Le diete scorrette, troppo povere o troppo ricche di cibo e di scarsa qualità, causano ogni anno fino a 11 milioni di decessi. La stima, pubblicata su Lancet, calcola il peso dei singoli fattori alimentari e i principali sono: elevato apporto di sodio (il sale, 3 milioni di morti), basso apporto di cereali integrali (3 milioni di decessi) e di frutta (2 milioni). La restante quota di decessi è da imputare all’eccessivo consumo di carni rosse e lavorate, bevande zuccherate e alimenti ricchi di acidi grassi trans. Alimenti ultraprocessati ad alta densità calorica, carburante per obesità e sovrappeso. La malnutrizione è all’origine delle principali malattie non trasmissibili che, secondo l’ultimo Global Burden of Disease, rappresentano ormai quasi due terzi della mortalità e morbilità totali a livello mondiale, con cardiopatia ischemica, ictus e diabete in testa alla classifica. In Italia 107 decessi su centomila sono causati da una dieta di scarsa qualità. Si stima che una percentuale tra il 30 e il 50 per cento di tutti i tumori sia collegata a fattori ambientali e a condizioni, comportamenti e abitudini, come l’inattività fisica, l’uso di tabacco, l’obesità, una dieta poco salutare e l’assunzione di alcol, e potrebbero quindi essere prevenuti.
Del legame tra cibo e salute e delle azioni necessarie sui sistemi alimentari, che oltre ad avere un forte impatto sul nostro benessere sono la condizione per rispettare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu, abbiamo parlato con Francesco Branca, professore dell’Global Health Institute dell’Università di Ginevra, ospite del quinto convegno nazionale dell’Associazione italiana leucemie-linfomi e mieloma Ail a Roma il 30 ottobre.
Professore, noi spesso evidenziamo l’importanza delle raccomandazioni e sopratutto le responsabilità delle scelte dei singoli cittadini. Ma oltre al consumo, c’è il sistema di produzione alimentare. Lei è stato Direttore del Dipartimento di Nutrizione e Sicurezza degli Alimenti dell’Oms. Come è possibile che la malnutrizione, nei suoi due estremi di fame e obesità, colpisca ancora così duro?
Ci sono varie ragioni. La sicurezza alimentare e la malnutrizione sono determinate da un sistema alimentare il cui obiettivo primario non è quello di fornire una buona qualità della dieta ma che è governato dalla necessità di portare profitti a tutti i componenti della filiera. Ci sono poi altre circostanze globali come il cambiamento climatico, che determina una riduzione della produttività e in molti casi della qualità nutrizionale del cibo, e i conflitti globali, nonché le oscillazioni del costo dell’energia e distorsioni di carattere economico. Tutto questo impedisce l’accesso a una dieta sana a tutta la popolazione. Oggi 673 milioni di persone sono colpiti da insicurezza alimentare e 2 miliardi e 600 milioni non hanno la possibilità di acquistare una dieta sana. Ci sono profonde diseguaglianze di accesso sia tra i paesi sia all’interno dei paesi. Con conseguenze devastanti per la salute pubblica, l’equità sociale e l’ambiente.
I singoli fattori di rischio alimentare oggetto di linee guida dell’Oms sono zuccheri, sale, grassi, acidi grassi saturi. In oncologia, due principali rischi alimentari sono la carne rossa, un basso apporto di cereali integrali e l’alcol che, come la carne rossa lavorata, è in classe 1 (sicuramente cancerogeno) e cui sono dedicate le due monografie Iarc appena presentate a Copenaghen. Secondo una recente analisi, i tumori del colon e del retto sono i più influenzati dai fattori dietetici, dove un caso su sette è attribuibile alla dieta, seguiti dai tumori al seno e allo stomaco.
La ricerca non si ferma e accumula evidenze sul legame tra alimentazione e cancro, in particolare in alcune forme, come il seno e il colon-retto, per quanto vi siano numerosi meccanismi sottostanti comuni come, per esempio, quelli legati all’infiammazione cronica. Abbiamo anche nuove metodologie per sintetizzare le raccomandazioni come quelle dell’Oms a partire da evidenze di tipo diverso, come quelle epidemiologiche e quelle degli studi di intervento sui singoli fattori di rischio. Il World Cancer Research Fund Wcrf ha un rigoroso programma di ricerca sistematica continuamente aggiornato, che si chiama Continuous Update Project, volto a raccogliere e valutare la ricerca globale su come la dieta, l’alimentazione, l’attività fisica e il peso corporeo influenzino il rischio di cancro e la sopravvivenza. L’approccio è quello di adottare una visione integrata e di definire stili di vita e alimentari, i cosiddetti dietary and lifestyle patterns, e i loro effetti sulla salute. Nel caso del cancro al colon-retto, si tratta di unire l’attività fisica a un’alimentazione in gran parte a base vegetale, legumi e cereali integrali la frutta e la verdura, riducendo il più possibile alimenti come le carni rosse e le carni trasformati, eliminare l’alcool. Scelte che si possono fare se lo si vuole ma anche se lo ci si può permettere. Per questo, le politiche contano.
Il rapporto di Lancet EAT Lancet report della settimana scorsa torna a ribadire che la tassazione su certi alimenti e sussidi per altri è una via efficace di promozione della salute. La Sugar Tax in Italia è stata molto contrastata, nonostante le evidenze di una sua efficacia nel ridurre il consumo di bevande zuccherate. Quali misure funzionano?
Le evidenze in nostro possesso, a proposito della sugar tax, derivano dagli studi su alcuni paesi coraggiosi che hanno deciso di introdurla senza politiche precedenti. Tra questi il Messico e alcuni stati americani, che sono stati i primi; il Regno Unito è stato pioniere nella modalità di tassazione degli alimenti zuccherati con il sistema di tassazione progressiva [a seconda della concentrazione di zucchero]. Le analisi di costo-efficacia mostrano i risultati di questa politica di tassazione. Ci sono poi altre misure. Come l’etichettatura frontale di avvertimento, che in Cile ha funzionato più della tassazione, con una riduzione di un quarto del consumo di bevande zuccherate, trasversale a tutte le fasce sociali fin dal primo anno di introduzione della legge. Le etichette del ministero della salute del Cile segnalano alto contenuto di zucchero, alto contenuto di sale o alto contenuto di grassi. Poi ci sono misure di intervento sulla pubblicità, in particolare le fasce più indifese come i bambini. Infine, un’altra misura importante, forse la meno controversa, è l’acquisto con soldi pubblici, quindi per mense scolastiche o negli ospedali, unicamente di certi alimenti sani, come legumi e verdura, di origine vegetale. La chiave di volta può venire, secondo me, da un aspetto di cui discutere di più perché molto trascurato: politiche di controllo del marketing e della promozione dei prodotti. Le istituzioni che mettono insieme più pratiche riescono meglio a modificare il cosiddetto “ambiente alimentare” del paese.
Rendere più costosa la bistecca e più economico il pomodoro è quanto propone uno studio svedese appena pubblicato che stima gli effetti sul consumo di una tassazione ragionata che colpisca di più i cibi che hanno un impatto negativo sulla salute e sull’ambiente, senza oneri per i consumatori.
La povertà alimentare è in crescita anche nel nostro paese. Federconsumatori indica che la spesa alimentare può arrivare a pesare fino al 19% del reddito familiare. Questa cifra negli Usa si aggira sul 6%, mentre sale al 34% guardando alle fasce più povere. E la carne, da sola, rimane la voce principale di crescita della spesa.
Oltre alla tassazione di alcuni tipi di prodotti, tra gli interventi ci sarebbero i sussidi.
L’80% dei sussidi della Politica agricola comune vengono dati a prodotti animali: dei 57 miliardi l’anno, circa 46 miliardi sostengono la produzione di carne vaccina, pollame, carne suina, uova e derivati del latte. Gli effetti sui prezzi di tale distorsione artificiale del mercato rendono meno economicamente accessibili gli alimenti di origine vegetale. Andrebbero riconsiderati gli obiettivi di tali misure.
C’è anche un problema anche di trasparenza dei processi decisionali.
Siamo tutti ben consapevoli delle attività di lobbying e degli interessi dell’industria alimentare. Una per tutte, ricordo l’emblematica vicenda dei sostituti del latte materno dove l’industria, per contrastare l’allattamento al seno, mise in campo investimenti che erano dieci volte la somma a nostra disposizione per sviluppare le linee guida. Come Oms, denunciammo anche l’aggressiva politica di marketing ingannevole dell’industria del latte artificiale. Dopodiché, la politica pubblica è sviluppata dai decisori politici. Tuttavia, le autorità dovrebbero rendere conto delle decisioni e delle ragioni per cui le prendono. È una questione di trasparenza e di indipendenza. L’Oms è molto attenta nella selezione di chi partecipa alla stesura delle linee guida e all’assenza di conflitti di interesse palesi o situazioni sfumate che potrebbero originare il sospetto e ledere quindi la credibilità dell’istituzione.
Eppure, come accade regolarmente con le dichiarazioni sull’alcol degli esponenti del governo, i politici sono i primi a ignorare e negare le evidenze scientifiche.
È un atteggiamento sbagliato. Prendiamo il dibattito sul NutriScore [l’etichetta a semaforo scartata dall’Italia senza motivi plausibili, accusata di essere addirittura una mossa per affossare il Made in Italy] o la Sugar Tax, di cui abbiamo detto. I buoni risultati di una misura dipendono molto dalle modalità di applicazione e dal contesto socio-economico e culturale del paese. Potrebbe quindi anche non essere la misura più adatta per un certo paese, ma questo va stabilito con i dati e le misurazioni, attraverso un’attenta analisi degli scenari formulata da specialisti competenti. Infine, credo sia molto importante il dialogo, anche con l’industria e con tutti coloro che si occupano di salute, di ricerca, di agricoltura, di sviluppo tecnologico, di ambiente. La messa in opera delle politiche dovrebbe avere come obiettivo principale il bene pubblico.
Foto di Roman Levchenko
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