Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)

Disastri ambientali

Così salviamo Maceió, la città che affonda per le follie dell’industria

di Paolo Manzo

Nella città dello stato brasiliano di Alagoas, cinque quartieri sono sprofondati a causa dell’estrazione di salgemma. Oltre 60mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi - Unops sta cercando di curare la ferita più profonda lasciata da questo disastro — la perdita di comunità e identità — attraverso gruppi psicosociali, percorsi di empowerment e iniziative di memoria collettiva. VITA ne ha intervistato Bernardo Bahia, project manager che guida il programma «Il nostro suolo, la nostra storia»


La settimana scorsa la petrolchimica Braskem ha raggiunto un accordo con lo Stato brasiliano di Alagoas per pagare 1,2 miliardi di reais (circa 200 milioni di euro) come indennizzo alle circa 60mila persone (5mila famiglie) sfollate a Maceió a causa del cedimento del terreno provocato da decenni di estrazione di salgemma.

Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)

Cinque quartieri sono stati evacuati definitivamente dopo il progressivo sprofondamento e il crollo parziale della mina 18 nel 2023. Finora sono stati pagati 139 milioni di reais; il resto verrà saldato in 10 anni a partire dal 2030, con importi variabili in base alla situazione finanziaria dell’azienda. L’accordo chiude la causa intentata dallo Stato, ma deve ancora essere approvato dal giudice. Intanto le vittime sono costrette a fare i conti con la loro nuova condizione di sfollati in una città come Maceió di oltre un milione di abitanti. In 60mila sono stati costretti a lasciarsi tutto alle spalle, le loro case, i loro quartieri con chiese e mercati di riferimento e il paesaggio che vedevano dalla finestra, quello della splendida laguna Mundaú.

Quello che è rimasto è il timore di nuovi tremori della terra.
Un rapporto tecnico internazionale ha confermato infatti movimenti del suolo pari al doppio dei limiti di sicurezza e nuove denunce chiedono l’evacuazione immediata di altri due quartieri, Flexal de Cima e Flexal de Baixo.
Eppure, in mezzo a questa frattura fisica e simbolica, sta nascendo qualcosa di importante, ovvero un tentativo di ricostruire non solo palazzi, ma persone. Si tratta di «Il nostro suolo, la nostra storia», un programma quadriennale di Unops – l’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi e i progetti – finanziato con 30 milioni di dollari provenienti dalla condanna civile dell’azienda responsabile della tragedia.

È un progetto unico nel suo genere perché non vuole solo rimettere in piedi mura e restituire case, ma ricucire legami e comunità. Il progetto coinvolge tutti: psicologi, educatori, pescatrici, adolescenti, leader religiosi. In comune hanno il dolore della perdita e la memoria di un passato perduto.
VITA ha intervistato Bernardo Bahia, project manager di Unops Brasile, che coordina direttamente il programma. Bahia ha illustrato la logica dell’intervento, spiegando come
«Il nostro suolo, la nostra storia» si differenzia dai tradizionali progetti post-disastro, quali strumenti vengano mobilitati sul territorio e perché la dimensione comunitaria sia considerata parte strutturale del modello.


Come si distingue questo programma dagli interventi post-disastro tradizionali?

Molti interventi si focalizzano su infrastrutture, indennizzi o ricollocazione. «Il nostro suolo, la nostra storia» nasce invece per riparare i danni morali collettivi, le ferite invisibili. Ci chiediamo non solo «dove andranno a vivere le persone», ma «come torneranno a vivere come comunità».
È un fondo quadriennale finanziato da un accordo giudiziario e attuato da organizzazioni locali, non un programma assistenziale. La nostra priorità è la memoria, il senso di appartenenza, la ricostruzione dei legami.

Cosa significa parlare di «riparazione collettiva»?

Significa riconoscere che qui non è crollata solo la casa di una famiglia, ma un intero modo di vivere: i cortili condivisi, le feste popolari, le reti di vicinato, la pesca nella laguna.
Gli indennizzi non possono restituire tutto questo. Ecco perché finanziamo iniziative di memoria, gruppi di cura psicosociale, spazi di partecipazione sociale. Il Comitato gestore dei danni extrapatrimoniali ascolta costantemente la popolazione e definisce le priorità.

Bernardo Baia – project manager Unops a Maceió

Come funzionano i gruppi psicosociali?

Offrono spazi sicuri per parlare di paura e perdita, ma anche per immaginare il futuro. Abbiamo cerchi di ascolto, attività ludiche, gruppi per donne, giovani e anziani.
I risultati si vedono perché sempre più persone cercano spontaneamente questi spazi, le leadership comunitarie stanno rinascendo e le famiglie parlano del disastro ai bambini senza silenzi o vergogna.

Che tipo di formazione e empowerment offrite?

Rafforziamo collettivi e associazioni, migliorandone governance e capacità progettuale. Lavoriamo su pesca, sururú, gastronomia: attività tradizionali della laguna, con un approccio di economia solidale. E mettiamo al centro donne e giovani, con percorsi di empowerment basati sui diritti umani.

Perché un’attenzione speciale alle pescatrici della laguna Mundaú?

Perché hanno perso casa, reddito e stabilità. E perché sono custodi della memoria di Maceió. Senza di loro, la città smarrirebbe una parte della sua identità.

Come coinvolgete bambini e adolescenti nella memoria del disastro?

Con progetti in scuole e spazi comunitari che uniscono educazione ambientale e narrazione. I più giovani raccontano ciò che hanno vissuto, e soprattutto immaginano il futuro della città: è un atto di resilienza.

Perché è così importante costruire una narrazione condivisa della tragedia?

Perché senza una narrazione comune, il disastro rischia di diventare un fatto individuale, inevitabile, quasi naturale. E questo indebolisce la riparazione sociale.
Condividere memoria significa tenere la comunità unita.

Le nuove denunce chiedono l’evacuazione di altri due quartieri. Cosa ne pensa?

Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
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Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
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Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
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Il programma collettivo UNOPS a Maceió (©️ UNOPS / Erik J. Petterson / 2025)
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Unops non partecipa alla valutazione dei rischi geologici, è compito delle autorità. Ma ogni evacuazione ha un impatto emotivo e comunitario enorme. Non è solo uno spostamento: è uno sradicamento.

Questo modello può funzionare altrove?

Non esistono ricette universali, ma sì, il programma offre strumenti utili in un mondo dove la crisi climatica e i disastri socioambientali saranno sempre più frequenti.
Non basta prevenire i disastri: bisogna accompagnare chi perde il proprio territorio, la propria identità.
Il nostro lavoro si ispira al Quadro di Riferimento di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri delle Nazioni Unite, che punta sulla resilienza delle comunità.

In una città che continua a muoversi sotto i piedi dei suoi abitanti, «Il nostro suolo, la nostra storia» prova a restituire almeno un terreno simbolico su cui tornare a camminare insieme: perché la ricostruzione, a Maceió, non sarà solo una questione di geologia, ma soprattutto di comunità.

Le foto di questo servizio sono di Erik J Petterson per Unops.

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