Le guerre che non vogliamo

Dall’Ucraina al Myanmar, i bambini dicono: «Fermate le armi»

di Chiara Ludovisi

“Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi” raccoglie le voci e i disegni di bambini e ragazzi da Gaza, Myanmar, Congo, Sud Sudan e Ucraina. Il libro di Anna Pozzi, Cristina Castelli e Arnoldo Mosca Mondadori raccoglie testimonianze preziose, piccoli reportage e semplici disegni, che chiedono solo di far tacere le armi. Castelli (Università Cattolica di Milano): «Quando suo figlio di 8 anni lo definì assassino, un produttore di armi convertì l’azienda e iniziò a lavorare per Intersos. Questo libro nasce perché la storia si ripeta».

«Le novità di cui il mondo ha bisogno nascono anche nei cuori degli uomini più difficili da toccare. Basta che li raggiunga la voce di un bambino»: Arnoldo Mosca Mondadori introduce così il libro Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi, scritto con Cristina Castelli e Anna Pozzi e appena pubblicato da Piemme. Una raccolta di lettere e disegni, raccolti tra i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che vivono in cinque paesi in cui la guerra e le armi hanno distrutto buona parte di ciò che avevano: Gaza, Myanmar, Congo, Sud Sudan e Ucraina

L’iniziativa, promossa e realizzata dalla fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e dall’associazione Francesco Realmonte ETS, a cui vanno i diritti d’autore del volume, nasce da una storia vera, con la speranza che questa storia si ripeta. Ce la racconta Cristina Castelli, per trent’anni docente di Psicologia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze della Formazione all’Università Cattolica di Milano e impegnata, da molto tempo, in missioni umanitarie in difesa dell’infanzia, soprattutto nei contesti di guerra. 

La storia è quella di Vittorio Alfieri Fontana, «ricco produttore di mine antiuomo, che aveva ereditato l’azienda di famiglia dal padre. Un giorno, il figlio di 8 anni, sfogliando il catalogo, gli chiese cosa fossero le mine antiuomo. Lui glielo spiegò e il figlio gli disse: “Insomma, papà, tu sei un assassino!”. Di fronte a questa domanda, l’ingegnere si mise fortemente in discussione, fino a riconvertire la produzione dell’azienda. Ma soprattutto iniziò a collaborare con Intersos, nelle missioni di sminamento e di bonifica».

Il libro nasce per questo, perché «se la voce di un bambino ha prodotto un tale cambiamento, forse tante voci di tanti bambini potranno produrre un cambiamento ancora più grande, tanto difficile quanto necessario», spiega Castelli. 

Il libro è uno di quelli che si inizia a leggere e non si riesce a smettere. Le parole travolgono e sconvolgono per la vivacità, la lucidità, la semplicità ma al tempo stesso la profondità dei pensieri e dei desideri che ne vengono fuori. 

Si va dalle testimonianze, dettagliate e spaventose, veri e propri reportage di guerra, fino ai pensieri intimi, alle domande spontanee, alle istantanee della memoria, alle preghiere e alle implorazioni. E poi ci sono i disegni, ad accompagnare o sostituire le parole. Il tutto pregno di dolore, di paura, di rabbia a volte, ma sempre con uno sguardo speranzoso rivolto al futuro.

Scegliere alcuni stralci non è stato facile, perché ogni pensiero e ogni parola contenuto in queste pagine è un inno alla pace e una ragione in più per costruirla. 

Dall’Ucraina, dove la guerra compie 4 anni 

Partiamo dall’Ucraina, dove la guerra è scoppiata esattamente quattro anni fa. Così ricorda quel giorno Maryna, che oggi ha 9 anni: «Qui da noi c’è ancora la guerra. È scoppiata improvvisamente il 24 febbraio 2022. Non ce lo aspettavamo. O, per lo meno, io non me lo aspettavo. Però me lo ricordo benissimo. Erano circa le 6 di mattina e mi stavo preparando per andare a scuola. La maestra ha mandato un messaggio alla mamma. Diceva che c’era un allarme aereo nella regione di Charkiv, che non è molto distante da dove stiamo noi, e che stavano arrivando dei missili. Quel giorno, quindi, niente scuola. La mamma si è subito resa conto della situazione e quando abbiamo sentito qualcosa volare sopra la nostra casa siamo subito corsi in cantina. Appena arrivati abbiamo sentito un rumore fortissimo. Ba-bam!». 

Il racconto continua, fino all’epilogo: «Anche se la città è tutta distrutta, a Izjum ci sono tramonti bellissimi. Quando ti fermi a guardarli hai come la sensazione che ci sia quasi la pace».

Sempre dall’Ucraina, Sofia (17 anni), racconta di avere un amico al fronte: «Mai avremmo immaginato che un giorno ci sarebbe capitata una guerra e che lui avrebbe dovuto andare a combattere. Ma questa non è la nostra guerra! Vogliamo che finisca subito. È già durata troppo e ha fatto troppi morti. E c’è chi aveva dei sogni come il mio amico ed è costretto a combattere. Viviamo tutti vite che non volevamo».

E Ivan, 11 anni e mezzo: «Che cosa vorrei dire alle persone che fabbricano le armi? Ma voi non pensate? Fate morire tantissime persone! Un’amica della mamma, ad esempio, ha perso il figlio. Facendo la guerra fate soffrire tanto anche le famiglie di quelli che combattono. Perciò ripensateci!».

Da Gaza, dove il mare era blu

Alaa, 13 anni, scrive dall’Italia, dopo aver lasciato la Striscia di Gaza: «Ogni tanto i nostri genitori ci portavano al mare. Era così blu il mare di Gaza… O forse è così che lo ricordo ora. Voglio tornare a Gaza. Lo so che adesso è tutto distrutto e che tantissime persone sono morte. Gaza è la mia casa. Voglio tornare a casa. Mi chiamo Alaa, e non sono più una bambina adesso. Ho 13 anni e indosso il velo».

E il suo racconto ci inchioda: «Quando sei a Gaza pensi che tutto il mondo si sia dimenticato di te. Anche qui in Italia, a volte, penso che il mondo si sia dimenticato di noi. Io non capisco perché tutto questo stia succedendo. Ma so che noi non vogliamo la guerra. Vogliamo solo vivere in pace nella nostra terra».

E Majed, 11 anni: «In questa guerra abbiamo visto tante cose brutte e abbiamo capito cosa vuol dire la vera paura. Chi fabbrica le armi non sente nulla. Noi abbiamo provato una paura costante per molti mesi. Abbiamo sperimentato la mancanza di cibo e il terrore di morire di fame o per la distruzione di case ed edifici. Abbiamo perso un anno scolastico. Ma a chi fabbrica le armi non importa nulla di quello che proviamo noi».

Dal Myanmar, dove c’è una guerra civile ma non se ne parla

Tante testimonianze arrivano dal Myanmar, dove da anni c’è una devastante guerra civile di qui poco si sa e ancor meno si parla. 

Ne Ling, 16 anni, ci consegna un piccolo reportage, raccontando i momenti principali della storia del suo paese, dal colpo di stato alle proteste in piazza fino alla guerra civile. «Il mio popolo ha sempre dovuto fuggire, ma non avrei mai pensato che anche noi ragazzi di oggi saremmo stati colpiti dalla guerra».

E ancora: «Sono passati alcuni anni dal colpo di stato. Quante volte ho già sentito il rumore di armi e di bombe? Quante volte gli aerei da guerra sono arrivati nella mia zona? Un tempo, ero spaventata dai proiettili di gomma, ora non ho paura neppure di fronte alle munizioni vere. Perché so che tutti proviamo gli stessi sentimenti. Gli eroi della resistenza del nostro Paese hanno detto: − Per favore, dateci le armi perché le nostre vite sono a rischio −. È una cosa triste da sentire. Noi giovani dovremmo poter chiedere di completare gli studi, di trovare un buon lavoro, di formare una famiglia. Non le armi. Le armi e la sete di potere ci stanno distruggendo. Stanno distruggendo i nostri sogni».

Dal Congo, dove “Love” vorrebbe dire “amore”

«Non so perché i miei genitori mi abbiano chiamata Love. Da piccola non sapevo neppure cosa volesse dire, ma mi piaceva. Quando ho scoperto il suo significato, però, nella mia vita non c’era più nulla che somigliasse vagamente all’amore. C’era solo la guerra. E io ero stata rapita, portata in foresta, costretta a combattere e ridotta a schiava. Avevo 14 anni e volevo morire».

Il racconto di Love accende una luce abbagliante su quella che è la vita di tanti bambini e bambine nella Repubblica democratica del Congo, dove il Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, nel gennaio 2025 ha occupato occupa il Nord e il Sud di Kivu e ha preso il controllo dei capoluoghi Goma e Bukavu. 

Per colpa della guerra e della sua spietatezza, Love è diventata mamma troppo presto. Ma ha incontrato l’amore in un centro di accoglienza. «Lui ha accettato il mio bambino. Che è diventato anche il suo bambino. Insieme lo abbiamo chiamato Bisimwa, che vuol dire “figlio prediletto”. Io ero diventata una mamma ed ero di nuovo felice. E così, dopo tanto tempo, ho ricominciato a farmi chiamare con il mio vero nome, Love. Sentivo finalmente che ero ancora capace di dare e ricevere amore».

Dal Sud Sudan, dove Bentiu era una città e ora è un campo sfollati

Gatdet ha 17 anni e scrive dal campo sfollati di Bentiu. «Avevo dieci anni quando è cominciata la guerra. Come tutti gli altri bambini del mio villaggio, conducevo una vita semplice. Ero contento anche se non avevamo quasi nulla. Pur essendo piccolo e occupandomi solo di qualche capretta, avevo un’arma. Me l’aveva procurata lo zio. Diceva che serviva per difendermi, perché c’era gente cattiva che non esitava a ucciderti per rubare le capre. E così sin da bambino era diventato normale avere una pistola».

Oggi, con la mente più matura e più lucida, Gatdet riflette e ci fa riflettere: «Non abbiamo niente qui, ma abbiamo le armi. Curioso, no? Solo ora mi rendo conto che cresciamo con l’idea di usare le armi come se fosse una cosa scontata. Com’è possibile? Da dove arrivano tutte queste armi? Nel mio Paese non si produce nulla, tantomeno le armi. Ma c’è chi le fabbrica e chi le importa da fuori, facendo grandi affari sulla pelle di noi che non abbiamo niente. E c’è chi continua a fare la guerra. Ma questa non è la nostra guerra! È la guerra di fazioni che vogliono il potere. Noi non vogliamo né il potere né tanto meno la guerra. Combattono per i loro interessi e uccidono noi civili».

E dopo il suo piccolo reportage, che racconta con grande chiarezza ciò che le armi e la guerra portano tra gli abitanti del Sudan, Gatdet domanda: «Perché non usare i soldi delle armi per permettere a noi bambini e ragazzi del Sud Sudan di studiare? Ci sono stati già troppi morti, abbiamo perso tante persone care. Mi chiedo se quelli che hanno il potere e il denaro si rendono conto che ci stanno privando del nostro futuro».

Raccontarsi, per curare se stessi e provare a cambiare il mondo

Come e perché sia stato scritto questo libro, ce lo spiega Cristina Castelli, che oltre a insegnare Psicologia dello sviluppo, da tempo promuove la scrittura e il disegno tra i bambini e le bambine che vivono in contesti difficili. «Il libro è stato realizzato grazie alle testimonianza raccolte da Anna Pozzi attraverso alcune realtà soprattutto cristiane nei cinque paesi. A Gaza, per esempio, il tramite è stato padre Romanelli, parroco della Sacra famiglia a Gaza City, che ci ha mandato anche una bellissima lettera in cui racconta le condizioni di vita lì».

Cristina Castelli in un campo profughi per siriani in Libano

Per liberare la voce, la penna o la matita, sono stati innanzitutto creati spazi sicuri, grazie all’associazione Francesco Realmonte e in collaborazione con l’Università Cattolica e in particolare l’Unità di ricerca sulla resilienza del dipartimento di Psicologia (diretto dalla stessa professoressa Castelli, ndr)».

Il centro ha iniziato il suo lavoro circa 20 anni fa in Sri Lanka, dopo lo tsunami: «Da allora cerchiamo di essere presenti nei diversi contesti di fragilità prodotte da guerre e catastrofi: dal terremoto in Abruzzo fino all’Ucraina e a Gaza. Come prima cosa, allestiamo spazi non solo sicuri, ma belli, nei luoghi in cui tutto è stato distrutto, perché i bambini possano vedere qualcosa di “ricostruito” e così abbiamo la speranza che si possa ricominciare, anche se sono immersi nelle macerie e nell’orrore».

Una volta creato uno spazio sicuro, qui «si creano relazioni positive con nostri volontari, i quali avviano laboratori grafico-pittorici e di narrazione. Questo perché i bambini che hanno subito un trauma tendono a chiudersi in se stessi, a ritirarsi, non riescono a parlare, perché il trauma inibisce la parola. A poco a poco, grazie al contesto e alla relazione, si sentono sicuri e riescono a esprimersi».

Chi non riesce a farlo con la parola, per via dell’età o dell’attitudine, può farlo con il disegno: «Mettere la mani e lasciare le tracce è naturale per l’uomo, fin dalla preistoria. Così, anche il bambino è naturalmente portato a lasciare tracce. Utilizziamo alcune tecniche per far elaborare meglio il vissuto: per esempio, non chiediamo mai di disegnare la guerra, ma piuttosto come era realtà prima durante e dopo. Tanti disegnano le bombe, la fuga , il fuoco sulle case: i disegni sono spesso dolorosi. Per questo li stimoliamo a disegnare anche il futuro, perché non restino legati a quello che hanno vissuto, ma si facciano guidare dalla speranza».

Ai fabbricanti di armi

Il libro è destinato a insegnanti, educatori e operatori, «perché possano utilizzarli nei percorsi scolastici ed educativi. Ma non è un libro chiuso: noi continueremo ad alimentare la piattaforma dedicata (raggiungibile tramite il QrCode alla fine del volume, ndr) con il materiale che via via riceviamo e a loro volta gli insegnanti possono inviare il proprio materiale, frutto dei laboratori che realizzano. È un libro aperto, a disposizione delle scuole che vogliono impegnarsi sul tema della pace».

Il 14 febbraio scorso, il libro è stato inviato anche ai principali fabbricanti di armi: «Per ora non abbiamo avuto riscontro, ma chissà che la storia che ci ha ispirato, quella di Vittorio Alfieri Fontana, non possa ripetersi. E la voce dei bambini possa cambiare la testa e il destino degli adulti», conclude Cristina Castelli. 

Tutti i disegni sono tratti dal volume. Il disegno in apertura arriva dall’Ucraina

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