Economia più giusta

Cacao, prezzi alle stelle ma ai produttori va ancora troppo poco

di Alberto De Pasquale

Riduzione delle superfici coltivate, minore resa a causa del cambiamento climatico: dietro all'aumento dei prezzi del cacao, un mix di fattori che impoverisce le economie del Sud del mondo basate ancora sulla monocoltura. Un problema resta ancora la catena del valore: su una tavoletta di cioccolato da 3 euro, al produttore africano vanno 18 centesimi. L'importanza delle filiere equosolidali

Mentre il Nord del mondo lo importa e lo consuma in grandi quantità il Sud lo coltiva e lo esporta, essendo la principale fonte di reddito per milioni di persone. Se per le economie avanzate è alla base del cioccolato e accompagna quindi feste e momenti spensierati, per quelle emergenti il cacao è un prodotto che significa sopravvivenza. È una delle tante merci che collega i Paesi ricchi a quelli poveri, con importanti implicazioni.

Il lavoro duro si compie in Africa, ma il gusto del cioccolato si assapora a migliaia di chilometri di distanza: il continente produce tre quarti del cacao mondiale, ma ne consuma meno del 3 per cento. L’aumento delle emissioni di gas serra, dovuto in gran parte al Nord globale, porta a conseguenze negative per i coltivatori sotto l’Equatore, dove si concentra la produzione.

Raccoglitori di cacao in Indonesia (AP Photo/Dita Alangkara)

Se il raccolto si riduce, in Europa e negli Stati Uniti il prezzo del cioccolato aumenta: un piccolo disagio al confronto con la profonda crisi, potenzialmente anche di natura politica, che può innescare nei territori dove il cacao rappresenta un elemento centrale per la vita di intere famiglie.

Il 70 per cento della produzione mondiale di cacao arriva dall’Africa occidentale, soprattutto da Costa d’Avorio e Ghana, da dove ne arriva circa la metà. A livello di importazioni, invece, l’Unione europea rappresenta il 60 per cento del totale. Ecco perché i grandi produttori di cioccolato dovrebbero esporsi maggiormente per migliorare la sostenibilità e la trasparenza della catena del valore del cacao, la cui produzione comporta numerosi rischi ambientali e sociali: dalla deforestazione al lavoro minorile, passando dalle disparità salariali per i piccoli coltivatori.

Secondo le serie storiche annuali della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – Fao, nel 2024 il raccolto globale di fave di cacao, il seme da cui si ricavano cacao e burro di cacao, è stato pari a oltre 5,2 milioni di tonnellate, in crescita rispetto ai 5,1 milioni del 2023 ma inferiore al confronto con i livelli segnati tra il 2019 e il 2022, quando si raggiungevano ogni anno tra i 5,5 e i 5,7 milioni di tonnellate.

Superfici coltivate e produzioni in calo

La flessione è stata importante in particolare per la Costa d’Avorio, il primo Paese produttore. Nel 2024 ha raccolto poco meno di 1,9 milioni di tonnellate di fave di cacao, in aumento rispetto agli 1,8 milioni del 2023, ma ancora sotto le annate precedenti, quando superava i 2,2 milioni di tonnellate. Oltre al raccolto, si sta riducendo anche la superficie coltivata: prima del 2020 l’ex colonia francese disponeva di 4,3 milioni di ettari per la coltivazione degli alberi di cacao, nel 2024 3,8 milioni.

Nei Paesi ricchi il cioccolato, che rappresenta un’industria da 130 miliardi di dollari, è ovunque. Eppure, l’ampissima diffusione si accompagna a una scarsa conoscenza delle catene di approvvigionamento. Per i più distratti, comunque, qualche indizio su cosa c’è dietro i dolcetti che compriamo al supermercato arriva dai prezzi. Secondo il Codacons, per la scorsa Pasqua abbiamo acquistato uova al cioccolato al latte o fondente pagandole circa il 30 per cento in più rispetto al 2024, con punte del 40 per cento nel caso dei marchi di gamma medio-alta. Il prezzo che cresce nei negozi in Italia è solo una spia accesa che testimonia cosa è successo nella filiera negli ultimi anni.

Nel 2023 precipitazioni abbondanti e inaspettate hanno colpito l’Africa occidentale durante la stagione secca, portando numerose piante a marcire e al proliferare della malattia del baccello nero. Dopo le piogge intense è arrivata una grande siccità. La raccolta è diminuita e, dato che la domanda è rimasta invariata, i prezzi hanno raggiunto livelli da record. Per avere un’idea della crescita, basti pensare che negli ultimi dieci anni il prezzo del cacao è stato stabile a circa 3.000 dollari alla tonnellata. Con il raccolto scarso del 2023 i prezzi sono rapidamente cresciuti nel 2024, raggiungendo per la prima volta i 5.000 dollari alla tonnellata e superando i 12.000 nel corso dello stesso anno. Ma a gonfiarli c’è stato altro.

Progressione quotazioni del cacao nell’ultimo biennio

La produzione mondiale di cacao è controllata in gran parte da poche multinazionali. A incidere sul prezzo, oltre agli enti regolatori di alcuni Stati produttori e alla quantità di materia prima raccolta, c’è anche la finanza, attraverso strumenti come i derivati. Riducendosi il raccolto, alcuni grandi fondi finanziari hanno speculato scommettendo su un forte aumento dei prezzi, che sono effettivamente saliti. Di fatto, però, la crescita è stata eccessiva rispetto al calo della produzione e così una riduzione del cacao disponibile si è trasformata in un’impennata esagerata dei prezzi. I produttori, esclusi pochi casi, non ne hanno beneficiato, mentre i grandi investitori sono passati all’incasso.

Quando le produzioni agricole agitano le piazze

Le turbolenze legate alle commodities e al cibo possono innescare crisi profonde, perfino epocali, come nel caso delle Primavere arabe. In Egitto tra il 2007 e il 2008 l’aumento dei prezzi dei cereali, soprattutto del grano, ha fatto schizzare il costo del pane del 37 per cento. La dipendenza dalle importazioni di grano e la crisi alimentare hanno agito da catalizzatore per le proteste. Nel caso del cacao, per i Paesi africani la questione riguarda le esportazioni e non il consumo. Ma non è comunque da sottovalutare.

«Il livello di dipendenza dei Paesi coinvolti nella produzione del cacao è altissimo», spiega Maria Federica Leonarduzzi, consulente in progetti di sostenibilità ed esperta delle filiere del cacao. «In Ghana e Costa d’Avorio il cacao costituisce una componente fondamentale del pil, al punto che le colture sono controllate dai governi. Già questo fa capire quanto siano vulnerabili questi Paesi: se viene a mancare un pilastro fondamentale del pil, i cittadini rischiano di non avere più i servizi essenziali».

Dagli alberi in Africa ai supermercati europei e americani il viaggio è lungo, e ciò che resta nelle tasche dei coltivatori è davvero poco. Il reddito familiare medio di un coltivatore di cacao si aggira sui 78 centesimi di dollaro al giorno in Costa d’Avorio e 52 centesimi in Ghana. Agli agricoltori va appena il 5 o 6 per cento del prezzo al dettaglio del cioccolato. Per avere un’idea, su una tavoletta da tre euro al produttore africano vanno appena 18 centesimi, mentre il marchio e il rivenditore finale si spartiscono più di due euro, cioè quasi il 70 per cento.

Maria Federica Leonarduzzi alla summer school di Altromercato a Roma nell’ottobre 2025

Mentre i coltivatori lavorano con le piante in Costa d’Avorio e Ghana, alla Borsa di Londra si formano i prezzi del cacao, con asimmetrie informative evidenti.

«Una grande barriera a un prezzo equo è l’accesso alle informazioni», sottolinea Leonarduzzi. «I produttori non hanno possibilità di sapere cosa accade davvero in borsa. Di solito, la grande multinazionale fa un prezzo all’intermediario o al produttore locale e quel prezzo viene sostanzialmente accettato. Di fatto i produttori sono succubi degli intermediari».

Il cacao è una delle principali soft commodity e gli strumenti principali con cui si muove il mercato sono i contratti futures, con i quali la compravendita avviene mesi dopo aver fissato il prezzo. Poi però c’è anche la speculazione operata dai grandi fondi, che negli ultimi tempi hanno scommesso al rialzo dopo che i raccolti in Africa sono stati meno generosi del solito. Mentre le quotazioni in borsa crescevano il guadagno per i coltivatori rimaneva sostanzialmente lo stesso, perché il prezzo era già stato fissato in precedenza.

«Per il cacao la componente speculativa è sempre esistita e quando una materia prima diventa così importante naturalmente richiama l’attenzione di numerosi operatori, anche quelli che di fatto non c’entrano niente con questa commodity», dice Damiano Cosaro, responsabile filiera del cacao per Altromercato che, con oltre 80 organizzazioni socie in Italia, rappresenta la più grande catena distributiva del cacao proveniente dalle filiere equo-solidali, cioè che remunerano equamente la produzione.

L’aumento eccezionale dei prezzi ha prodotto vari effetti, in primis una certa euforia nei confronti di questo business. «Come Altromercato siamo molto presenti in Madagascar, un piccolo produttore rispetto a Costa d’Avorio e Ghana, eppure anche lì, durante il picco dei prezzi, abbiamo assistito a un aumento consistente dei produttori, che sono entrati sul mercato per sfruttare il momento», conferma Cosaro.

Damiano Cosaro
Altromercato

È difficile elencare tutte le variabili che possono danneggiare le condizioni di lavoro e di vita dei produttori di cacao. Si potrebbe partire dallo sfruttamento minorile. Si stima che i bambini e ragazzi minorenni coinvolti nella produzione del cacao siano oltre 1,5 milioni, quasi tutti impegnati in attività pericolose, come l’utilizzo di machete, a contatto con i pesticidi e in lavori con carichi pesanti. Ecco perché la responsabilità legata alle filiere, osservata da questa parte del mondo, è particolarmente sentita. Il Gruppo Ferrero, leader italiano e tra i principali attori internazionali nel settore del cioccolato, sul proprio sito sottolinea l’impegno a impiegare solo cacao acquistato attraverso standard di sostenibilità gestiti in modo indipendente (Rainforest Alliance, Cocoa Horizons, Fairtrade e altri). Tra gli obiettivi raggiunti, ci sono inoltre la collaborazione con gruppi di coltivatori coinvolti dai sistemi di monitoraggio e contrasto del lavoro minorile e l’assistenza diretta ai produttori, anche per aiutarli a trovare fonti di reddito alternative, come la coltivazione del sapone, l’apicoltura o l’allevamento di polli.

La minaccia del cambiamento climatico

Tra le preoccupazioni ricorrenti, già accennata, c’è la questione ambientale. La coltivazione del cacao può essere seriamente penalizzata da un mix di condizioni climatiche avverse, anche di natura opposta. Innanzitutto, c’è l’aumento delle temperature. Secondo l’Organizzazione internazionale del cacao – Icco, gli alberi di cacao crescono bene in ambienti con temperature relativamente elevate, con medie annue massime di 30-32 gradi e medie minime di 18-21 gradi. Un recente studio del gruppo di ricerca indipendente Climate Central ha rilevato che il cambiamento climatico causato dalla combustione di petrolio, carbone e gas metano sta portando a un aumento consistente delle temperature nei territori che producono cacao: soprattutto in Costa d’Avorio e Ghana, che si ritrovano ad affrontare periodi prolungati al di sopra dei 32 gradi. Se le temperature si spingono sopra i livelli ottimali per troppo tempo il calore eccessivo può ridurre la quantità e la qualità del raccolto. Un’altra insidia sono le precipitazioni intense oppure, all’opposto, la siccità. Sempre l’Icco sottolinea che la crescita degli alberi di cacao è influenzata dalle piogge più che da ogni altro fattore climatico. Le piante sono molto sensibili alla carenza di acqua nel suolo, ma anche a un eccessivo ristagno.

Il valore della filiera

Se l’Europa e l’America, a livello politico e commerciale attraverso le multinazionali del settore, possono e devono fare di più per garantire che le filiere siano più solidali e rispettose delle condizioni dei lavoratori e dei territori coinvolti, è pur vero che qualcosa dovrebbe cambiare anche nella mentalità dei consumatori. Filiere più “corte” e certificate, in grado di garantire più trasparenza, esistono. «Con Altromercato puntiamo a ridurre lo scarto tra il prezzo del prodotto finito e il guadagno di chi produce la materia prima», dice ancora Cosaro. «Chiaramente bisogna fare un lavoro anche sui consumatori, per far capire loro l’importanza di privilegiare le filiere dirette e un cacao con tracciabilità completa».

Vendita di partite di Cacao in Indonesia – Foto Ap Photo/Dita Alangkara/LaPresse

Oggi i prezzi sono tornati sotto controllo. Secondo la Banca mondiale, dopo la brusca contrazione degli scorsi anni, per la stagione 2025-2026 si prevede un rimbalzo della produzione di oltre il 10 per cento, con prezzi in calo quest’anno e ulteriormente nel 2027. Ma il futuro ora è comunque pieno di incognite e fare previsioni è difficile, perché i fattori di rischio non mancano, a partire dalla questione climatica. Eventi estremi, alluvioni, siccità e patologie delle piante potrebbero ripresentarsi con maggiore frequenza. Una risposta agli interrogativi, nel caso delle filiere etiche, può arrivare «dall’agroforestazione, ossia dalla coltivazione del cacao operata insieme ad altre colture locali, come la manioca o il banano verde: piantagioni più variegate e resistenti, che possono assicurare un minimo di reddito», suggerisce Leonarduzzi.

La minaccia del cioccolato coltivato in laboratorio

Ma i motivi di inquietudine non finiscono mai. Ora c’è anche la questione del “finto cioccolato”. Con i prezzi in salita e le incertezze sui raccolti, l’industria negli ultimi anni ha investito in ricerca e sviluppo per adattarsi sperimentando ricette per ricavare un cioccolato surrogato, ottenuto per esempio da cereali e legumi, come il riso, oppure da avena e semi di girasole tostati e fermentati. In alternativa, c’è anche il cioccolato coltivato in laboratorio, come nel caso della svizzera Callebaut, che in collaborazione con l’Università di Scienze applicate di Zurigo ha sviluppato un cioccolato ottenuto da cellule della pianta di cacao in provetta.

Le monocolture che rendono fragili le economie

Le preoccupazioni non riguardano soltanto il cacao e non soltanto l’Africa. Al pari di caffè, soia, riso, grano e mais, infatti, è solo uno dei tanti prodotti chiave provenienti principalmente da Paesi vulnerabili e a rischio. Secondo il Wwf, l’impatto delle catene di approvvigionamento globali e dei consumi europei è enorme. Mediamente, tra il 2020 e il 2022, i Paesi dell’Ue sono stati responsabili di circa il 20 per cento della deforestazione per alcune commodities, tra cui la soia, il mais e naturalmente il cacao. Fra i principali responsabili c’è l’Italia: per soddisfare i nostri consumi ogni anno vengono rasi al suolo circa 4.000 ettari di foresta amazzonica, pari a circa 5.000 campi da calcio. Dopo alcuni rinvii, l’Unione europea si sta dotando di un regolamento sulla deforestazione. Adottato dal Parlamento europeo nel 2023, punta a contrastare il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità in connessione alle materie prime agricole importate. A dicembre è stato concesso un anno in più per adeguarsi: i grandi operatori dovranno applicare il regolamento dal 30 dicembre 2026, mentre i piccoli potranno aspettare altri sei mesi.

Nella foto di apertura, di LaPresse, il Festival Cioccolatò di Torino.

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