Il convegno

Lo sport contro cancro: tutti i benefici prima, durante e dopo la malattia

L'appuntamento con l'Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma quest'anno è dedicato agli effetti di alimentazione e stili di vita come l'attività fisica, una potente arma nelle nostre mani non solo per ridurre il rischio di ammalarsi e di sviluppare recidiva ma anche per tollerare meglio le cure e migliorare la qualità di vita

di Nicla Panciera

Siamo nati per muoverci. Non è affatto una questione estetica. Un corpo in forma e con una buona massa muscolare regala vantaggi di salute. Parlando di oncologia, riduce il rischio di sviluppare un tumore, ne rallenta la progressione, fornisce una maggior tolleranza alle terapie, riduce il rischio di recidive, è associato a una maggior sopravvivenza e a una migliore qualità della vita.

Di stili di vita e salute si parlerà al convegno nazionale dell’Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma Ail «Curare è prendersi cura» il prossimo 30 ottobre a Roma. «L’aumento di nuovi casi è dovuto all’invecchiamento della popolazione ma anche alle condizioni ambientali. Ail è da anni impegnata nell’evidenziare i rischi di salute legati a certi stili di vita e all’inquinamento, fattore importante sul quale si sono accumulate evidenze e che chiediamo alle istituzioni di non ignorare» dice Giuseppe Toro, presidente di Ail. «Si pensi alla Pianura Padana è una delle aree più inquinate d’Europa, alla terra dei Fuochi in Campania, a Taranto in Puglia, ad Augusta in Sicilia. Diminuire i fattori di rischio ambientale è un’azione fondamentale per la salute pubblica. Noi come società civile cerchiamo di informare i cittadini e di diffondere consapevolezza. Le istituzioni devono fare la loro parte». Non solo a proposito dell’inquinamento di aria, terra e acqua, ma anche nel mettere i cittadini in condizione di prendere le giuste decisioni. C’è, infatti, tutto un ambito in cui il singolo individuo può fare molto e sono gli stili di vita. Al convegno verranno presentate le principali evidenze dell’importanza dell’attività fisica prima, dopo e durante una malattia oncologica. «Le molecole prodotte dal muscolo quando si contrare hanno un benefico effetto sistemico. Il grasso viscerale, al contrario, secerne costantemente delle adipochine tossiche che inducono uno stato infiammatorio cronico» spiega Maria Christina Cox, ematologa del Policlinico Tor Vergata di Roma, docente di esercizio fisico adattato per la prevenzione primaria e secondaria delle malattie oncologiche, Università Telematica San Raffaele, tra i relatori del convegno di Ail.

La immagini inviate dalla missione Copernicus Sentinel-4 riportano le concentrazioni di biossido di azoto troposferico (foto dell’Esa presa dal sito https://www.esa.int/Applications/Observing_the_Earth/Copernicus/Sentinel-4/Sentinel-4_offers_first_glimpses_of_air_pollutants)

Tutte le linee guida raccomandano di includere l’allenamento aerobico e di resistenza come tipi di attività nei paziente oncologici, come conferma anche una recente revisione che richiama la necessità di proseguire con gli studi per arrivare a indicazioni sempre più personalizzate. Gli studi sull’efficacia del movimento sono stati tradizionalmente più numerosi nel caso del tumore al seno e al colon. Ma anche in oncoematologia si stanno iniziando ad accumulare evidenze. «Si è visto che nei linfomi l’attività fisica è la strategia che da sola migliora di più la qualità della vita del paziente» dice Cox, citando il primo studio randomizzato su pazienti in trattamento per linfoma, pubblicato sul Journal of clinical oncology nel 2009. Proprio nel caso di linfoma, l’attività fisica è associata a una maggior sopravvivenza: nei pazienti più attivi alla diagnosi e a 3 anni di distanza gli esiti sono migliori.

L’attività fisica deve essere graduale e progressiva quanto a durata e intensità dello sforzo e condotta con la supervisione di un chinesiologo esperto. Tuttavia, puntualizza l’ematologia, «è importante non dimenticare mai che poco è meglio di niente e che prevenire la perdita di massa muscolare, fenomeno fisiologico che accelera con l’età, è fondamentale per la salute. Se non si ha tempo o mancano le energie, si facciano sedute brevi: per l’organismo un’unica sessione di mezz’ora è come svolgere tre allenamenti di dieci minuti nel corso della giornata. L’effetto dell’attività fisica è cumulativo. Per chi svolge un lavoro sedentario è bene alzarsi regolarmente e camminare o fare qualche esercizio, ogni 45-60 minuti, per interrompere la sedentarietà».

Dottoressa Maria Christina Cox

Potrebbe sembrare controintuitivo, ma muoversi aiuta a combattere la cosiddetta Fatigue, quella stanchezza fisica e mentale molto invalidante che i pazienti oncologici conoscono molto bene. «I medici dovrebbero prescrivere l’esercizio fisico come trattamento di prima linea per la fatica cronica» spiega Cox «perché l’esercizio fisico è efficace durante e dopo il trattamento del cancro». Lo conferma una revisione della letteratura. «Inoltre, nel paziente ematologico, bisogna tenere sempre in considerazione le condizioni particolari di ciascun paziente, nel nostro caso l’anemia e la piastrinopenia, che se severe non consentono, almeno temporaneamente, di svolgere sedute di esercizio».

I benefici dell’allenamento fisico per i pazienti oncologici stanno diventando sempre più evidenti. È stato dimostrato che l’esercizio fisico riduce l’incidenza del cancro e inibisce la crescita tumorale. «Conosciamo i meccanismi molecolari sottostanti all’effetto protettivo dell’esercizio sul cancro in ogni fase, dalla prevenzione primaria alla fase dei trattamenti alla prevenzione secondaria ma anche in fase di malattia avanzata» spiega Cox, L’attività fisica attenua gli eventi avversi correlati al cancro e ai suoi trattamenti, potenzia l’efficacia dei trattamenti, rallenta la progressione tumorale e riduce il rischio di recidiva. «Per questo, viene considerata una strategia di trattamento da affiancare a quello farmacologico».

Per un paziente oncoematologico, l’attività fisica è massimamente importante nella prevenzione delle cardiopatie, che sono tra i principali effetti collaterali di molti trattamenti come ad esempio le antracicline, molto cardiotossiche, e la cui incidenza si manifesta nella maggior parte dei casi dopo 8-10 anni dalla fine delle terapie. «L’attività fisica da moderata a intensa, il cui effetto è dose-dipendente, riesce a ridurre moltissimo il rischio» assicura Cox. Un altro effetto è sul sistema immunitario: «L’attività fisica stimola le cellule immunitarie natural killer e le cellule citotossiche K nel riconoscere e combattere il tumore». Non da ultimo, l’attività fisica è l’unica via per aggredire il grasso viscerale che è associato a progressione tumorale e a prognosi peggiore, anche a causa di una maggior resistenza alle terapie che determina. A un anno di distanza dall’inizio delle terapie, il grasso viscerale aumenta mediamente del 10% nei nostri pazienti spesso sottoposti ad alte dosi di cortisone». Nel caso delle leucemie linfatiche acute, temibile tumore del sangue, i bambini e gli adolescenti in sovrappeso hanno un maggior rischio di ammalarsi e meno probabilità di guarire. C’è, infine, la ricaduta sull’umore e il benessere psicologico che deriva dall’attività fisica.

Risultati tanto sorprendenti da rendere incomprensibile la diffusione di sedentarietà e sovrappeso nel nostro paese dove un italiano su tre si dichiara inattivo inattivo e soltanto il 19% delle persone di almeno 18 anni ha svolto attività fisica aerobica per almeno 150 minuti a settimana, come viene raccomandato dall’Oms. È una quota molto inferiore rispetto alla media europea (32,7%) e lontanissima dai livelli massimi raggiunti dalla Finlandia, pari al 71,7% (fonte Istat 2019). Nel caso dei pazienti oncologici, «è il loro oncologo medico a dovergliene parlare: il rapporto di fiducia che si instaura faciliterà l’adozione da parte del paziente di un nuovo stile di vita e il momento traumatico della diagnosi spesso rende le persone più ricettive e propositive a fare il meglio per star bene» spiega Cox. Il paziente va accompagnato, non basta trasmettergli qualche informazione. Per questo, Ail sta finanziando uno studio volto a indagare la fattibilità di un programma di allenamento accessibile e sostenibile sia nei costi sia nell’impegno per il paziente. Il programma è composto da otto settimane con personal trainer a domicilio o in palestra, a scelta del paziente. A queste lezioni individuali, in cui vengono insegnati gli esercizi, fanno seguito delle lezioni di gruppo online o in palestra. «Bisognerebbe arrivare in età adulta già abituati a uno stile di vita attivo» conclude Cox. «Per questo, è importante che fin dalle scuole i bambini vengano educati ai benefici dello sport e di un sana nutrizione».
Photo by Jozsef Hocza on Unsplash

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