È successo oggi ma 30 anni fa. Alice Sturiale è morta a scuola, fra i compagni, ridendo. A 12 anni. Soffriva di atrofia spinale ma dalla sua carrozzina aveva dato coraggio a molti, moltissimi, scrivendo poesie, pensieri, riflessioni profonde e mature su un libretto che l’editore Mauro Pagliai di Firenze, col marchio Polistampa, aveva raccolto: Il libro di Alice.
Poche settimane dopo quella tragica morte, le vendite di quel librettino si impennarono e il nome di Alice Sturiale comparve nelle classifiche dei più venduti. Per VITA ne scrivemmo, prendendo a prestito un titolo che, nello stesso periodo, andava per la maggiore, di Susanna Tammaro.

Ripubblichiamo quell’articolo, richiamato anche nell’editoriale di Riccardo Bonacina. In un’Italia che parlava ancora di handicap, questa ragazzina con disabilità, figlia di Marta e Leonardo Sturiale, commosse un Paese intero, soprattutto tanti, tantissimi bambini e ragazzini. Rizzoli ne acquistò i diritti e il libro, non più lilla ma giallo, fu a lungo un bestseller.
Ci aggiungo, necessariamente, due ricordi personali: il primo è che quel libretto fu uno dei primi regali che feci alla mia primogenita Martina, classe 1989.
Il secondo è che Alice l’avevo incontrata quasi ogni mattina per alcuni anni, quando lavoravo, a Firenze. all’Europa Metalli, oggi Kme: Alice arrivava da Borgo Pinti, dove allora aveva sede la multinazionale del rame, sulla sua carrozzina spinta dal padre, io facevo appunto il percorso inverso. Al semaforo di Piazzale Donatello, in genere ci si scambiava: il babbo spingeva veloce, per fare in tempo ad attraversare l’ampio viale prima che diventasse rosso: lei rideva irrefrenabilmente. Rideva alla vita.

«Follet, Sepulveda, Coelho, Sturiale: nelle classifiche dei libri più venduti in Italia ha fatto irruzione, alla fine del 1996, un nome nuovo, quello di Alice Sturiale. Accanto ai maghi del giallo, ai romanzieri à la page, un’autrice sconosciuta, con un titolo pure banale: “Il libro di Alice”.
Facile immaginare lo sconcerto di critici, intellettuali, direttori editoriali: «Alice chi era costei?». Un nuovo prodotto della letteratura “pulp” all’italiana, stile Brizzi? Niente di tutto questo.
A scalare le classifiche dei best-seller è un libretto color lilla, 255 pagine, pagine di diario, pensieri, poesie, edito da una piccola casa editrice fiorentina, la Polistampa.
Senza promozioni, battage, uffici stampa rompiballe, senza siparietti televisivi, il libro di Alice ha conquistato lettori a migliaia, silenziosamente, grazie ad un prodigioso “passa-parola” fra la gente. Contagio è il termine più appropriato: i pensieri, gli sfoghi, le gioie, i sentimenti, la fede di questa bambina di dodici anni segnata dall’handicap e morta quasi un anno fa, hanno infatti inoculato in migliaia di persone una sorta di virus buono, che fa dire a tutti: “leggilo!”•
Il segreto di questo successo è tutto negli scampoli di vita, solo 12 anni, che Alice Sturiale ha lasciato nei suoi diari o nel suo computer. Riflessioni di bimba ma spesso più adulte di quelle di cui sono capaci i grandi.
Alice Sturiale raccontava sé (e probabilmente per sé), la vita, le cose, gli amici, con una forza e una intelligenza che lasciano incantati. Un male congenito, l’atrofia spinale, l’aveva costretta ad una esistenza “diversa” da quella dei suoi coetanei: quattro ruote di una carrozzella attivate da un motorino.
Vita diversa, ma non per questo meno ricca, piena e viva. «Forse senza le quattro ruote/ è più facile/ – scriveva nel luglio del 95, in una poesia intitolata “Handicap” – È più facile divertirsi/È più facile muoversi, è più facile/ è anche più facile conquistare i ragazzi./ Ma io credo/ che le quattro ruote/ servano a conoscere/ tutta quanta/ la vita/ e saperla affrontare/e vincere». Alice vinceva quando disegnava la sua famiglia sulla macchina in partenza per le vacanze e una grande scritta in calce: «sono felice». E quando si commuoveva per Iqbal Masih, suo coetaneo pakistano, ucciso per aver denunciato lo sfruttamento del lavoro minorile. O quando, ancora, scriveva la sua ammirazione per il missionario Marcello Candia o per l’Abbé Pierre.
Alice che stendeva relazioni sulle barriere architettoniche del suo quartiere.
Alice che amava la vita e rifiutava i pietismi: «vai a fare in culo» sibilò una volta ad un ragazzino che le chiedeva il perché della sua magrezza. La biondina – come la chiamano Marta e Leonardo, i suoi genitori – era fatta così. E nel libro viene fuori tutta intera con le sue passioni come lo scoutismo, l’Ispettore Derrick, Benigni e I ragazzi della via Paal. Un libro in cui domina una parola: sorriso.
Sorrideva, la biondina, travolgendo tutti e tutto, comunicando gioia, buon umore, forza e serenità. Molti ricercavano la sua compagnia per questo, come gli amici di scuola che la riaccompagnavano a casa ogni giorno, in un chiassoso corteo per le piste ciclabili dei viali fiorentini. Gli stessi compagni in mezzo ai quali è morta il 20 febbraio 1996. A scuola, mentre rideva per la battuta di un amico.
Un attimo e il Mistero della vita, a cui Alice sorrideva, se l’è presa. Di lei rimane, in chi l’ha conosciuta, una grande gioia e a noi questo libretto lilla che si dimostra capace di trasmetterla.

A Luigi Berlinguer, il ministro che promette di rivoluzionare la scuola, il poeta Mario Luzi e Gianni Riotta, chiedono di spendere due righe di circolare per questo libretto: facendolo adottare dagli insegnanti. Perché i nostri figli possano imparare, a scuola, la gioia di vivere di Alice. «Se quest’ anno leggete un solo libro, leggete questo. Il libro è un piccolo capolavoro che merita di andare nelle scuole, in tv e dentro i nostri cuori». Parola di Riotta».
Pozzanghera
È là nel mezzo di strada sola soletta,
rassegnata e felice
immobile e calma…
raccoglie gli ultimi raggi di sole e con quelli gioca, si diverte a comporre
l’arcobaleno
e lo mostra ai passanti distratti.
C’è la mia immagine in quella pozzanghera
l’ha fatta per me e mi sorride,
poi una goccia di pioggia scivola
dall’alto e il mio volto
si rompe in centomila tremuli d’acqua.
Gennaio 1996

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