, poi, si ribadisce che «collaboriamo con partner ed ecosistemi che abbiano valori e modalità di comportamento in linea con i nostri principi».
Ma oltre alle responsabilità etiche e morali, la vicenda riapre anche l’annosa discussione sull’efficacia di strumenti normativi a livello nazionale ed europeo se poi a questi si può tentare all’estero. A livello globale, la dimensione della due diligence e il controllo sul rispetto dei diritti umani e ambientali non sono vincolanti. Ci sono dei principi guida, pubblicati da Onu (2011) e Ocse (2023), e poi c’è una normativa europea, che ancora non è stata pubblicata in gazzetta ufficiale e che per essere realmente efficace dovrà essere recepita con leggi nazionali dagli Stati membri. Riguarda tanto le aziende europee e i loro rami esteri quanto le aziende straniere che operano in Europa. «Come concetto generale, la due diligence europea deve applicarsi a tutta la filiera di produzione di un’azienda, dalle controllate ai partner fino ai fornitori », spiega a VITA Margherita Romanelli, portavoce di Imprese2030, campagna nazionale con l’obiettivo di fare pressione sulle istituzioni nazionali ed europee per l’elaborazione e l’adozione della legge sulla due diligence. Ovviamente, sottolinea, un’azienda non può farsi carico delle responsabilità degli usi di un proprio prodotto da parte di un cliente, ma deve valutare i rischi.
La legge francese
La Francia ha già una propria legge, adottata nel 2017, che obbliga le grandi imprese con sede in Francia a predisporre e pubblicare un piano di valutazione e mitigazione dei potenziali rischi di violazione dei diritti umani e ambientali connessi alle proprie attività. L’obbligo vale anche per le controllate che operano e hanno sede all’estero, come Capgemini government solutions. «Da quanto apprendiamo dalla stampa, le responsabilità del gruppo rientrano, in linea teorica, in quelle coperte dalla legge francese e dalla direttiva Ue sulla due diligence, perché si starebbe realizzando un prodotto e servizio che violerebbe i diritti umani», puntualizza Romanelli. Fermo restando che la violazione dei diritti umani da parte dell’Ice deve prima essere stabilita da un giudice, nel caso Capgemini il nodo giuridico riguarda la natura degli strumenti venduti e la presenza o meno della valutazione dei rischi da parte del suo braccio americano. Una materia complessa che, per Romanelli, rende ancora più evidente «la necessità di regole a livello transnazionale. Dobbiamo andare in questa direzione, gli strumenti coercitivi possono determinare un traino al mercato».
Quei rapporti con Washington iniziati nel 2002
Non stupisce che la collaborazione di Cgs con l’Ice faccia scalpore solo ora. Fino a poco tempo fa, nessuno sapeva bene cosa fosse questa agenzia federale, del resto implementata solo nell’ultimo anno per volere di Donald Trump. La collaborazione con l’ICE, iniziata, in realtà, ben prima di dicembre. Capgemini government solutions è infatti nata nel 2002 come divisione operativa di Capgemini per i rapporti con il governo degli Stati Uniti e con aziende aerospaziali e della difesa. Opera con una struttura di livello “top secret”, certificata da un accordo sicurezza speciale rilasciato dal dipartimento della Difesa. I clienti federali comprendono il dipartimento della Marina, il National reconnaissance office, il Dipartimento di Giustizia, il dipartimento degli Affari dei Veterani, la General services administration e la Securities and exchange commission. Oltre, ovviamente, al dipartimento della Sicurezza interna – department of Homeland Security – Dhs, da cui dipende l’Ice.
Secondo il quotidiano francese LeMonde, i rapporti tra Cgs e il Dhs sono iniziati almeno quindici anni fa. A tal proposito, il sindacato interno di Capgemini ha sottolineato come nella sezione «storie dei clienti» del proprio sito web Cgs si vantasse – ma la pagina non esiste più – di «lavorare a stretto contatto per aiutare [l’Ice] a ridurre al minimo il tempo necessario e il costo dell’espulsione di tutti gli stranieri illegali espellibili fuori dagli Stati Uniti».

Già lo scorso ottobre, la rivista statunitense The Intercept aveva pubblicato un documento presentato dal Dhs in cui si valutava l’assunzione di «cacciatori di taglie privati» cui delegare la ricerca di immigrati in tutto il Paese, corrispondendo a ciascun cliente dei bonus monetari scaglionati in base ai risultati. Secondo il documento, le aziende incaricate dall’ICE riceverebbero pacchetti di informazioni su 10mila immigrati alla volta, con incrementi possibili fino a un milione di dati alla volta per le aziende più efficienti. In questo quadro, il contratto siglato da Capgemini government solutions a dicembre prevede un importo base di 4,8 milioni di dollari, con la possibilità di arrivare a un massimo di 365,8 milioni in due anni.
I contraccolpi in borsa
I contraccolpi per Capgemini iniziano a farsi sentire anche a livello economico. In Francia la notizia circola da quasi dieci giorni e nell’ultima settimana il titolo del gruppo ha perso fino a oltre il 4%, prima di stabilizzarsi nelle ultime ore.
In apertura: Proteste contro l’Ice a Parigi (Thomas Padilla/ApPhoto/LaPresse)
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