Roma, 09 10 2021 Ascanio Celestini - Ritratti Museo Pasolini ©Chiara Pasqualini/MIP ******************* NB la presente foto puo' essere utilizzata esclusivamente per l'avvenimento in oggetto o  per pubblicazioni riguardanti Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

Così sono diventato la voce dei “Poveri Cristi”, che vivono ai margini

di Veronica Rossi

Parte dal Teatro Carcano di Milano la tournée del nuovo spettacolo dell'autore e attore romano, "Poveri Cristi". Una raccolta ogni sera diversa delle storie degli abitanti delle periferie, dei migranti, degli ultimi. Di coloro che sono dimenticati dalla narrazione dominante, ma che mostrano, con le loro vite, il vero volto dell'essere umano

«Cristo non è sceso dal cielo, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase, ma potrebbe finire qui». Con queste parole comincia il libro Poveri Cristi, di Ascanio Celestini, un racconto corale di esistenze che sembrano non avere nulla a che vedere con quanto sta in alto: sono gli umili, gli ultimi. Le persone che abitano le periferie delle grandi città, i migranti, coloro di cui si parla solo quando succede un fatto di cronaca nera. Eppure, la loro vita è densa di umanità, perché, dice Celestini, è qui che «l’essere umano è più visibile».

Poveri Cristi non è solo carta scritta. È anche uno spettacolo teatrale, che andrà in scena al teatro Carcano di Milano dal 16 al 18 gennaio e poi in tournée in tutta Italia. Sul palco le vicende e i personaggi si animano, anche grazie all’accompagnamento musicale di Gianluca Casadei. Ogni serata sarà diversa, perché gli interpreti sceglieranno di volta in volta storie diverse, con un denominatore comune: saranno parabole di umanità e la rappresentazione diventerà una palestra di empatia.

Chi sono i “Poveri Cristi”?

Sono persone che vivono in una periferia che somiglia a tante altre periferie. Il luogo che racconto nella trilogia Laika, Pueblo e Rumba – da cui pesco le storie per lo spettacolo – è un parcheggio, sul quale si affacciano un condominio, un supermercato, un magazzino della logistica, dove lavorano alcuni operai africani, e un bar. Dei “Poveri Cristi” ci si occupa generalmente solo quando c’è uno scandalo, quando muore qualcuno, quando scoppia una caldaia o c’è una rapina. A me, invece, interessava raccontare la vita, le vicende dei personaggi, fuori dalla cronaca. È, in qualche maniera, un riconoscimento: raccontarne la parte eccezionale, non quella straordinaria in senso deteriore.

A me, invece, interessava raccontare la vita, le vicende dei personaggi fuori dalla cronaca

Ascanio Celestini

Gli spettacoli – e il libro – sono il risultato di reali interviste che lei ha fatto.

Ho cominciato ormai circa 14 anni fa, intervistando dei lavoratori della logistica, in buona parte eritrei ed etiopi. Li ho incontrati alle sei di mattina, in un parcheggio, fuori dal raccordo anulare. È l’unico posto in cui possono fare assemblea, nonostante ci sia, dal 1970, una legge – la 300, il cosiddetto Statuto dei lavoratori – che prevede che un datore di lavoro debba mettere a disposizione uno spazio ai suoi impiegati. Loro, però, questo spazio non ce l’hanno e non sanno nemmeno di poterlo avere per legge.

Ascanio Celestini ritratto da Chiara Pasqualini/MIP

Ha iniziato per caso o aveva già un’idea in mente?

Avevo conosciuto la persona che mi ha indicato questo gruppo di operai più di vent’anni fa, quando facevo ricerche sui precari dei call center. In realtà, però, questo lavoro l’ho iniziato ancora prima. Nel 2002 debuttai con uno spettacolo che si chiamava Fabbrica, che proveniva da una serie di interviste che avevo fatto a persone che avevano lavorato tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta. Penso che ormai siano tutti morti: sono riuscito a parlare persino con mondine e filandine. A me interessa soprattutto sentire dalla viva voce di chi l’ha vissuta una vicenda che di solito analizziamo solo attraverso la sociologia. Il massimo che riusciamo a fare è mettere in evidenza il conflitto di classe, anche se non va più di moda parlarne.

Nonostante questa sia un’epoca in cui le disuguaglianze sono più accentuate che mai…

Sicuramente, solo che la narrazione è completamente schiacciata dal punto di vista delle classi dominanti. Se parliamo di quello che succede alle classi non egemoni – per esempio di un operaio morto in fabbrica – lo raccontiamo come una vicenda umana. Degli scioperi qualcuno dirà pure che sono un’occasione per lavorare un giorno in meno. Tutto finisce lì. Non si parla quasi mai del fatto che in alcune parti d’Italia si vive un conflitto di classe che non coinvolge solo i lavoratori, ma anche tutti quelli che vivono attorno. La prima volta che sono andato a Taranto mi hanno portato nel quartiere Tamburi e mi hanno detto: «Questo è un quartiere rosso». Non perché lì siano tutti comunisti, ma perché c’è una polvere rossa che esce dall’ex Ilva e ricade sui palazzi intorno. Le persone lavano gli indumenti, le lenzuola, gli asciugamani, li stendono ad asciugare e, prima di portarli dentro, devono sbatterli. Non è solo una questione economica, quindi: è un conflitto vero e proprio. I padroni dell’azienda non vivono al quartiere Tamburi. Anzi, forse i veri padroni, quelli che ci guadagnano di più, non sanno nemmeno di essere proprietari di un’acciaieria in Europa.

Spesso l’idea che abbiamo del mondo dipende dalle narrazioni che ci vengono fatte, non da una conoscenza diretta, anche lì dove questa conoscenza diretta potrebbe esserci.

Torniamo alla genesi di Poveri Cristi. Cosa ha fatto dopo le prime interviste ai lavoratori della logistica?

Ho debuttato con il primo spettacolo, che era Laika, raccogliendo le loro storie, compresa la partenza dai loro Paesi e il viaggio. Per esempio, c’è un personaggio che è diventato un barbone dopo essere stato facchino, di cui il narratore, nell’ultima parte della storia, racconta qual è stato il suo percorso per arrivare in Italia. Una parte delle interviste l’ho fatta anche a Lampedusa, dove ho parlato soprattutto con gli isolani, per cercare di capire come loro vivono un racconto che li sovrasta. In realtà, buona parte degli abitanti quasi non vede gli stranieri, che stanno rinchiusi in un centro che è, a tutti gli effetti, un carcere. Quando sei stipato in uno spazio ristretto, dipendi completamente da chi ti ci ha messo dentro e non puoi uscire: la tua situazione si può chiamare in tanti modi, ma di fatto sei imprigionato. Le storie dei migranti arrivano ai lampedusani soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Spesso l’idea che abbiamo del mondo dipende dalle narrazioni che ci vengono fatte, non da una conoscenza diretta, anche lì dove questa conoscenza diretta potrebbe esserci.

Come mai?

Viviamo sempre di più in una società che non permette le relazioni dirette. Che cosa ne sappiamo, per esempio, dei migranti che arrivano in Italia? Nulla. Addirittura, si cerca di fare in modo che non ci arrivino neanche. Il progetto dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni sarebbe ripescare i migranti in mare e portarli in Albania: così la vita di un essere umano diventa esclusivamente un numero. Diciamo quanti ne abbiamo trovati, quanti stanno nei centri. Conosciamo raramente la presunta nazionalità, solo per una questione legale: se la persona proviene da un Paese può essere rimpatriata, se proviene da un altro no. C’è una totale disumanizzazione, non c’è nessuna empatia. Succede più o meno la stessa cosa per il genocidio a Gaza. Che cosa cambia se sono state ammazzate 50, 30, 70 o 200mila persone, se di queste persone non conosciamo neanche una storia? Quanti nomi conosciamo dei palestinesi che hanno perso la vita in questi anni? È come quando in Ruanda nel 1994 gli Hutu hanno massacrato i Tutsi: li chiamavano scarafaggi.

Lei sostiene anche che non è vero che la storia la scrivono i vincitori, ma chi la sa scrivere.

Quando finisce una guerra, ognuno scrive la sua storia. A Parigi, il 10 febbraio 1947, dopo la Seconda guerra mondiale, è stato redatto un trattato nel quale c’è scritto in maniera chiarissima che la Germania, il Giappone e l’Italia sono stati i responsabili della più grande carneficina della storia moderna, che avrebbero dovuto pagare i risarcimenti per i danni fatti in mezzo mondo e che i criminali di guerra sarebbero stati processati. Noi raccontiamo una storia completamente diversa e piangiamo come se fossimo stati vittime della Seconda guerra mondiale. Da un paio di anni, il 26 gennaio è stato introdotto il ricordo del sacrificio degli alpini in Unione Sovietica: ma è stato il Governo fascista a mandare l’esercito regio a invadere uno Stato sovrano che nei nostri confronti era pacifico.

Insomma, c’è una narrazione un po’ distorta.

Non è stato fatto nemmeno un processo contro i criminali di guerra italiani, nonostante l’Italia sia responsabile di centinaia di migliaia di morti: 300mila, per fame, in Grecia, per esempio.

Continuiamo a raccontare i morti nelle foibe senza dire che quel territorio era stato invaso dall’esercito italiano: ci sono stati un milione e mezzo di morti dovuti alla nostra presenza e a quella dei tedeschi

C’è un po’ il mito degli “italiani brava gente”.

Nel 1943 l’Italia ha invaso anche la Jugoslavia. Tra l’altro continuiamo a raccontare i morti nelle foibe senza dire che quel territorio era stato invaso dall’esercito italiano: ci sono stati un milione e mezzo di morti dovuti alla nostra presenza e a quella dei tedeschi. Non parliamo poi di quello che abbiamo fatto in Africa. C’è un film che si chiama Il leone del deserto, che parla di queste vicende e che in Italia è ancora censurato. Rodolfo Graziani, secondo di Benito Mussolini, fu responsabile della morte di decine e decine di migliaia di persone: ha fatto quattro mesi di carcere, è uscito ed è diventato il presidente del Movimento Sociale Italiano. Per questo dico che la storia ognuno se la scrive come vuole. E oggi comanda chi lo sa fare.

Ma come succede che una visione, tra le tante, diventa dominante?

Come diceva Goebbels, ministro della propaganda di Hitler: «Quando una menzogna viene ripetuta molte volte diventa realtà».

Con lo spettacolo cerca invece di portare al pubblico la voce di chi le situazioni le vive.

Quando porto a teatro Poveri Cristi, avendo a disposizione alcune ore di racconti, preparo una scaletta con il musicista che sta in scena con me, come un cantautore che decide quali saranno le canzoni che canterà durante il concerto. È possibile che da una sera all’altra i personaggi di cui parliamo siano diversi.

Per fare il mio lavoro bene devo andare dove l’essere umano è più visibile: in carcere, in manicomio. Spero che lo spettatore percepisca questo quando va a teatro: storie di altri esseri umani

Quindi uno spettatore, anche se viene due volte a vederla nella stessa città, non sa mai cosa effettivamente ascolterà.

No, perché a volte li decidiamo proprio la sera stessa. Poveri Cristi pesca dai tre spettacoli precedenti. In alcune città facciamo proprio la trilogia, ma ci vogliono ovviamente almeno tre giorni.

Qual è il messaggio che vorrebbe passasse dal suo spettacolo?

Sono convinto che chi scrive utilizzi la scrittura per parlare dell’essere umano, che è più visibile là dove è più indifeso. Il presidente di un consiglio di amministrazione di una multinazionale si mostra come vuole lui, ha tutti i mezzi per farlo. Un detenuto invece, che sta in una cella da due insieme ad altre cinque persone, fatica a farsi vedere in maniera differente da com’è. Per fare il mio lavoro bene devo andare dove l’essere umano è più visibile: in carcere, in manicomio. Spero che lo spettatore percepisca questo quando va a teatro: storie di altri esseri umani. Poi, chiaramente, penso che ci siano storie che vanno raccontate perché di solito non lo sono. Vorrei che la partecipazione allo spettacolo fosse un allenamento per migliorare la propria relazione con gli esseri umani.

Foto nell’articolo sono di Chiara Pasqualini, fornite dall’ufficio stampa del Teatro Carcano

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