Tommaso Greco

Critica della ragione bellica: perché l’ineluttabilità della guerra è una bugia

di Domenico Coviello

Tommaso Greco
Si fa largo in Occidente un linguaggio sempre più assertivo, che ci proietta in un clima di guerra totale. Ma la guerra è davvero inevitabile? No, è la risposta netta di Tommaso Greco, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa: «Nel pacifismo giuridico non c'è nulla di utopistico: bisogna agire mettendo la pace al principio, non alla fine del nostro modo di pensare. La pace non è il frutto dell'impegno di poche minoranze militanti: richiede di essere curata da ciascuno di noi, a ogni livello. A partire dal linguaggio di ogni giorno»

Ciak, azione. Scena Uno, 21 novembre 2025. Generale Fabien Mandon, Capo di Stato Maggiore delle forze armate francesi: «Se il nostro Paese non è pronto ad accettare di perdere i propri figli, siamo a rischio. La Russia si prepara a un conflitto con i Paesi europei intorno al 2030». Scena Due, 13 febbraio 2026. Dice l’ex segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen: «Le industrie automobilistiche europee dovrebbero usare il loro surplus di capacità produttiva per fare equipaggiamenti militari, come gli Usa nel 1941». E il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La nostra vacanza dalla Storia mondiale» è finita; la Ue deve diventare «più sovrana, militarmente, economicamente e tecnologicamente», e la Bundeswehr sarà presto «l’esercito convenzionale più potente del continente». 

Ce ne sarebbe abbastanza per un film dell’orrore, se non si trattasse di affermazioni realmente pronunciate. A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate di Putin, e a più di due da quella di Gaza da parte dell’esercito israeliano, si fa largo anche in Occidente un linguaggio sempre più assertivo che proietta i popoli di tutta Europa in un clima di guerra totale. Ma è davvero inevitabile tutto questo? Vanno davvero saldandosi le parti della «terza guerra mondiale a pezzi», per riprendere la celebre definizione di papa Francesco? 

Pensare la pace a partire dalla pace – e non dalla guerra – è ormai un atto rivoluzionario. Ed è il punto di partenza da cui muove Tommaso Greco nel suo saggio Critica della ragione bellica (Laterza), giunto alla terza ristampa in 5 mesi. Professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, Greco denuncia a viso aperto come politici, intellettuali e giornalisti facciano a gara, anche in Italia, a convincere l’opinione pubblica della necessità del riarmo, della riscoperta dello spirito bellico e del fatto che sarebbe la guerra, e non la pace, lo stato naturale della condizione umana.

Professor Greco, una guerra su vasta scala in Europa è davvero uno scenario ineluttabile?

Si tratta di una narrazione. Una narrazione che si mostra con i caratteri dell’ineluttabilità e che va contrastata. Sono di questi giorni anche le affermazioni dell’ex premier italiano Mario Draghi sulla necessità per l’Europa di riorganizzarsi come potenza autonoma. Ma il punto vero però è: quale tipo di potenza vogliamo diventare? Perché si parla di potenziamento militare, tecnologico ed economico e non si discute di come approfondire la democrazia e realizzare un vero federalismo dei popoli in Europa? Non siamo in guerra. Tuttavia si parla da tempo, anche da parte di blasonati commentatori sui giornali italiani, della presunta necessità di definire chi è il nostro nemico per costruire un’efficace politica estera e rafforzare l’identità nazionale. 

Però la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina violando il diritto internazionale e facendo precipitare tutta l’Europa in un incubo.  

Certo. Eppure chi, fra i leader e gli intellettuali occidentali, ha fatto i conti fino in fondo con una semplice realtà, e cioè che per vent’anni abbiamo fatto accordi con Vladimir Putin, per convenienza, foraggiandolo. Ma abbiamo finito con l’allevarci una serpe in seno, che poi ci è sfuggita di mano.

Nel suo libro lei parla di pacifismo giuridico. Ma senza il riarmo come si difende la pace?

Attraverso la messa in pratica del diritto internazionale. Luigi Einaudi preconizzava gli Stati Uniti d’Europa già nel 1947 per superare il mito della sovranità assoluta degli stati, “il vero generatore della guerra”, diceva. L’Europa potrebbe essere un faro per il mondo se puntasse sui suoi decenni di pace raggiunti attraverso il diritto e le istituzioni. Nel pacifismo giuridico non c’è nulla di utopistico. Esso regolamenta l’uso della forza nei modi in cui è possibile farlo, con le armi e senza armi, ma soprattutto lavora alla costruzione di una comunità internazionale votata alla pace, come enunciato da Immanuel Kant nel trattato Per la pace perpetua del 1795. 

Luigi Einaudi preconizzava gli Stati Uniti d’Europa già nel 1947 per superare il mito della sovranità assoluta degli stati, “il vero generatore della guerra”, diceva. L’Europa potrebbe essere un faro per il mondo se puntasse sui suoi decenni di pace raggiunti attraverso il diritto e le istituzioni. Nel pacifismo giuridico non c’è nulla di utopistico

Il diritto internazionale è vilipeso anche dall’Occidente, come dimostra l’azione bellica dell’amministrazione Trump in Venezuela, oltreché la guerra genocida di Israele a Gaza a seguito del pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023. Che credibilità può ancora avere?    

Va fatto funzionare agendo. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha spiccato mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dei capi di Hamas? L’Italia è membro della CPI ed è tenuta a dare esecuzione al mandato. Lo stesso atteggiamento vale nei confronti di Putin, su cui grava un mandato di arresto della Corte per il crimine di guerra di deportazione di popolazione ucraina, perlopiù bambini. Eppure il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è arrivato a dire che “il diritto internazionale conta fino a un certo punto”. Occorre agire con molta determinazione prima che arrivino le invasioni e le guerre, non soltanto dopo. Il diritto non è solo una risposta della forza legittima alla forza illegittima: è lo spazio del riconoscimento reciproco fra gli stati. Bisogna agire a partire dalla pace e non dalla guerra, mettendo la pace al principio, non alla fine del nostro modo di pensare. Altrimenti finiamo nel si vis pacem para bellum, che ci porta in un generale clima di guerra.

Il diritto non è solo una risposta della forza legittima alla forza illegittima: è lo spazio del riconoscimento reciproco fra gli stati. Bisogna agire a partire dalla pace e non dalla guerra, mettendo la pace al principio, non alla fine del nostro modo di pensare

A fine gennaio 2026 l’Italia è stata addirittura deferita all’Assemblea degli Stati della CPI sul caso Almarsi. L’aggressività umana tuttavia esiste e spesso condiziona le relazioni fra gli stati.

Sì, ma il fatto che esista una propensione naturale alla guerra è bilanciato da un’analoga propensione alla pace. La verità è che ci sono le scelte dei governanti e di chi li sostiene. Ad esempio se, come sottolineava Einaudi, la sovranità degli stati è il motore della guerra, teniamo a mente che tale sovranità non esiste in natura come immutabile. Si tratta di una costruzione ideologica. Giuseppe Mazzini ha insegnato che la libertà di uno stato deve convivere con quella degli altri, non deve sopraffarla.

Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace dello scorso primo gennaio, papa Leone XIV ha parlato di pace disarmata e disarmante. Che senso ha nel mondo di oggi?

Ne ha molto. In questo papa Leone mi sembra più radicale di papa Francesco. Sostiene che occorre usare la pace che ancora abbiamo per costruire la pace. Una pace disarmata perché non punta sul riarmo e sulla logica della deterrenza ma sul dialogo, la diplomazia e i negoziati. Una pace disarmante perché occorre anche cominciare a disarmare le parole che si adoperano nel dibattito pubblico.

Papa Leone mi sembra più radicale di papa Francesco. Sostiene che occorre usare la pace che ancora abbiamo per costruire la pace.

Lei sostiene che l’insegnamento di Gandhi, con gli innegabili successi della sua lotta nonviolenta, non sia mai preso in considerazione dalle classi dirigenti. Perché?

Perché, come diceva Tolstoj, si considera generalmente assurda e inattuabile la possibilità di non rispondere alla violenza con altra violenza. La storia di Gandhi dimostra il contrario. Non si riesce ad accettare l’idea di rispondere al male con il bene invece che con altro male. Ma le campagne di boicottaggio e non collaborazione di Gandhi hanno funzionato. E non creda che tutti coloro che vi parteciparono fossero integerrimi come il Mahatma. Gandhi, inascoltato, fece appelli anche agli europei affinché resistessero a Hitler tramite la nonviolenza. 

L’intuizione di Alex Langer sui corpi civili di pace resta valida. Ma la pace non è il frutto di un impegno di militanza di poche minoranze, che pure hanno fatto battaglie epocali e profetiche, bensì richiede di essere curata da ciascuno di noi a ogni livello. Prendersi cura della pace significa prendersi cura della democrazia

Trent’anni fa Alex Langer promosse i Corpi Civili di Pace Europei. Lo scorso dicembre, anche su spinta del Movimento europeo di azione nonviolenta, la Regione Lombardia ha approvato un emendamento alla legge di Bilancio: il Sostegno ai Corpi Civili di Pace Europei.

Dei Corpi Civili fanno parte volontari impegnati in aree di conflitto per azioni nonviolente, di mediazione e supporto umanitario. L’intuizione di Alex Langer resta valida. Ma c’è tanto lavoro da fare perché la pace non è il frutto di un impegno di militanza di poche minoranze, che pure hanno fatto battaglie epocali e profetiche, bensì richiede di essere curata da ciascuno di noi a ogni livello. Sul piano educativo, sociale e politico. Prendersi cura della pace significa prendersi cura della democrazia. Quando si entra in un clima di guerra la democrazia arretra al suo interno. E a scegliere di fare la guerra sono i governanti, non i popoli, come ci ha spiegato Kant 230 anni fa. Ecco perché dobbiamo criticare la ragione bellica e affermare la pace come principio da cui partire, in modo da promuoverla e custodirla in ogni circostanza.          

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