Chiara Violini

Con l’affido ho capito che bisognava impegnarsi per il bene comune

di Daria Capitani

Se deve indicare l’esperienza che più di tutte l’ha guidata nel suo modo di concepire la filantropia, la presidente e direttrice generale di Fondazione Gi Group non ha dubbi: «Quella di essere una mamma affidataria». Con il laboratorio e osservatorio permanente Dedalo, l’ente si propone di creare una rete di competenze e risorse per restituire ai giovani fiducia nel futuro. Versione estesa dell'intervista apparsa su VITA magazine ottobre: “Nella testa dei filantropi”

«Filantropa? È una parola dalla lunga storia, a cui attribuisco un’accezione molto positiva, ma non è un termine che sceglierei per descrivermi». Chiara Violini, presidente e direttore generale di Fondazione Gi Group, entra subito nel vivo della questione: «Non mi concepisco come una filantropa, mi definirei più come una persona che si impegna volentieri per il bene comune». Quale altra parola sceglierebbe? «Non sceglierei una parola nello specifico, non amo le etichette. Potendo scegliere, preferirei un’immagine: quella di una persona in cammino, impegnata nel tentativo di contribuire al bene comune,  consapevole che perseguire il bene significa superare l’egoismo».

Le frasi che l’hanno ispirata sono da attribuire a Papa Francesco: «La convinzione che nessuno si salvi da solo e l’importanza di gettare ponti piuttosto che alzare muri, perché in fondo filantropia è umanità, intesa come essenza dell’essere umano». Ma se deve indicare l’esperienza che più di tutte l’ha guidata e la guida tuttora nel suo modo di concepire la filantropia, non ha dubbi: «Quella di essere una mamma affidataria».

Perché? «È un’esperienza adulta in cui però alla radice c’è tantissimo dell’educazione ricevuta, dallo scoutismo alla fede accesa da don Giussani. Decidere insieme a mio marito di prendere in affido prima un bimbo e poi altri due fratelli ha rappresentato nella mia vita una svolta, mi ha fatto scoprire una potenzialità enorme in me stessa, una carica umana di cui prima ignoravo l’esistenza. Mi sono trovata potenziata come persona da un vissuto magnifico seppur non privo di inciampi e fatiche». Che cosa ha lasciato? «Mi ha insegnato a non aver paura e a lasciarmi andare nell’affrontare il problema di qualcun altro, a immedesimarmi nell’altro. Mi ha permesso di liberarmi dal timore di perdere l’equilibrio».

Violini si è occupata per molti anni di risorse umane e mercato del lavoro. Ha vissuto in prima persona le diverse fasi di crescita di Gi Group Holding, ricoprendo anche il ruolo di direttore commerciale di Intoo, società del gruppo specializzata in outplacement. Oggi presiede la Fondazione Gi Group, impegnata a studiare, approfondire e sviluppare pensiero e pratiche per rendere il lavoro sostenibile. A che cosa serve la filantropia in Italia oggi? «Ho l’impressione che serva tantissimo in un Paese in cui lo Stato, di fronte a bisogni crescenti, è debole nel fornire risorse per garantire equità di fronte agli squilibri che lo attraversano». C’è un però: «L’Italia è allo stesso tempo piena di risorse dal basso che, sia a livello sociale sia a livello economico, riescono a compensare nella rete locale tante di queste mancanze».

Questa rete di risorse capillari, secondo Violini,  negli ultimi anni ha riservato alcune buone sorprese: «Vedo una certa capacità di evolvere del mondo non profit verso sempre maggiore professionalità e struttura. Da questo punto di vista, oggi viviamo la grande opportunità di avere soggetti filantropici che agiscono con un’ottica di lungo periodo per lavorare su criticità che l’azione politica ha dimostrato di trascurare gravemente. Penso alla formazione dei giovani, una fascia d’età per la quale continua a mancare in modo gravissimo un intervento mirato, così come al tema della demografia». 

A proposito di giovani, c’è un progetto che li riguarda e che incarna lo spirito di Fondazione Gi Group. «La vicenda prioritaria su cui oggi siamo concentrati al mille per cento è la questione dei Neet, alla quale abbiamo dedicato un laboratorio e un osservatorio permanente», spiega la presidente. «Si chiama Dedalo e vive su un portale digitale dedicato: si propone di affrontare la sfida dei giovani esclusi da percorsi di istruzione, formazione e lavoro, creando una rete di competenze e risorse per restituire loro prospettive e fiducia nel futuro. La mancanza di orientamento di vita e professionale e l’assenza di continuità lavorativa nei confronti dei giovani sono il più grave attentato che stiamo facendo al futuro del Paese. C’è un tema di sostenibilità rispetto alle generazioni future: stiamo sprecando il miglior bene che abbiamo a disposizione e che avremo in misura sempre più scarsa».

Il presente è una sfida in divenire. E il futuro? Tra dieci anni Violini immagina una Fondazione che «riesca a esprimere un forte potenziale di partnership ma che possa anche essere il centro di una rete molto più ampia di persone che si attivano in tante forme, dal volontariato alle professionalità più specializzate, sempre con la cura e l’attenzione alle fragilità che oggi ci contraddistinguono. Penso a catene di lavoro strutturate che siano in grado di portare risultati sempre più concreti. Penso alla capacità di trovare risposte e soluzioni effettive ai nodi irrisolti che riguardano i giovani, le donne, i detenuti, le persone con disabilità, i migranti. Penso all’impatto che, nella somma di tanti piccoli numeri, riuscirà a testimoniare una crescita esponenziale.

Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi

Quanto alla filantropia in generale, è difficile fare delle stime. «Oggi certe sicurezze stanno un po’ venendo meno, non è semplice azzardare delle proiezioni. Eppure, nella filantropia vedo persone motivate che si dedicano a progetti in cui credono». Per Violini, «bisogna prestare attenzione alle direttive europee, perché non ci ingarbuglino nella burocrazia ma ci aiutino a dare efficacia e dati di realtà. Abbiamo bisogno di soggetti seri e motivati, e io li vedo. Oltre l’angoscia e le tensioni internazionali, c’è una foresta che cresce a cui è importante dare voce non in modo sporadico ma con continuità».

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La fotografia è di Fondazione Gi Group

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