Dove va la sostenibilità? Risponde lo scrittore Bruno Arpaia

«Con il romanzo immaginiamo il futuro, tra Ai e crisi climatica. Per cambiare il presente»

di Elisa Cozzarini

Scandinavia, fine secolo. Il riscaldamento globale è ormai fuori controllo. La società è divisa in caste, con al vertice umani geneticamente modificati. Qui è ambientato il nuovo romanzo di Bruno Arpaia, Il mondo senza inverno. «Non una distopia, ma uno dei futuri possibili», dice l'autore. «La letteratura ci consente di pensare l'impensabile, ci mette di fronte all'eventualità di un crollo generalizzato. Serve a farci riflettere e agire per cambiare il nostro destino».

Scorre veloce Il mondo senza inverno, l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, in uscita il 20 gennaio per Guanda. Una pagina dopo l’altra, si legge con il desiderio di sapere, con la sensazione che lì dentro sia racchiuso il destino che ci aspetta. Con la speranza che, alla fine, ci sia una via d’uscita. Scrittore, giornalista e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, Arpaia descrive un futuro in cui il riscaldamento globale e l’intelligenza artificiale hanno ormai stravolto la società e il mondo come li conosciamo. In Scandinavia, verso fine secolo, le condizioni climatiche permettono ancora una vita civile organizzata. Ma la popolazione, divisa in caste, vive sotto stretta sorveglianza. Dominano i cittadini A, superumani con neurochip impiantati nel cervello. La massa dei cittadini C sopravvive in condizioni miserabili, confinati in città satellite, senza diritti, perché non più utili, in una società in cui non c’è più bisogno del loro lavoro. In mezzo, ci sono i cittadini B e qualcuno che organizza la resistenza e cerca di colpire il sistema. «Racconto come potrebbe essere il futuro», dice l’autore, «perché serva a farci riflettere sul presente. La narrazione ha la forza di farci comprendere i fatti molto meglio di qualsiasi saggio. Ci immedesimiamo con i personaggi. Con loro vediamo le città sommerse dall’acqua, soffriamo la fame, il caldo, sentiamo quello che potrebbe accadere».

Dieci anni fa, nel romanzo Qualcosa, là fuori, lei raccontava la migrazione estenuante di alcuni personaggi attraverso un’Europa devastata dalla crisi climatica. In questo libro, la loro storia continua in Scandinavia…

È stato quasi naturale immaginare il futuro di quei sopravvissuti in una nuova società, mettendo insieme ciò che osserviamo: intelligenza artificiale, biologia sintetica, link neurali, riscaldamento globale, con rischi ed esiti. Noi abbiamo il dovere di pensare a ciò che accadrà e, soprattutto, di cercare di capire cosa possiamo fare, oggi, per adattarci, ed evitare il peggio. Anche di questo libro, diranno che è una distopia, ma quel che racconto sta già accadendo. Preferisco parlare di speculative fiction, la letteratura che si chiede: cosa succederebbe se? La distopia può essere molto consolatoria, perché dà la sensazione che tanto non ci riguarda. Elon Musk ha già impiantato sensori neurali, parla esplicitamente di sbloccare il potenziale umano. Cosa intende esattamente? Si stanno già vendendo chip neurali che promettono di allargare la memoria del 30%. Ci sono esperimenti eugenetici. Dicono che servono per eliminare le malattie prima della nascita, ma chi ci assicura che non diventi qualcosa che solo chi ha i mezzi potrà permettersi? Così si creerebbe quella sorta di superumano che racconto nel libro.

Il mondo senza inverno si svolge in uno scenario in cui il riscaldamento del pianeta è fuori controllo. Si usano le energie alternative, sì, ma i punti di non ritorno sono ormai superati. Perché, nella narrazione, la scienza del clima, tanto presente nel libro precedente, qui passa in secondo piano?

Rispetto a Qualcosa, là fuori, il danno è già stato fatto. Quello che dieci anni fa immaginavo a fine secolo, si sta avvicinando molto più velocemente, ed è terribile. Accade soprattutto perché manca un’azione decisa per lo stop all’uso delle fonti fossili e alle emissioni di gas serra. A questo, si aggiunge che le stime di allora non tenevano conto di fenomeni che si sono compresi solo dopo, come lo scongelamento del permafrost e il rilascio del metano, che è ventuno volte più climalterante dell’anidride carbonica. Come si fa a tornare indietro rispetto alla possibilità di un simile evento? Bisogna prepararsi, pensare all’inevitabilità di un collasso. Io credo che una finestra, minima, di tempo per mitigare la situazione ancora ci sia, ma non vedo segnali in questo senso, nel mondo. Ci vorrebbe una determinazione forte, governanti che guardassero avanti di venti, cinquant’anni, visionari. Al governo invece ci sono negazionisti, o altri che fingono e poi non agiscono. Sono in voga identitarismi, nazionalpopulismi. Si pensa che ognuno basti a sé stesso. La climatologia mette in discussione tutto questo. I gas serra non si possono fermare al confine. Ecco perché è la scienza più odiata.

L’Unione europea, con il Green deal, aveva tentato di adottare politiche che guardavano al futuro. Ma una dopo l’altra, le sta svuotando… Dove va la sostenibilità, in questo contesto?

L’Europa è stretta tra due fronti: Russia e Stati Uniti. Potrebbe approfittarne per ribadire i propri valori, che continuo a ritenere essenziali. Ma ci sono forze contrarie, che non lo permettono, al governo o comunque con un peso in crescita nei diversi Stati membri. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, la prima cosa che ha fatto la nostra Presidente del Consiglio è stata prendersela con gli “ecologisti ideologici”, il che non c’entrava nulla. È un esempio per dire che la scienza climatica dà fastidio. L’Unione europea avrebbe la possibilità di seguire una strada diversa, ma bisognerebbe prendere misure che in questo momento sono impopolari, perché ne beneficerebbero i più deboli: il Sud del mondo e le generazioni future. Già oggi gli eventi estremi ci stanno costando moltissimo. Se investissimo quei soldi nella riconversione dell’industria, sarebbero meglio spesi. Ma non porterebbero consenso immediato. L’idea dominante è che dobbiamo crescere, svilupparci, a prescindere dalle risorse a disposizione. La crescita, intesa come mero aumento del Pil, non può essere sostenibile.

Lei scrive che «l’umanità aveva sempre immaginato e temuto un collasso istantaneo, globale: un meteorite, una pandemia, una catastrofe nucleare; invece quello che stava avvenendo era lento, graduale, quasi inavvertito, perché i nostri pregiudizi cognitivi ci impedivano di vederlo. Era come se l’umanità fosse lentamente diventata stupida, votata alla banalizzazione, alla semplificazione di ogni problema complesso». Ci spiega?

Noi siamo pieni di pregiudizi cognitivi, bias in inglese, che derivano dall’evoluzione. Per esempio, 1,5°C di aumento della temperatura media globale ci sembra poco e lo sottovalutiamo. Se c’è un problema, tendiamo a essere ottimisti e pensare che qualcuno se ne occuperà, anche se non è così. Come specie, siamo giovanissimi: per noi è ancora più importante metterci al riparo dalla tigre dai denti a sciabola, piuttosto che da un evento graduale, a cui non siamo abituati. Il pericolo immediato ci fa reagire subito, quello lento no. A questo si aggiunge una “obesità” dell’informazione, che stordisce. Qualunque verità si annacqua e non si sa più nulla. E, inoltre, come dice il filosofo Timothy Morton: la crisi climatica rappresenta l’iperoggetto per eccellenza: è di proporzioni talmente vaste, spaziali e temporali, che la mente umana non riesce ad afferrarlo in tutta la sua complessità. Sta qui l’importanza della letteratura: ci può aiutare a superare i pregiudizi cognitivi e comprendere qualcosa che altrimenti sarebbe inimmaginabile. Impariamo di più da una narrazione che da una spiegazione perfetta, perché ci immedesimiamo nei personaggi. Oggi dobbiamo riuscire a considerare l’eventualità di un collasso generalizzato, per vedere se abbiamo ancora la possibilità di cambiare il futuro.

L’intelligenza artificiale potrebbe compromettere anche la nostra capacità di narrare e ascoltare storie?

Maryanne Wolf, una delle più note neuroscienziate cognitiviste, ha dimostrato che per leggere qualunque testo su uno schermo utilizziamo una lettura trasversale, superficiale, che inabilita i circuiti neurali della lettura profonda, che sono gli stessi dell’empatia. Il nostro cervello è plastico, si abitua facilmente al cambiamento. Significa che, perdendo la capacità di lettura profonda, perdiamo anche l’empatia. Questo sta già accadendo, prima ancora di mettere in campo l’intelligenza artificiale. Non sono contrario alle nuove tecnologie, ma bisogna stare attenti ai rischi. Le Ai che stiamo usando ora hanno già letto tutto quello che noi abbiamo scritto. Rispondono assecondando i nostri bias: mettono le parole probabilisticamente una dietro l’altra. Producono testi scritti anche benissimo, ma possono dire falsità. Tocca ancora a noi stabilire cosa è vero e cosa no, ma stiamo perdendo questa capacità. Sappiamo bene come i social network già amplificano la nostra bolla. Amiamo avere conferma delle nostre opinioni, tendiamo a rifiutare ciò che stravolge le nostre credenze: è un pregiudizio cognitivo, come nel caso della crisi climatica, che mette in discussione le nostre certezze.

Oggi siamo quelli che siamo perché abbiamo saputo essere collaborativi, empatici. Siamo umani in quanto facciamo parte di una comunità. Questo credo rimarrà, qualsiasi sia il futuro.

Lei descrive un mondo terribile, in cui però rapporti umani e solidarietà continuano a esistere.

Sì, perché nonostante il pessimismo, coltivo la speranza. Noi Sapiens siamo quelli che siamo perché abbiamo saputo essere collaborativi, empatici. Stiamo perdendo queste capacità in una società individualista, che ci costringe nella prigione dell’io. Ma quando vieni costretto in quella prigione, non ti senti più una persona completa. Siamo umani in quanto facciamo parte di una comunità. Questo credo rimarrà, qualsiasi sia il futuro. Nel romanzo, do la parola ai personaggi in prima persona, proprio per dare il senso di un’azione collettiva.

La foto in apertura è di Davide Pettarini

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