Giuseppe De Rita

Dalla Flottiglia alla politica: siamo dentro una bolla vuota dove la rappresentazione vince sulla rappresentanza

di Doriano Zurlo

Dialogo con il fondatore del Censis: «Quando si manifesta c’è un’emozione, ma poi? C’è un progetto? C’è un interesse, una voglia, un gruppo sociale, qualcuno che vuole qualcosa? No. C’è soltanto una rappresentazione di sé, una rappresentazione delle proprie emozioni, per certi versi più spettacolare che incisiva»

A 93 anni, Giuseppe De Rita è una delle intelligenze più acute del nostro Paese. È stato definito “il maggior conoscitore della fenomenologia delle fisiologie e patologie della società italiana”. Nel 1964 ha fondato il Centro Studi Investimenti Sociali (Censis), insieme a Pietro Longo e Gino Levi Martinoli. Da allora, il famoso istituto di ricerca socio-economica è un punto di riferimento obbligato non solo per le istituzioni pubbliche, ma anche per politici, imprenditori, giornalisti e operatori culturali di ogni genere. Sempre molto atteso, il Rapporto Annuale sulla situazione sociale del Paese redatto dal Censis (uscito qualche giorno fa) è lo strumento migliore per capire gli umori, le difficoltà, le speranze e le aspirazioni degli italiani. Giuseppe De Rita, che è stato anche Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), ha diretto il Censis per anni, e lo ha portato a un livello di autorevolezza e prestigio che pochi altri istituti di ricerca al mondo possono vantare.

Mi accoglie per una chiacchierata nel suo ufficio, nella bella palazzina del Censis a Roma, la cui architettura interna, fatta di archi, colonne, boiseries, e una scalinata ampia per accedere al piano superiore, ostenta l’ispirazione classica. A completare la sensazione di un ambiente caldo e un po’ retrò, la moquette stesa nell’ampia entrata, i divani per gli ospiti dove si sprofonda come ai bei tempi, il mobilio vintage che abbellisce l’arredamento. De Rita mi dice che sta leggendo “A proposito di Casanova”, di Miklòs Szentkuthy. Gli ho chiesto di un articolo che ha scritto il 26 ottobre di quest’anno per il Corriere della Sera dove, a riguardo delle manifestazioni seguite allo sdegno per quanto accadeva a Gaza, aveva detto che, pur condividendo i sentimenti che avevano mosso le persone a manifestare contro l’orrore cui abbiamo assistito per due anni, c’era stato un surplus di rappresentazione e un deficit di rappresentanza. 

Se ho capito bene ha voluto sottolineare che le emozioni, in un certo senso, sono esondate e si sono riversate per le strade in maniera spontanea, ma che questo, a differenza di quanto accadeva in passato, manca di progetto…

Manca anche di consistenza nelle cose da rappresentare. Cioè: c’è un’emozione, ma poi? C’è un progetto? C’è un interesse, una voglia, un gruppo sociale, qualcuno che vuole qualcosa? No. C’è soltanto una manifestazione, una rappresentazione di sé stessi, una rappresentazione delle proprie emozioni, per certi versi più spettacolare che incisiva.

L’emozione prende il sopravvento ma poi manca di consistenza…?

Chi ha visto la manifestazione romana serale, da piazza Barberini a Palazzo Chigi… era una passeggiata in centro. Non era un corteo rivoluzionario, o sindacalista o corporativo. Era una passeggiata. Padri, madri, figli, zie, nonni… era una rappresentazione. Uno spettacolo di esposizione dei propri sentimenti. È una bolla. Un po’ come la famosa flottiglia, finita la flottiglia, cosa resta?

Però ci sono realtà, anche politiche, che di queste istanze hanno fatto la propria bandiera…

Il problema di Gaza… tutti quanti siamo sdegnati, orripilati, ma chi ha fatto qualcosa? Forse Medici Senza Frontiere e qualche altra organizzazione umanitaria. I governi, i partiti, sì, hanno anche loro detto qualcosa, ma poi cosa hanno fatto di concreto? Quindi quello che s’è visto, la rappresentazione, aveva quella forma anche perché nessuno ha messo in campo degli interessi reali. Un partito che dica: su questo mi gioco una campagna elettorale. Non c’è stato. C’è stata la bolla dello spettacolo. Finito lo spettacolo, finito tutto. Questa inconsistenza, l’inconsistenza della rappresentazione, mi impaurisce. Non tanto il tono, eventuale, della manifestazione. Il tono, sì, a volte scatena qualche estremismo in più, qualche maranza in più, ma non è così significativo. Quello che è grave è che ci sia solo l’emozione. E che non ci sia un interesse reale, un gruppo sociale che guida, un’istituzione, un volontariato, dietro a queste iniziative più o meno spettacolari, come la flottiglia. L’emozione ha il suo peso, perché c’è gente che si ricorda di quando manifestava da giovane e pensa: questi sono quelli che sono come me una volta. Ma non è così. Perché il grado di spettacolarizzazione della protesta pubblica è molto aumentato, rispetto al passato ma anche rispetto al ’68. Nel ’68 c’era una classe studentesca che voleva crescere. E una parte dell’accademia dell’università italiana che voleva il potere. Adesso non c’è più niente. È il vuoto. Qualche giorno fa ho incontrato Fausto Bertinotti che mi ha detto: su Gaza hai scritto le cose che avrei voluto scrivere io, ma tu sei più bravo di me, io non ne sono capace. E io gli ho risposto: no, hai fatto di peggio, perché hai detto che ti sei commosso di fronte a questi ragazzi che andavano in piazza perché ti ricordavano la tua giovinezza. È lì che sbagli. Non perché non hai scritto quello che ho scritto io. Ma il fatto che ti sei commosso perché hai rivisto te in questi giovani che manifestavano. Bertinotti faceva il sindacalista a Torino, era tutta un’altra cosa. Del resto anche nel ’68, e in particolare nel terrorismo degli anni ’70, c’era gente convinta di rifare la Resistenza…

Ma cosa dobbiamo fare per riempire questo vuoto? Questo è l’anno del Giubileo. A Roma sono venuti tanti giovani. Anche nei giovani che vanno dal Papa vede il pericolo che la rappresentazione vinca sulla rappresentanza?

L’emozione di andare in piazza, per Gaza o per altro, non è lontanissima dall’emozione religiosa. Se hai l’emozione, un giorno o l’altro ti guarderai allo specchio e ti chiederai: ma io, chi sono? L’emozione è la cosa più vicina al dubbio religioso. Quindi se i giovani vanno in piazza con la bandierina o vanno in piazza San Pietro a sentire l’angelus del Papa, da una parte fanno rappresentazione, dall’altra parte però, e mi riferisco ai giovani del Giubileo, stanno in una situazione più aperta. Bertinotti dice “mi sono emozionato”, e va bene… ma poi non c’è niente. Se invece mi sono emozionato e mi sono ritrovato con migliaia di persone a pregare insieme, be’, lì qualcosa c’è. Quando fai una passeggiata in centro, poi torni a casa, e tutto finisce lì, allora anche la rappresentazione non vale più, non ha più senso. O un’emozione si incarna sugli interessi – interesse di classe, di gruppo sociale, di istituzione – o altrimenti resta emozione, qualcosa che può non evaporare solo se riceve continua alimentazione. Quello che ci indica la rappresentazione, quello che abbiamo visto in queste ultime manifestazioni, è come uno spazio pre-religioso, diciamo così, uno spazio che sarebbe da occupare, se solo certi parroci se ne accorgessero…

Giorgia Meloni, al meeting di Rimini di questo agosto, a un certo punto ha detto: “Il campo che abbiamo scelto è il campo del reale, perché come ci ha insegnato Jean Guitton «mille miliardi di idee non valgono una sola persona. Noi dobbiamo amare le persone, è per loro che bisogna vivere e morire»”. Ho trovato questa frase bellissima, ma anche scioccante. Come si fa a dire una cosa del genere, a citare Jean Guitton, e poi ostacolare in tutti i modi le Ong che salvano i migranti in mare, oppure parlare di materiale residuale umano, come fece il ministro Piantedosi? Non c’è un’incoerenza abissale? E non è questa che allontana i giovani dalla politica? Il rapporto del Censis del 2024 diceva: “L’anno che si chiude lascia l’amaro sapore di una politica tutta giocata sul gusto non di fare, ma di essere politici”. Forse è per questo che l’emozione non trova sponde a cui appoggiarsi per diventare progetto, movimento. E che nel grande disamore per la politica che cresce di anno in anno, ha una possibilità di perforare il muro dell’indifferenza solo chi dimostra di credere davvero in quello che dice. Mi viene in mente, a questo proposito, la figura di Papa Francesco. Cosa pensa di lui?

È stato un grande, nel senso che ha rotto alcuni schemi precedenti. Lui ha governato la Chiesa con l’idea del primato dei poveri, la Chiesa come ospedale da campo. La società lascia tanti feriti e, dopo la battaglia, bisogna curare. Trovo che questa sia stata la sua grandezza ma anche il suo limite. Perché la Chiesa deve parlare anche ai primi, non solo agli ultimi. La Chiesa, diceva San Tommaso, è bioculata, ha gli occhi davanti e gli occhi dietro. Non puoi avere solo gli occhi dietro, per i poveri, gli esclusi, quelli che muoiono di fame. Certo, è stato un grande, perché nemmeno una Chiesa tutta piccolo borghese è accettabile. Però trovo che l’idea dell’ospedale da campo abbia un po’ sacrificato l’aspetto universale della Chiesa, che deve parlare a tutti.

Per questo motivo Papa Francesco è stato bollato come progressista. Ma la divisione in progressisti e conservatori ha ancora senso?

Io sono considerato un teorico della medianità, della medietà. Ritengo che oggi non ci sia più la dimensione mediana. Trump va in alto, fa i dazi, e in mezzo non c’è nessuno. Ci sono gli imprenditori che devono subire il dazio, ma non c’è una dialettica, un corpo che si oppone. Pensi a Milano. Gli imprenditori immaginano uno skyline di grattacieli… e la gente va via. Questa dimensione mediana, da ceto medio in Italia, è stata sacrificata non dalla distanza tra destra e sinistra, ma dalla distanza tra l’alto e il basso. Chi sta in alto ha sempre più potere, verticalizza il potere, e gli altri devono obbedire. In mezzo non c’è nessuno che media, perché non c’è possibilità di mediare. O ci stai o non ci stai. Vale per i dazi, vale per Putin che dice: se non ci stai, io ho la bomba atomica. Questa mancanza di medietà, di cultura dell’intermedio, è il vero problema. La distanza tra conservatori e progressisti, tra destra e sinistra, conta poco, non sta lì il problema. La verticalizzazione del potere ha imposto una tale differenza tra l’alto e il basso che, per usare una immagine, non c’è più una piramide, c’è un io e i sottoposti, e quindi non c’è nessuna progressione, nessuna mediazione, nessun corpo intermedio, nessun meccanismo intermedio, e questa cosa crea e creerà problemi. Perché chi sta al vertice fa il bullo, è potente, ha la bomba atomica, fa quello che vuole, e quindi alla fine o vince lui e tutti gli altri si arrangiano, oppure dal basso arriveranno moti di rivolta, perché non ce la fai a stare sempre sotto. Putin non accetta sconti sulle sue pretese nei confronti dell’Ucraina, dice: io continuo a combattere, e se voglio uso l’atomica tattica… c’è questo tipo di logica del bullo che è l’aspetto più preoccupante per me del futuro, proprio perché mentre la distinzione in orizzontale, destra-sinistra, oriente-occidente, tutto sommato è una distinzione non radicale, la distinzione tra vertice e base, la polarizzazione estrema tra alto e basso, sta creando una tensione sociale forte.

In uno dei suoi ultimi libri, L’innominabile attuale, Roberto Calasso scriveva: «Ciò che prevale è l’inconsistenza, una inconsistenza assassina. È l’età dell’inconsistenza». Proprio quello che lei ha detto prima parlando della vittoria della rappresentazione. E poi, profeticamente (siamo al di qua dell’esplosione dell’intelligenza artificiale, è il 2017): «Moltiplicandosi senza tregua e in ogni direzione, le schegge informatiche si rivelano alla fine autosufficenti. E capaci di espandersi senza rincorrere ad alcunché di esterno. Non hanno bisogno di essere pensate. Sono loro, i Big Data, che pensano e amministrano coloro da cui hanno avuto origine. Se l’intelligenza è ciò che si trova negli algoritmi, allora il suo luogo privilegiato non sarà più la mente. Anzi, la mente tenderà a diventare il materiale su cui quegli algoritmi si applicano. L’informazione non tende soltanto a sostituirsi alla conoscenza, ma al pensiero in genere, sollevandolo del peso di doversi continuamente elaborare e governare». Insomma, sembra il ritratto dell’apocalisse…

Se il pensiero dovesse divenire superfluo, mi dovrei suicidare… ho puntato tutta la mia vita sul pensiero. Io ho un imprinting particolare, che mi viene, pensi un po’, dal papà di Roberto Calasso, che era una famosissimo professore di Storia del Diritto Italiano. Un grande personaggio, con una cultura antifascista notevole. Tanto che fu addirittura accusato di essere il mandante dell’uccisione di Gentile, a Firenze. Un genio, che ha scritto cose meravigliose sulla storia del diritto, sui rapporti tra Bonifacio VIII e i re di Francia, anche sulla musica… Lo ammiravo tantissimo e avevo letto tutti i suoi libri, compresi quelli extracurriculari. Mi presentai all’esame preparatissimo, avevo studiato tutto. Ma non era abbastanza. Venni bocciato tre volte e promosso solo la quarta, e con 26 trentesimi. Alla terza bocciatura mi disse: senta un po’, ma lei ce l’ha un papà e una mamma? Sì, perché? Farebbero bene a comprarle un pezzo di terra per mandarglielo a vangare, perché lei non può continuare gli studi… Capisce? Ecco, io ho quell’imprinting lì, provengo da lì, sono figlio di quegli esami, di quella formazione così esigente. Mi viene difficile pensare di poter fare a meno di pensare, che non pensare sia meglio, che il mondo non debba più pensare perché c’è l’algoritmo… chissenefrega dell’algoritmo, fino all’ultimo continuerò a pensare. Perché non c’è nulla di più inatteso di quello che viene dal pensiero. Se vogliamo governare il futuro, senza farci sopraffare dalla paura, c’è un solo modo: continuare a pensare.

Nella foto La Presse: manifestazione filopalestinese in solidarietà con la Flottiglia Globale Sumud a Barcellona

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