«Non diciamo loro che siamo mamma e papà. Vogliamo educarli come una famiglia, ma non devono sentirsi legati a noi da vincoli che non siano altro che l’affetto. Cerchiamo di condurli alla nostra casa, prima che finiscano negli ingranaggi degli enti assistenziali: passerebbero da un ospizio all’altro, tra brefotrofi e orfanotrofi, una trafila senza fine. Qui escono tra la gente ogni giorno, crescono come tutti gli altri. Sono i miei ragazzi. E io sono una mamma che si affeziona a questi bambini senza sentirsi chiamare mamma». Sono parole scritte decenni fa da Albertina Negri. Anche a distanza di 40 anni dalla sua conclusione, quelle parole svelano l’importanza della missione educativa che lei creò insieme al marito Silvio Barbieri. Nel dicembre 1961 a Olginate, in provincia di Lecco, immaginarono e aprirono Casa Alber, chiamata così proprio dal diminutivo di Albertina: un luogo straordinariamente quotidiano, trattandosi della loro casa ma con le porte aperte ai minori più in difficoltà.
In quel luogo, con un grande giardino, un cortile e quei due piani con dentro una grande sala da pranzo con tavolini a quattro posti, due bagni, due camerette con sei letti ciascuna, una camera matrimoniale e un’altra cameretta, una cucina, una lavanderia, una sala giochi e l’infermeria (sì, perché qui le ginocchia sbucciate, erano all’ordine del giorno), in 25 anni di attività educativa sono cresciuti 123 minori: i 121 figli di Albertina e Silvio, più i loro due naturali, Marco e Paolo. I primi ad arrivare furono 12 bambini tra i 2 e 12 anni. Alcuni rimasero poche settimane, altri mesi, altri anni. Molti di loro sono stati accompagnati nei loro percorsi di studio, in quelli professionali, negli amori, nella nascita della loro famiglia, anche una volta lasciata la Casa. Albertina e Silvia ad ogni bambino donavano «un pezzo del loro cuore». L’espressione è di Enrico, uno di quei 121 bambini. Lui arrivò a Casa Alber nel 1962 a 10 anni, dopo essere transitato da 12 istituti diversi; vi rimase sino al 1974, ma in realtà non se ne andò mai.

A partire dalla frase scritta in un tema in classe – «due coniugi che mai prima di allora avevo visto presero a interessarsi di me: non esagero affatto se dico che mi donarono un poco del loro cuore» – Enrico ha sempre guardato ad Albertina e Silvio come a due genitori. «Con loro ho scoperto una famiglia e il mondo esterno. Mi accolsero come si accoglie un figlio: non più dei sorveglianti, ma due persone che si occupavano di me, che mi seguivano mentre crescevo, che pensavano alla mia salute, alla mia istruzione, al mio benessere», racconta oggi Enrico. «Niente nella mia mente rappresenta meglio il dono della loro accoglienza del simbolo che avevano scelto per la Casa Alber: un albero stilizzato che diventa una mano che accoglie piccole creature. Il loro obiettivo primario era quello di reinserire bambini e ragazzi affidati nelle famiglie di origine: non si trattava quasi mai di orfani o di ragazzi senza genitori, come nel mio caso. Se il rientro era impossibile, Silvio e Albertina insieme alle assistenti sociali cercavano di far sì che il decreto di adottabilità da parte del Tribunale per i minorenni arrivasse in tempi ragionevoli, così che i ragazzi potessero avere una famiglia attraverso l’adozione». Enrico rimase a Casa Alber sino a quando partì per il servizio militare. Lasciare la Casa non significò perdere i contatti con Silvio e Albertina: «Ho sempre mantenuto il legame con loro. Li ho visti invecchiare: due persone che, anche negli ultimi anni, sono rimaste serene» sottolinea Enrico.
Casa Alber oggi non c’è più, ma ha lasciato un’eredità vastissima. Nel 1986 Albertina e Silvio scelsero di chiudere l’esperienza perché l’avanzare dell’età li rendeva ormai più nonni che genitori. «Lasciamo “il grazie” che dobbiamo ai nostri ragazzi. Da loro abbiamo imparato che educare vuol dire accompagnare il bambino, il ragazzo, l’adolescente, il giovane, nella lunga marcia verso l’autonomia personale. Sono i ragazzi che ci hanno stimolati alla nostra educazione permanente. Si tratta, il più delle volte, di inventare il metodo educativo adatto a quel determinato ragazzo, con quel determinato vissuto, in quella determinata situazione» scrissero allora, mostrando quell’attenzione al singolo – possibile e necessaria – che queste due persone visionarie seppero concretizzare, precorrendo tempi e bisogni. Fu così per 25 lunghi anni, in un’esperienza educativa che il cardinale Carlo Maria Martini, all’epoca Arcivescovo di Milano – non esitò a chiamare profetica e che, proprio per questo, deve rimanere testimonianza forte, duratura: anche una volta conclusa l’esperienza, anche dopo la scomparsa di Albertina e Silvio.

Il 23 novembre Silvio avrebbe compiuto 100 anni. Se ne è andato a inizio 2025, quasi tre anni dopo Albertina. Entrambi sono morti a 99 anni. Qualcuno rammenta che è lunga vita dei saggi, intesi come guide della comunità e precursori illuminati. Silvio e Albertina hanno mostrato un’altra via possibile di famiglia e di accoglienza educativa, in anni in cui gli istituti erano considerati l’unica forma di casa possibile per tanti minori soli o in situazioni difficili. Luoghi che erano ben lontani dal calore e dalla quotidianità di famiglia che Albertina e Silvio vollero creare. Casa Alber fu un luogo aperto all’altro e alla comunità e questo certamente fu fondamentale per i loro ragazzi: la relazione con i vicini di casa, l’oratorio, i compagni di scuola, i gruppi sportivi e gli scout erano la normalità per tutti i ragazzi. Un ritmo quotidiano comunitario che completava il senso di famiglia, di casa, di affetto per quei bambini, tutti maschi, non più di dieci per volta. Albertina era “casa”, Silvio con il suo lavoro dava ai ragazzi l’idea di normalità. Da padre-educatore, scelse sempre attività part-time che lo occupassero al mattino, mentre i bambini erano a scuola. La Casa era sostenuta economicamente dagli amici dell’Associazione Casa Alber e dai contributi stanziati dagli enti pubblici per ogni singolo minore affidato.

In questa storia c’è anche un 122esimo figlio accolto, così come lo chiamò la stessa Albertina: «Non siamo stati noi ad adottarti, ma sei stato tu che hai adottato noi!» gli scrisse Albertina in una lettera. Un legame che oggi ha spinto Volpi ad impegnarsi affinché dell’esperienza di Casa Alber e di queste due persone che in vita non vollero mai in alcun modo divenire protagonisti non solo resti la memoria ma si riparta anche per una riflessione non sterile su cosa significa fare accoglienza dei minori oggi. Maurizio Volpi, classe 1974 è pedagogista e da quasi trent’anni si dedica al lavoro sociale e di cura. Nel 2000 si è laureato in Scienze dell’Educazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con la tesi Casa Alber: esperienza profetica di una piccola comunità familiare per minori in difficoltà. Per il suo lavoro di ricerca, ha trascorso con Albertina e Silvio lunghe giornate, quando Casa Alber ormai era chiusa. Oggi, nel ricordare quei momenti, Volpi si commuove ancora, forte di una relazione che è continuata sino alla scomparsa di Silvio. In quel momento ha sentito la necessità di trasformare quel tempo insieme in una testimonianza per tutti: il suo legame con i coniugi è diventato un libro di memoria che è in uscita in questi giorni, Casa Alber – Un’esperienza profetica, (edito da TipiScout) che verrà presentato il 9 dicembre in una serata pubblica al Teatro Jolly di Olginate.


Il volume si articola in due parti: la storia di Silvio, Albertina e Casa Alber e le storie dei ragazzi, con quasi 50 testimonianze, compresa quella di Enrico, molte foto e la preziosa documentazione dell’archivio della casa, con lettere, relazioni sociali, valutazioni scolastiche, elaborati dei ragazzi… materiale che mostra il valore di quell’esperienza educativa. Nella prefazione, monsignor Angelo Bazzarri, che fu direttore della Caritas Ambrosiana dal 1983 al 1993 e presidente della Fondazione Don Gnocchi fino al 2016, parla di una «pionieristica esperienza pedagogico-educativa» capace di attingere a due sorgenti: la Costituzione Italiana e il Vangelo. «Una profetica e singolare iniziativa di una nuova concezione di famiglia allargata» definita, a ragione, anticipatrice di ciò che 22 anni dopo l’apertura di Casa Alber avrebbe previsto la legge 184 del 1983 sull’adozione e l’affidamento dei minori. «Albertina e Silvio diedero vita a un rapporto umano intenso, personale, capace di rianimare alla vita situazioni drammatiche di abbandono ed emarginazione, con tutti i loro 121 figli. La loro capacità di trasmettere amore ha davvero sempre avuto qualcosa di profetico: pensiamo banalmente al bacio della buonanotte che molti di loro ricordano e che lì ricevettero tutte le sere, per la prima volta. Non a caso, da più parti Albertina e Silvio sono stati definiti “i santi della porta accanto”» sottolinea Volpi, che ricorda come quell’amore fosse anche generato e sorretto da una profondissima fede.

Albertina e Silvio si conobbero nell’ambito di un impegno comune alla “Casa dei ragazzi” di Lecco. Nel 1957, quando si sposarono, agli amici chiesero come dono nuziale un aiuto per l’impianto di riscaldamento di quella struttura: il dono più bello per i loro ragazzi segnati da povertà e abbandono. Ma quello fu solo l’inizio di un matrimonio aperto agli altri: anche prima e dopo Casa Alber. Silvio, dopo la fine dell’esperienza di Casa Alber, intraprese un percorso diverso di impegno per i bambini in condizione di disagio. A lui per esempio si deve “l’invenzione” dei primi appelli per l’adozione, pubblicati sul quotidiano Avvenire nella rubrica “Adozione e Affido” negli anni 1988-1990 e poi sul Resegone. Dal 1989 al 1991, Silvio fu giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Milano: l’allora presidente del Tribunale, Adolfo Beria d’Argentine, gli affidò il compito di reperire coppie di coniugi adottive o affidatarie, idonee all’accoglienza in famiglia di casi particolarmente difficili. Albertina fu invece fondatrice, dal lontano 1945, dello scoutismo a Lecco: un impegno che portò avanti tutta la vita e a cui Federica Frattini, nel 2023, ha dedicato un libro. «Casa Alber, con la sua attività educativa, quantitativamente modesta ma qualitativamente immensa, indicò la strada da percorrere: i grossi istituti dovevano cedere il passo alle comunità di tipo familiare. Il racconto di questa esperienza può essere ancora oggi un utile spunto per riflessioni di taglio pedagogico ed educativo per chi si occupa di scienze dell’educazione ma anche per un approfondimento sulle competenze che insegnanti e educatori di comunità devono avere, oltre che un possibile vademecum in ambito famigliare», conclude Volpi.
Foto concesse da Maurizio Volpi
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