Arrivare a Lecco per scrivere di sociale impone di dismettere necessariamente tutte le memorie manzoniane di cui siamo impastati: i monti nascenti dalle acque eccetera. Non che i monti non ci siano, per carità. Bellissimi, sembrano gettarsi a picco nel Lago, più che nascervi “mondellianamente”. E il Lago stesso qui, appare più blu, ruvido, valligiano di quell’altro ramo, quello comasco, che è più fighetto, più giro di giostra, più overturistico russo-cinese.
Lecco è infatti la città del ferro, degli opifici, delle fabbriche, del fare, quanto Como è convegnistica, studioambrosettiana, tardo liberty su in collina e, ancor oggi, improntata alla milanesità in vacanza dei secoli scorsi, che le Ferrovie Nord trasportavano fino al bordo del Lago.

Anche l’incontro con la vicepresidente degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi avviene, d’altra parte, nel cuore della Lecco sociale, Officina Badoni, parte di un’ex fabbrica riattivata da Fondazione di comunità lecchese sostenendo un’associazione temporanea di imprese sociali, ma dentro un edificio suggestivo, a sua volta recuperato da uno dei molti spazi manifatturieri che stanno a due passi dal centro cittadino.
Lei è Rosaria Bonacina – spoiler, è proprio la sorella del nostro Riccardo! – un’assistente sociale che, da pensionata, si è trasformata in civil servant, da ultimo anche in vicepresidente di questa grande istituzione cittadina, cui si dedica con passione dal 2014. «Sono andata in pensione giovane», ci accoglie sorridendo, «ma ho restituito tutto».
Tutto cominciò col Covid
Dentro il bistrot della Fondazione, nell’andirivieni di giovani, operatori sociali, cittadini – un luogo vivo, inserito nella vita dei lecchesi – Rosaria mi racconta, insieme alla coordinatrice, Elisabetta Lazzarotto, pedagogista, della genesi di questo progetto che ha messo insieme giovani e anziani non autosufficienti e non nel solito, lodevole, «bravi-ragazzi-facciamo-giocare-i-nonni», ma con l’ambizione di seminare, in tanti giovani, l’attenzione alle generazioni lontane, di costruire una familiarità al senso di una vita che passa ma che non ha meno valore, di far comprendere il valore di esistenze semplici, piccole e “non illustri”, come avrebbe detto Giuseppe Pontiggia, ma non per questo, non importanti e, anzi, coessenziali al genere umano.
«Il Covid», mi racconta, «ha dato una scossa a tutti noi. Gli anziani delle Residenze sanitarie assistenziali – Rsa del territorio hanno sofferto l’isolamento, per quanto abbiamo cercato di alleviarlo con l’utilizzo dei tablet, per tutti è stata una grande pena, non ricevere il conforto dei cari. Per questo abbiamo subito rimesso a tema l’apertura, il dialogo, il confronto: far sì che oltre alle cure, alla presa in carico, al lavoro riabilitativo, fisiatrico delle nostre strutture, ci fosse la possibilità di stare in relazione con la comunità, col territorio».

Un’esigenza che, dall’Airoldi e Muzzi, una corazzata della residenzialità con i suoi 350 posti letto e 360 fra medici, infermieri e oss, si è allargata ad altre Rsa del territorio, grazie al tessuto associativo di Uneba Lombardia, il grande raggruppamento non profit – tutte associazioni, fondazioni, enti religiosi – che gestiscono 24 residenze in questo territorio, oltre ad alcune comunità per minori e persone con disabilità. In quel di Lecco, col booster intellettuale e organizzativo di Virginio Brivio, già sindaco della città, e coordinatore Pnrr per la stessa Unione, nel progetto sono state coinvolte molte strutture del territorio, sette e tutte facenti parte di Uneba Lombardia e diffuse su tutto il territorio provinciale.
Da Lecco a Vendrogno, la Rsa che fanno incontrare le generazioni
Oltre agli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi del capoluogo Lecco (l’ente capofila), le altre sono tutte nella provincia: Rsa Fondazione Casa di Riposo “Brambilla-Nava” a Civate, Rsa Villa dei Cedri di Merate , Rsa Borsieri Colombo in città a Lecco, della Fondazione Sacra Famiglia, la Rsa Regoledo di Perledo della stessa fondazione, la Rsa Casa di Riposo Enrico e Antonio Nobili di Viganò Brianza, Rsa La Madonnina di Vendrogno , de La Muggiasca, cooperativa sociale di solidarietà.
promosso in collaborazione con Fondazione Sinderesi
Ne è nato un progetto che ha coinvolto le scuole, per portare i giovani nelle Rsa: educarli a frequentare le generazioni più distanti, capire le loro fragilità, anche le loro sofferenze, ma trarne certamente il grande beneficio dell’umanità e della memoria. Così è nato, a settembre 2024, Rsa, dove le generazioni si incontrano, che ha preso anche la forma di un progetto di ricerca sociale, affidato all’Università di Milano Bicocca, con la professoressa Laura Formenti, ordinaria di Pedagogia generale e sociale, e alla ricercatrice Gaia Del Negro. La metodologia è quella messa a punto dagli studiosi di scienze sociali Peter Reason e Hillary Bradbury: la partecipated action-research, che da noi è diventata più semplicemente “ricerca e azione”, spesso indicata col semplice acronimo, Par, che significa che l’analisi scientifica in un’area che non ha propriamente un laboratorio, si fa… facendo, sul campo, e coinvolge necessariamente le organizzazioni e i processi che indaga.
Aprire i luoghi degli anziani alla comunità
Nel progetto si parla del «bisogno di aprire questi luoghi alla città per trasformarsi da posti riservati solo agli anziani non autosufficienti nelle fasi avanzate dell’invecchiamento e nella fase terminale dell’esistenza a luoghi di vita e di riferimento per tutti». Lazzarotto spiega che «la fase di cambiamento e di transizione, soprattutto per le persone in condizione di fragilità e di rischio di isolamento appare attualmente scarsamente accompagnata e valorizzata e necessita la progettazione e la programmazione di azioni comunitarie e di sistema che supportino le singole persone, ma, allo stesso tempo, promuovano un pensiero nuovo e generativo che scommetta sulla possibilità di evoluzione e di sviluppo in tutte le età della vita e sulla sua potenzialità educativa per le persone di tutte le altre età».

A sostenerlo, con 124mila euro, la stessa Fondazione comunitaria lecchese e la Fondazione Fratelli Frassoni, tanto per documentare il ruolo positivo della filantropia di origine bancaria, in questo caso quella targata Fondazione Cariplo.
«Abbiamo coinvolto varie categorie di persone», rammenta Lazzarotto, «“giovani anziani” (young old) e i pazienti psichiatrici con particolare riferimento al loro processo di invecchiamento». Circa 150 gli studenti di cinque scuole superiori lecchesi coinvolte sui due quadrimestri, ognuna con un docente accompagnatore, con l’iniziativa nella sola Airoldi e Muzzi. Nelle altre scuole del progetto, una trentina di ragazzi, con lo strumento del “Percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento” – Pcto
Valorizzare le reti sociali
L’intento è quello, attraverso la valorizzazione della rete territoriale presente, promuovere il benessere dei più fragili per prevenire il rischio di isolamento, sviluppando la socializzazione e il mantenimento delle competenze residue.
«Si trattava di favorire», sottolinea inoltre, «l’individuazione in modo precoce di eventuali situazioni ad alto rischio di emarginazione sostenendo la domiciliarità e l’orientamento verso l’attivazione di servizi dedicati».
Dall’Officina Badoni e dal suo familiare caos – macchine del caffè, scontrini battuti, suoni di piatti e bicchieri nella lavastoviglie del bar e il cordiale brusio di sottofondo di gente che lavora, che costruisce, che si relaziona – ci spostiamo a Germanedo, agli Istituti Airoldi e Muzzi, questa storica joint-venture della solidarietà lungo quattro secoli.
Sotto un’altra incombente montagna, si apre un giardino ordinato, su cui si elevano palazzine distinte: un piccolo villaggio dell’accoglienza.

Rosaria Bonacina ripercorre questa singolare storia di quattrocento anni: «Il primo fu un notaio di Acquate», mi spiega, «Giovanni Antonio Airoldi che, il 4 maggio 1590, legava tutti i suoi beni alla fondazione di un Ospedale per i poveri da intitolare alla Vergine Maria». Già ma Muzzi? «Ci si arriva alla fine dell’800», chiarisce la vicepresidente, «quando Antonio Muzzi lascia cospicue elargizioni per i poveri di Lecco, finalizzate alla creazione di un ospedale civico, cui si somma, il legato di Isidoro Calloni per i poveri di Rancio». Una carità che si accumula, una generosità che si moltiplica. La scintilla è sempre la libertà individuale, di chi sente il bisogno di donare, anziché trasmettere tutto ed esclusivamente ai discendenti.
A Germanedo, le varie palazzine hanno nomi prealpini: ci sono Le Grigne, c’è il Resegone, c’è il Medale. Accolgono anziani non autosufficienti, alcuni con problemi psichiatrici, fino agli stati vegetativi: la vita che se ne va.
È bello che gli ospiti si ricordino di noi, da una settimana all’altra.
Marta, classe 2009, studentessa del Liceo Volta
Qui incrociamo anche gli studenti del progetto, ragazze del penultimo anno. Come Marta che studia al Liceo Volta, classe 2009. «È un’esperienza molto bella e molto formativa», mi dice, «ci piace anche essere a contatto con una generazione che non è come la nostra e ha tanto da raccontarci. È molto bello anche vedere le varie vite delle persone che sono venute prima di noi. E comunque», conclude, «è bello anche che i vari ospiti si ricordino di noi da una settimana con l’altra».

Una professoressa accompagnatrice, Valentina Corti, mi spiega che, per questi giovani, infilarsi in un contesto simile «è un po’ confrontarsi con un mondo diverso da quello che vedono ormai sui social, sulla televisione, perché loro vivono, soprattutto i giovani d’oggi, e vedono quel mondo lì che però poi non sempre corrisponde alla vita reale. Staccandosi dallo smartphone per un paio di ore».
Ci aspetta qui Giovanni Fumagalli, direttore di una casa di riposo, quella della Fondazione Brambilla Nava di Civate, nei dintorni del capoluogo di provincia. Racconta che, grazie al progetto, ha potuto offrire un Pcto a un paio di ragazzi dell’Istituto Vittorio Bachelet di Oggiono (Lc). Un’esperienza che permette agli studenti di conoscere una realtà complessa come è una Rsa, affiancandosi e non sostituendosi ovviamente, alle diverse figure professionali che si muovono, attente, fra gli ospiti, accompagnandoli, sostenendoli, rassicurandoli.
Come gli educatori, coordinati da Francesca Mazzoleni, educatrice anche lei, laureata in Cattolica, entusiasta e attenta. In un’intervista che le fece, nel 2023, proprio uno studente che veniva a Germanedo – non c’era ancora il progetto ma l’Airoldi e Muzzi è sempre stato un luogo aperto – parla di vocazione alla fragilità: «Ci vuole pazienza, empatia. Bisogna essere portati, quasi vocati».
Nel bar “La Gerla d’Oro”, un gruppo di liceali, guidate dalla professoressa, si mescola a una ventina di anziani dediti al momento più bello di socialità: una mano di Scala 40. Fra le battute, le risate, gli inviti a giocare questa o quella carta, riaffiora la vita, i ricordi, le gioie e i dolori di lunghe esistenze che hanno fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra, sono ricordi di bambini o ragazzini ma sempre indelebili e drammaticamente nitidi. In genere, quando riaffiorano, il loro racconto si conclude con un sospiro. Ed è bello che orecchie giovani, di ragazze che sono più giovani dei figli-dei figli-dei figli, quando ci sono, siano lì per ascoltare questi racconti, per stupirsene, per compatire.
Il signor Paolo in doppiopetto
Il signor Paolo arriva con un doppiopetto scuro, elegantissimo, come se andasse al circolo del bridge, passa ai tavoli, saluta risalutato, fa una battuta galante alla barista mentre ordina un caffè, saluta con un perfetto baciamano alla coordinatrice degli educatori Mazzoleni (la foto di apertura, ndr). Si capisce quanto sia una presenza importante, cordiale, per quella piccola comunità là riunita. C’è un clima festoso seppure feriale, tutti stanno con tutti, nessun anziano se ne sta in disparte a “scrollare” cellulari, per tutti la vita ha preso una dimensione nuova, diversa, certamente più sociale di una volta. Un contesto festoso, in cui la relazione, il dialogo con queste giovani presenze fa la sua parte.
In un’altra stanza, altri studenti, affiancati agli educatori in tuta bordeaux della Rsa, fanno Arteterapia con gli ospiti: fogli, pastelli a cera, matite dappertutto, c’è chi colora disegni già fatti, c’è chi prova a disegnare. Tornare bambini, aiuta, allena la mente, attiva le sinapsi: un esercizio cognitivo, prima che ludico.

Per tornare in quel di Civate, racconta il direttore Fumagalli, che i due del linguistico, Elia Sala e Alberto Molaschi, che frequentavano la Rsa Brambillla Nava accompagnati dalla professoressa Valentina Manes, un po’ indispettiti per il fatto che i loro colleghi liceali fossero «un po’ freddini» ai loro racconti entusiasti e appassionati, li avevano sfidati a venire a vedere. «Con altri, con cui avevano organizzato una band di Istituto, la Bachelet School Band – Bsb», racconta il direttore, «hanno finito per organizzare un concerto e una festa per gli ospiti: ne uscì un pomeriggio memorabile, con tutti i partecipanti emozionati e coinvolti». Fumagalli mostra ancora i biglietti di invito realizzati dalla band per gli ospiti: Bsb Rock in Rsa – Vip pass.
Surfin’ Usa
Un pomeriggio di giugno fra balli e le note, eterne, dei Beatles e Beach Boys, che a molti di quegli ex ragazzi degli anni ’60, hanno riacceso in cuore qualcosa.

«Tell the teacher we’re surfin’/Surfin’ Usa», cantavano i “Ragazzi cattivi” di allora, per bocca di quelli buoni di Oggiono, e chi batteva il tempo in giardino, probabilmente, sei decenni prima l’aveva canticchiata ironicamente immaginandosela sul Lago di Como, pardon di Lecco. Le generazioni si sono incontrate, nelle Rsa, cantando i Beach Boys.
Post-scriptum
Questo pezzo non può però concludersi qui, come avrebbe potuto. Non può concludersi senza un fuori-tema, che poi fuori-tema non è: lasciando Germanedo e l’armonia di quella grande Rsa, e riaccompagnandomi in auto la vicepresidente Bonacina, a un certo punto, sulla sinistra, si riconosce l’entrata di un camposanto: «Riccardo è qui», mi dice Rosaria. Realizzo in un momento che avevo sempre pensato che il nostro direttore fosse sepolto a Milano, al Monumentale, sempre rinviando il momento di andare a deporre un fiore sulla tomba: «No, no», mi spiega lei, «aveva dato disposizioni anche per questo e di essere seppellito in terra: è lì, entrando a destra, in un quadrante svuotato da poco, accanto a due cittadini stranieri». Se stesso anche nella sepoltura, osservo.

E no, non è affatto un fuori tema perché Riccardo seguiva con simpatia il lavoro della sorella, anzi il nome al progetto è suo: «In un momento in cui già non stava bene», rivela, «e tra l’altro mi dispiacque averlo pressato. Gli chiesi di darci una mano per il titolo, mi rispose con una mail con poche parole… e di getto: «Farei così: Rsa, dove le generazioni si incontrano”».
Nel gennaio 2023, VITA si occupò di non-autosufficienza con un numero dedicato, curato da Sara De Carli. Una lettura ancora molto attuale: lo trovate qui.
Le foto di questo servizio sono dell’autore, salvo l’ultima con Riccardo Bonacina che è di Rosaria Bonacina. In quella d’apertura, un ospite degli Istituti Airoldi e Muzzi di Germanedo saluta con un elegante baciamano la coordinatrice degli educatori.
Vuoi fare un regalo?
Abbiamo creato apposta le gift card! Regala l’abbonamento a VITA, regala 1 anno di contenuti e informazione. Scegli il tipo di abbonamento, ottieni il codice e giralo a una persona a cui tieni.