La musica, capace di valorizzare l’incanto della natura, diventa un potente strumento per rilanciare i temi dell’ambiente in una cornice di bellezza e armonia. Per questo la Fondazione Capellino – la “Patagonia italiana”, un ente filantropico che è proprietario dell’azienda di cibo per animali Almo Nature – partecipa al progetto musicale della cantautrice veneta Erica Boschiero. Il nuovo album, Un posto sulla terra, è in uscita il 5 dicembre per Squilibri Editore (per ascoltare un brano clicca qui).
Prodotto da Stefano Cenci e Tony Pujia, contiene contributi di artisti e autori come Franco Mussida, Neri Marcoré, Daniel Lumera e le illustrazioni di Peter Sís, autore di fama mondiale. Il progetto musicale si inserisce in una galassia di realtà e movimenti impegnati per un agire diverso a favore di fondamentali diritti della persona e dell’ambiente tra cui Art For Human Rights e la Fondazione PerugiAssisi.

Erica Boschiero, il suo lavoro da sempre si ispira alla natura. Come nasce questo rapporto speciale con l’ambiente?
Ho avuto la fortuna di nascere sulle Dolomiti, ad Auronzo di Cadore. La mia era la penultima casa prima del bosco e non aveva recinzioni. Per me era normale passare ore tra gli alberi, sin da piccola, con mio fratello, ma anche da sola. È stato un imprinting molto forte. Con mia mamma, biologa, facevamo grandi camminate, e lei mi insegnava a riconoscere le piante, ad apprezzare l’incredibile varietà del mondo naturale, la straordinarietà delle sue forme. I bambini hanno paura di quel che sentono dagli adulti. I miei genitori sono sempre stati sereni nel lasciarmi andare per boschi, con tutte le accortezze. Respiravo normalità, non avevo paura, tuttora non ne ho. Il contatto con la terra è fondamentale per me.
E l’amore per la musica, come ha origine?
Anche quello fa parte di me, sin da piccola. Mio papà suonava la chitarra, in casa cantavamo e io ho sempre avuto una bella voce. Facevo la solista a sei anni nel coro della parrocchia, ma non credevo che avrei fatto la musicista. Intanto passavo la vita cantando, avevo continuamente occasioni di farlo, e mi davano un sostentamento economico. Mi sono pagata gli studi in sociologia così. Mi piaceva, mi riusciva bene. Ho capito che era la mia strada e ho iniziato a investire sulla musica, portando quel che sono, la natura, il mio sguardo sul mondo, quel che mi abita. Non è stata una scelta, ma una necessità.
Il suo nuovo album è composto da nove canzoni nate dall’ascolto profondo della natura…
Mi ispiro al senso di comunità che si osserva nel mondo animale e vegetale. Le api, le formiche, gli alberi, che con le radici si scambiano nutrimenti e informazioni, ci insegnano l’esigenza del prendersi cura della comunità. È qualcosa che la nostra società occidentale, individualista, ha perso, con conseguenze drammatiche per il pianeta e per noi umani, visto il tasso di depressione e disturbi psichici. Per questo sono molto felice che nel mio progetto sia entrata una realtà come la Fondazione Capellino. Sono rimasta a bocca aperta quando ho saputo che i profitti generati dalle attività di Almo Nature vengono reinvestiti interamente in iniziative che favoriscono la coesistenza tra le specie e la rigenerazione degli ecosistemi. Un’azienda può anche fare bene al pianeta e alle persone, non deve necessariamente solo accumulare capitale: questi esempi vanno fatti conoscere, nella speranza che altri traggano ispirazione.
Lei è anche direttrice del Coro dell’Università popolare di Treviso. Ci dice qualcosa di quest’esperienza?
È un laboratorio di comunità. Sono fortunata a guidarlo dal 2017. Per me è un’avanguardia di un modo diverso di intendere il mondo. Nel coro tutti sono importanti e nessuno è indispensabile. Mi sono trovata a essere parte di un’esperienza straordinaria, con più di cinquanta donne dai 60 ai 95 anni. Alcune, anziane e sole, vivono in funzione delle prove del giovedì mattina. Questo le tiene vive, sentono di avere un ruolo, in una società che considera i fragili e gli anziani come scarto non produttivo. Il coro, poi, insegna l’ascolto: bisogna imparare ad andare insieme, a respirare insieme.
Nel suo lavoro torna, molto forte, l’idea di comunità. La musica può aiutare a ritrovarsi?
Sì, ma purtroppo il Covid ha portato molti a fruire singolarmente della musica, più di quanto accadeva prima. Tanti hanno ripreso ad andare ai concerti, ma si fa fatica, anche perché la scelta è sempre più tra il grandissimo evento molto costoso o l’ascolto in casa, passivo. È difficile trovare contesti per concerti più piccoli, soprattutto in Italia. In Sudamerica, ad esempio, c’è un grande fermento anche fuori dal circuito commerciale, ci sono alternative all’appiattimento. La musica dal vivo crea aggregazione, nutre, dà speranza, dà forza, fa sentire meno soli. Risponde al bisogno di comunità, di una prossimità anche fisica, di starsi vicino.
Ascoltare musica dal vivo, come qualcosa che si manifesta in un determinato momento, unico e irripetibile, fa scaturire emozioni potenti, risponde a un bisogno di comunità. Per questo andrebbe supportata, oltre i grandi e grandissimi eventi.
C’è differenza tra l’ascolto dal vivo, collettivo, e quello individuale?
Sì, tante volte ascoltiamo facendo altro. Non ci rendiamo neanche conto della musica, delle parole, diventa tutto tappezzeria musicale. Abbiamo sempre musica, in ascensore, in auto, al bar, nei negozi, siamo assuefatti. Tornare ad ascoltarla dal vivo, come qualcosa che si manifesta in un determinato momento, unico e irripetibile, fa scaturire emozioni potenti. Per questo la musica dal vivo andrebbe supportata, oltre i grandi e grandissimi eventi.

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