Allegra Caracciolo ha attraversato un pezzo di storia di questo Paese — nata da nobile stirpe, sposata a un Agnelli, Umberto — ma soprattutto ha fatto la storia della filantropia in Italia: con le sue risorse e con le tante che ha saputo aggregare, ha fatto nascere un istituto, l’Irccs Candiolo, che è un modello per la ricerca sul cancro e la sua cura. Presiede la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro che si appresta a festeggiare, l’anno prossimo, i 40 anni di attività.
Presidente, anche a lei chiediamo quello che domandiamo a tutti: a che cosa serve oggi la filantropia in Italia?
La filantropia oggi è un motore essenziale per la crescita sociale e scientifica del nostro Paese. Non si limita a colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni, ma sa anticipare bisogni, creare modelli innovativi, aprire strade nuove. Nel nostro caso, senza la filantropia non esisterebbe l’Istituto di Candiolo – Irccs: è grazie a decine di migliaia di cittadini, imprese, associazioni e volontari che da quasi 40 anni possiamo offrire ricerca e cura all’avanguardia. È un esempio concreto di come la generosità collettiva possa diventare un patrimonio di tutti.
La storia della Fondazione Piemontese, che l’anno prossimo girerà la boa dei 40 anni, è impressionante: in soli quattro decenni avete costruito un’eccellenza scientifica internazionale ma soprattutto un luogo di cura offerto alla salute di tutti. Le possiamo chiedere se, quando maturò questa convinzione, aveva immaginato questo grande sviluppo?
All’inizio c’era solo un sogno e tanta determinazione: dare al Piemonte un centro oncologico di eccellenza. Oggi l’Istituto di Candiolo è un Irccs di livello internazionale, che si estende su oltre 60mila mq, con più di 800 professionisti tra medici, ricercatori, infermieri e personale sanitario, e ogni anno accoglie oltre 35.000 pazienti. Non so se avrei potuto immaginare questi numeri, ma sono sempre stata certa che con la forza di una comunità coesa si potessero raggiungere traguardi importanti.

In questa storia molto bella, c’è un momento, una progettualità, un avanzamento scientifico, un programma che secondo lei ha in qualche modo espresso chiaramente, incarnato, i valori di questa vostra iniziativa?
Ogni fase del nostro cammino ha incarnato i valori della Fondazione: dalla posa della prima pietra all’avvio del nuovo piano di sviluppo e l’entrata in funzione delle nuove tecnologie. Ma se devo sceglierne uno, direi che il riconoscimento del “carattere scientifico” nazionale è stato il simbolo di un sogno diventato realtà: un centro di ricerca di eccellenza, in cui oggi convivono rigore scientifico, attenzione al paziente, trasparenza. È stato un traguardo che ha dato nuova energia a tutto il nostro impegno, che ci permette di garantire un filo diretto dal laboratorio al letto del paziente.
La sua è stata una generosità che ha contagiato molti, a Torino e non solo. Siete arrivati a contare centinaia di migliaia di benefattori. Inoltre la Fondazione è scelta da tantissimi italiani nella destinazione del 5×1000. È soddisfatta? Si poteva fare di più?
Il fatto che così tante persone abbiano scelto nel tempo di sostenere la Fondazione, anche con il 5 per mille, è una prova straordinaria di fiducia. Solo nel 2024, grazie a oltre 275mila firme, il 5 per mille ci ha permesso di destinare oltre 12 milioni di euro a progetti concreti sulle principali patologie tumorali, dal tumore alla mammella a quello del colon, dalla prostata ai tumori ematologici, fino allo studio di nuove soluzioni farmacologiche. Essere destinatari di questa generosità ci rende felici ma anche responsabili: continuiamo a impegnarci ogni giorno per sostenere la ricerca e la cura.
A proposito di 5 per mille, il nostro giornale, assieme a una sessantina di associazioni nazionali, chiede al Governo e al Parlamento di eliminare il tetto alle destinazioni che, anche quest’anno, non ha consentito l’assegnazione a realtà non profit diversi milioni di euro che gli italiani avevano scelto di destinare. Che cosa ne pensa?

La storia di Candiolo si basa su un forte legame con i suoi sostenitori, fatto di trasparenza e fiducia, e per questo è importante che chi vuole destinare il proprio 5 per mille a un ente come il nostro veda rispettata la propria scelta. Il 5 per mille è una bella intuizione tutta italiana, un modello vincente ma ogni anno si ripropone il tema del tetto, sempre più impattante in quanto non rispetta pienamente una scelta democratica e toglie risorse preziose a progetti che migliorano la vita delle persone. Il record di firme raggiunto quest’anno conferma che sono ormai maturi i tempi per una riflessione generale su come ottimizzare efficacia e impatto di questo strumento. Per la nostra Fondazione, il 5×1000 rappresenta un sostegno concreto e vitale, a favore dell’intera comunità perché le scoperte fatte a Candiolo sono a beneficio di tutti.
Tornando alla Fondazione e all’Irccs Candiolo, è un progetto che può crescere ancora o è arrivato già dove lei desiderava?
La Fondazione non si ferma mai. Il “Cantiere Candiolo”, avviato di recente, è la dimostrazione che vogliamo guardare avanti: oltre 6mila metri quadri in più per la ricerca con l’Oncolab e i prossimi lavori per la nuova Biobanca, che consentirà di sviluppare studi diversificati e su larga scala su campioni biologici crioconservati, per diagnosi e terapie sempre più precise. E ancora, il piano di ammodernamento del parco tecnologico da oltre 25 milioni di euro a supporto dei reparti di radiologia, radioterapia e Medicina nucleare. A breve inaugureremo la nuova sala angiografica e sono appena partiti i lavori per la Tac Photon Counting, infrastrutture all’avanguardia che svilupperanno le capacità diagnostiche del nostro Istituto. Crescere per noi è un dovere verso chi ci affida la sua fiducia, la sua salute e quella delle generazioni future.
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Una domanda personale, se ce lo consente: ci sono incontri, letture, esperienze che hanno formato la sua visione filantropica?
La mia visione nasce dalle esperienze di vita e dalle persone che ho incontrato lungo il cammino. Ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente in cui il senso di responsabilità verso gli altri era un valore naturale, e quando ho deciso di buttarmi in questa avventura sono stata incoraggiata dai miei cari, in primis da mio marito Umberto. Poi, il contatto diretto con pazienti e famiglie ha reso tutto ancora più forte: a chi ha un familiare ammalato di cancro, dico che so cosa vuol dire. Ma anche che bisogna continuare a sperare, perché nessuno sforzo è vano e, grazie alla ricerca, il cancro è sempre più curabile. Credo che la filantropia non sia un gesto straordinario, ma un dovere umano: restituire agli altri parte di quello che abbiamo ricevuto.
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