La casa di Alida Maggi e Salvatore Attanasio è piena di quadri carichi di colore, pennellate vigorose e tratti intimi. Sono i dipinti del figlio, Luca Attanasio, ambasciatore d’Italia ucciso il 22 febbraio 2021, a 43 anni, in un agguato nella Repubblica Democratica del Congo.
I suoi quadri colorano la casa di Limbiate (provincia di Monza e Brianza), dove Luca è cresciuto, da ben prima della tragedia in cui insieme a lui hanno perso la vita anche il carabiniere che gli faceva da scorta, Vittorio Iacovacci e l’autista congolese, Mustapha Milambo. Al momento dell’assalto viaggiavano tutti, con altre persone, su un convoglio del Pam-Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, nel nord Kivu, al confine con il Rwanda. Ancora oggi, a distanza di cinque anni, quei momenti sono avvolti nel buio e i genitori del diplomatico non interrompono un solo istante il loro impegno per conoscere tutta la verità su quanto accaduto: lottano sempre, in modo pacato, ma con grande fermezza.
Quei quadri quasi materici, oggi, sono diventati una presenza. Sono ovunque: alle pareti del soggiorno e della cucina, nelle camere. Non c’è spazio per tutti. Sono soggetti astratti, paesaggi, frasi e forme che rivelano una personalità eclettica, di grande sensibilità, sanamente irrequieta. «Rivedo Luca nei suoi dipinti», confessa mamma Alida, «e rimpiango il fatto che non abbiamo mai parlato di cosa rappresentassero per lui. Credi di avere sempre tempo per farlo, poi accade l’imponderabile. Luca a casa non c’era mai, anche quando era ancora studente: era un vulcano, sempre in movimento e in viaggio, per progettare il suo futuro. L’unica cosa che mi consola oggi è sapere che è riuscito a realizzare i suoi sogni. Ha vissuto poco, ma ha avuto una vita pienissima».
La signora Alida mostra una scatola piena di lumini: ogni sera ne accende uno e lo depone davanti alla foto del figlio, su uno scrittorio. È anche questa una ricerca di luce, di chiarezza.
Luca a casa non c’era mai, anche quando era studente: era un vulcano, sempre in movimento e in viaggio, per progettare il suo futuro. L’unica cosa che mi consola è sapere che è riuscito a realizzare i suoi sogni. Ha vissuto poco, ma ha avuto una vita pienissima
Alida Maggi, mamma di Luca Attanasio
La passione di Luca Attanasio per l’arte risale a quando era ancora studente di liceo. Allora i suoi dipinti avevano colori tenui e tratti lineari. Poi, nel periodo romano, nei primi anni alla Farnesina, arrivò l’esplosione di colore: il segno di un giovane uomo che, dopo la laurea in Economia all’Università Bocconi di Milano, il master all’Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale e l’inizio della carriera diplomatica (era il 2003) aveva trovato la sua strada, forte del desiderio di poter dare il suo contributo al mondo come uomo delle istituzioni e di farlo con uno sguardo nuovo e una diplomazia dalle porte aperte.

Quando nel 2015, dopo esperienze in Svizzera e Marocco, gli venne assegnato l’incarico come primo consigliere all’ambasciata in Nigeria, lasciò i suoi dipinti qui – troppo complicato spostarli – e mise nel cassetto tempere e pennelli. Il tempo, da uomo di Stato e di relazioni quale era, non gli bastava più. I momenti liberi dal ruolo istituzionale, inoltre, ormai erano dedicati alla moglie Zakia e alle tre figlie piccole.
Il cuore a Taizé
Su una parete del soggiorno di casa Attanasio c’è anche una gigantesca mappa geografica, con i due emisferi della terra. Quella la vollero Alida e Salvatore da freschi sposi e giovani genitori di Luca e Marina, la sorella. Sembra un filo rosso che conduce al figlio e al suo voler essere cittadino del mondo, entusiasta, aperto agli altri, capace di dialogare sempre, per la ricerca di un punto d’incontro. Uno sguardo che aveva imparato da piccolo, in casa, ma che aveva coltivato anche in tanti anni di impegno in oratorio, nel volontariato e con quel legame particolare con Taizé – la comunità monastica ecumenica fondata da frère Roger in Francia – dove da ragazzo tornava appena poteva, per alimentare la sua fede, l’incontro con l’altro e la condivisione tra popoli.
«Voleva portare anche noi, ma ci sembrava complesso per due persone non più giovani» racconta Salvatore. Lui e la moglie ci sono andati l’anno dopo la morte del figlio: volevano capire, vedere, sentire. E anche lì lo hanno “rivisto”: in tante testimonianze raccolte, nella grande foto che gli rende omaggio, nei racconti di chi ha conosciuto la sua intraprendenza. «Luca è cresciuto secondo i principi del Vangelo, ma anche con grandissimo rispetto della Costituzione», sottolinea papà Salvatore.
L’empatia era il suo modo di stare al mondo, anche nel lavoro. Molti gli riconoscono il merito di aver introdotto un nuovo stile nella diplomazia, un volto più umano, un ruolo sul campo e una grande capacità di negoziazione
Alida Maggi, mamma di Luca Attanasio
Alida non ama quel racconto che spesso mette in rilievo la bontà del figlio: «Era un uomo giusto, un uomo di pace che cercava di perseguire il bene comune, con una professione tenacemente voluta. L’empatia era il suo modo di stare al mondo, anche nel lavoro. Molti gli riconoscono il merito di aver introdotto un nuovo stile nella diplomazia, un volto più umano, un ruolo sul campo e una grande capacità di negoziazione». La sua fede era un bagaglio quotidiano, una compagna di vita, e la laurea in Economia era una base solida per progettare caparbiamente opportunità di sviluppo e immaginare un futuro migliore anche per i contesti più difficili.
Le testimonianze nelle scuole
«Ai ragazzi delle scuole che incontriamo, raccontiamo sempre che Luca non era un fenomeno, né un secchione. Da ragazzo si divertiva e amava il bello. Il suo sogno però era fare qualcosa di grande per il suo Paese e per questo aveva scelto la carriera diplomatica. Era un professionista preparato e determinato, che nel tempo libero si dedicava a chi aveva più bisogno. Nella vita privata, con la moglie, cercava di aiutare un Paese dalle grandi contraddizioni. Aiutava i connazionali, ma ha anche cercato di dare voce a tanti congolesi, con uno sguardo particolare sui bambini di strada», sottolinea Salvatore.

La stanza di Luca, piena di foto e quadri, è rimasta così com’era: ma un angolo è diventato il suo studio. Da qui non si stanca mai di accettare inviti, studiare atti processuali, contattare persone e ricercare la verità su quello che è successo. Con la moglie, è appena rientrato da una testimonianza in Toscana. Una delle tante. Più si avvicina la data dell’anniversario dell’agguato e più le loro giornate si riempiono di incontri. Quest’anno, il quinto anniversario, più che mai.
Domenica 22 febbraio, a Limbiate arriverà il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, per una celebrazione in ricordo di Luca. Ma anche il mese di marzo è già pieno di iniziative. In verità è così un po’ tutto l’anno. Alida talvolta preferisce rinunciare a qualche incontro pubblico – troppo difficile emotivamente ricordare sempre – ma le giornate del marito, instancabilmente, sono piene di appuntamenti in cui racconta a tutti chi era suo figlio. Accetta di parlare in Comuni, scuole, oratori, associazioni in tutta Italia, per continuare a ricordare, ma anche per raccontare la tragica morte del figlio e come, ancora oggi, a distanza di cinque anni, non sia stato possibile arrivare a una verità su quanto accaduto.
Il bisogno di luce e di verità
Sono entrambi amareggiati, delusi. Non hanno mai creduto alla versione dell’assalto di bande che imperversano in quella complessa area di confine: versione che ha portato a Kinshasa a un procedimento di primo grado contro sei presunti esecutori materiali, concluso con una condanna a morte poi tramutata in ergastolo, in un processo pieno di lacune e con elementi di prova dubbi. A Roma, il procedimento si è invece chiuso con il non luogo a procedere per l’impossibilità di indagare i due dirigenti del Pam, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza – accusati dalla Procura di omicidio colposo – che hanno invocato l’immunità diplomatica. Le istituzioni italiane, che nel processo a Kinshasa lo avevano fatto, in Italia non si sono costituite parte civile e, di fatto, hanno avallato la posizione del Pam, che ha condotto all’immunità funzionale “per consuetudine”. C’è un secondo procedimento aperto alla Procura di Roma di cui nessuno, al momento, conosce i contenuti. «I nostri legali hanno fornito diverso materiale, aspettiamo l’apertura del fascicolo per capire» dice papà Attanasio.
Il caso di Luca crea imbarazzo nella politica e ad oggi le istituzioni sono mancate nella ricerca della verità. Attorno al caso è sceso subito il silenzio
Salvatore Attanasio, papà dell’ambasciatore Luca
«Così, però, ce lo hanno ucciso due volte» continuano i genitori. «Il caso di Luca crea imbarazzo nella politica e ad oggi le istituzioni sono mancate nella ricerca della verità. Attorno al caso è sceso subito il silenzio, anche dell’opinione pubblica, senza un movimento reale che potesse in qualche modo fare pressione. Diversi elementi portano a una strada diversa rispetto all’assalto di bande: crediamo che il bersaglio fosse proprio lui. Dobbiamo la ricerca della verità in primo luogo alle nostre nipoti, ma crediamo che l’Italia intera meriti di sapere cosa sia successo davvero. Luca ne era un rappresentante, orgoglioso e coraggioso. È dovere del Parlamento adoperarsi e abbattere un muro di ipocrisia fatto solo di celebrazioni e commemorazioni», insiste.

Un impegno per la verità condiviso anche con la famiglia del carabiniere Iacovacci, con cui i contatti sono frequenti e con l’associazione Amici di Luca Attanasio, che riunisce persone da tutto il mondo e a cui si sono aggiunte altre associazioni e cittadini incontrati in questi anni.
La richiesta di una commissione d’inchiesta
A novembre 2025 è stata presentata una proposta di legge per istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi di Attanasio e Iacovacci e del cooperante Mario Paciolla, trovato privo di vita in Colombia, dove collaborava con le Nazioni Unite. Si attende la calendarizzazione della discussione in Senato.
I genitori di Attanasio sperano così in un cambio di passo, in un’iniziativa che possa intercettare un sostegno trasversale delle forze politiche, «per cercare di colmare lacune, dubbi e ombre e superare iniziative che finora si sono limitate a dichiarazioni di intenti. Tutti celebrano Luca, tutti lo ricordano. Ma è altrettanto doveroso capire cosa è successo quel giorno», ribadisce Salvatore. «Oggi siamo orfani di nostro figlio, il tempo si è fermato. Facciamo la nostra vita, perché Luca era sempre positivo e anche noi prendiamo tutto il bello che arriva, ma condividiamo, oltre al dolore, un pesante senso di ingiustizia», conclude Alida.
Pochi mesi prima di essere ucciso, a ottobre 2020, l’ambasciatore Attanasio era tornato in Italia per ricevere il Premio internazionale Nassirya per la Pace. È stata l’ultima volta che i genitori lo hanno incontrato: «Nel ritirarlo aveva ribadito che quando si è rappresentanti dello Stato si ha il dovere morale di dare l’esempio. Vogliamo sapere cosa è successo, verificare eventuali responsabilità e ci aspettiamo, com’è doveroso che sia, di poter condividere questo impegno con lo Stato, che nostro figlio rappresentava e onorava», chiedono i genitori del diplomatico.

A guardare bene nel soggiorno di casa, uno dei quadri del figlio — quello in cui un cielo giallo, dominato da un sole immenso, accoglie la scritta “Don’t cry over” — sembra profeticamente racchiudere quell’urgenza di ricerca di verità, che oggi lega tante persone a mamma Alida e papà Salvatore, per poter rendere davvero omaggio a quell’ambasciatore, tra i più giovani e promettenti d’Italia, che vedeva nella diplomazia anche una reale via per provare a portare pace e uguaglianza.
La foto in apertura, l’altra che ritrae l’ambasciatore e quella della commemorazione sono state gentilmente fornite dalla famiglia Attanasio. Le foto dei quadri dipinti da Luca Attanasio e il ritratto di Alida e Salvatore Attanasio sono di Arianna Monticelli
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