Genitori & Figli

Ero Ruzenka, sono Edoardo: essere famiglia, dentro la transizione di genere

di Sara De Carli

Era una bambina, oggi è un giovane uomo. La transizione di genere è un percorso di trasformazione che non riguarda solo la persona che lo compie, ma tutta la famiglia. Una mamma e un figlio si raccontano, perché «già raccontare può essere di aiuto, dal momento che tutto ciò che non conosci fa paura. Ma le cose nella vita accadono, e non riguardano sempre solo gli altri»

«Io non ero arrabbiato con i miei genitori, facevo la guerra semplicemente per essere me stesso: perché in me Edoardo c’è sempre stato, anche se non con questo nome preciso. All’inizio mi bastava che tutti mi chiamassero Rugy e non Ruzenka. È il diminutivo con cui in casa mi hanno sempre chiamato: almeno è neutro, non mi identifica immediatamente con un sesso». Edoardo ha 23 anni. È nato femmina, nel 2002: oggi è un uomo. Lo è nelle sembianze, nel pizzetto scuro e nella voce profonda, conquistate grazie a un percorso ormonale «che non terminerà mai, nel senso che dovrò prendere testosterone a vita» e ad uno chirurgico, per rimuovere il seno. Lo è anche davanti alla legge, da quando nel 2022 la sentenza di un tribunale gli ha permesso di cambiare il sesso indicato sulla carta d’identità e il certificato di nascita.

Edoardo l’ho conosciuto insieme a sua mamma per caso, più di un anno e mezzo fa. Non inseguivo una “testimonianza” sulla transizione di genere, è capitato. Non portano nessun vessillo, non sono stati segnalati da alcuna associazione impegnata sul tema, che sia per l’approccio affermativo o al contrario per il wait and watch. Portano solo l’esperienza di un percorso che, come famiglia, si sono ritrovati a vivere: con le domande, le paure, la mancanza di parole per dire e di categorie per capire, il senso di inadeguatezza da un lato e l’essere non compreso dall’altro.

Oggi Edoardo lavora in un fast food e si è rimesso a studiare per prendere la maturità, facendo due anni in uno. Da quattro anni ha una fidanzata, Aurora, che lo ha accompagnato e sostenuto in tutto l’iter della transizione. La mamma, Loredana, è una psicologa. Una storia che non pretende di offrire risposte, ma che oggi ha senso raccontare perché ancora una volta la cronaca ci ha spiazzato: “E se capitasse a noi?”, ci siamo chiesti in tanti, come genitori, davanti alla notizia del tredicenne che il Tribunale di La Spezia ha autorizzato a cambiare il sesso anagrafico nell’atto di nascita e che si è già sottoposto alla terapia farmacologica con triptorelina.

Di questi vissuti che non rientrano nella “categorie previste” – “fuori binario”, li chiama Sabina Pignataro in un libro equilibrato e utilissimo per capire, Nati fuori binario, appunto, pubblicato pochi mesi fa da Erickson – si sa ancora pochissimo. «Ma raccontare un’esperienza è già di aiuto, perché tutto ciò che non conosci fa paura», dice Loredana. «Io credo di aver iniziato a sentire un po’ di tranquillità quando ho conosciuto il dottor Luca Chianura e il resto dell’équipe del San Camillo Forlanini di Roma: le persone che avrebbero seguito Edoardo. Quello è stato un passaggio cruciale: sentirsi accolti, capire che potevo fidarmi e affidarmi. Come professionista mi era chiaro che non era una cosa che potevo gestire io, che dovevo fidarmi di altri: come madre mi ci è voluto un po’», ammette. «Avevo bisogno anch’io di sentirmi protetta».

Credo di aver iniziato a sentire un po’ di tranquillità quando ho conosciuto l’équipe che avrebbe seguito Edoardo. Quello è stato un passaggio cruciale: sentirsi accolti, capire che potevo fidarmi e affidarmi. Avevo bisogno anch’io di sentirmi protetta

Loredana

Volevo la barba

In Nati fuori binario sono raccolte diverse testimonianze di bambini e adolescenti transgender e dei loro genitori. Chiara, per esempio, è una bambina trans di 9 anni e dice così: «Mi chiamavo Lorenzo. Ma io non mi sono mai sentito un maschio. Non era una cosa che pensavo. Era una cosa che sentivo. Come quando ti metti un paio di scarpe strette: all’inizio provi a camminarci, ma fa sempre più male. Così era il mio nome, così era essere chiamata “lui”».

In modo opposto ma simile, Edoardo ricorda di essersi sempre sentito maschio. «Io mi sono sempre sentito “fuori posto”, ma da piccolo ovviamente avevo difficoltà a dare un nome a ciò che sentivo e al mio essere», dice. Racconta che avrà avuto sì e no quattro anni quando si è infilato sotto il letto e sì è tagliato i capelli. Che piangeva sempre quando mamma gli faceva mettere la gonna. Che voleva fare la pipì in piedi, come suo fratello. La consapevolezza che quel disagio avesse a che fare con il fatto di non riconoscersi nel proprio corpo e nel proprio genere l’ha avuta in quarta o quinta elementare. «Poi in prima media ho dato un nome a questa cosa, cercando in internet: disforia di genere», ricorda.

Mamma forse aveva colto dei segnali, ma non aveva voluto vederli. Mi fece un discorso che sostanzialmente diceva “sei ancora all’inizio dell’adolescenza, il tuo corpo sta cambiando, aspettiamo e vediamo: forse sei solo omosessuale”. Mi sono sentito non ascoltato realmente

Edoardo

«Ho googolato “perché sono femmina ma mi sento maschio”, “perché voglio avere la barba”, “perché voglio stare con una ragazza». Il passaggio importante – e non scontato – è che Edoardo non si è limitato a fare ricerche in internet, ma ne ha parlato subito con sua madre: «Lei forse aveva colto dei segnali, ma non aveva voluto vederli. Mi fece un discorso che sostanzialmente diceva “sei ancora all’inizio dell’adolescenza, il tuo corpo sta cambiando, aspettiamo e vediamo: forse sei solo omosessuale”», ricorda. Quelle parole da un lato fanno arrabbiare Rugy – «mi sono sentito non realmente ascoltato» – ma dall’altro gli appaiono ragionevoli: «Effettivamente di carattere io sono uno che inizia le cose ma poi spesso non le porta a termine. Quindi i miei genitori dicevano semplicemente questo, “se è una cosa che vuoi davvero, si vedrà con il tempo”».

La “cosa”, però, alle superiori esplode. Tra i 15 e i 16 anni, Edoardo inizia a indossare fasce e binder, un top sportivo che comprime il torace per nascondere il seno: mamma disapprova. Si infila nei pantaloni delle calze appallottolate. Fa sempre più fatica a verbalizzare il disagio che si porta dentro. Comincia ad avere problemi con la scuola, viene preso in giro, cambia istituto, si fa chiamare con un nome maschile. A scuola a un certo punto smette di andarci. Passa le giornate a letto. Si fa bocciare. «Mi chiamavano da scuola un giorno sì e un giorno no, Rugy era diventata oppositiva, evidentemente aveva una grande sofferenza dentro, che io ho fatto fatica ad accogliere», ammette Loredana. Per un mese va via di casa, facendosi ospitare da un amico. «È stato un periodo molto, molto difficile», dice la mamma. «Andava, tornava, non sapevamo mai dove stava e cosa faceva. Ovviamente abbiamo provato a seguire un percorso di psicoterapia familiare, tutti e quattro: non mi sono mai arrabbiata tanto con una collega come quando la psicoterapeuta che ci seguiva mi disse “tu devi accettare la possibilità che tua figlia decida di fare la transizione di genere”».

Di cosa aveva più paura, Loredana? «Mi spaventava l’idea di un cambiamento così importante. Avevo paura per lei, che magari poi avrebbe cambiato idea e non avrebbe più potuto tornare indietro. Avevo paura che nella fase di transizione la insultassero. Avevo paura delle reazioni che avrebbe potuto avere le persone, anche nei nostri confronti: in verità poi invece ho trovato un’apertura che non mi sarei mai aspettata».

Oggi ho un bellissimo rapporto con i miei genitori, ma con mamma è stato difficilissimo, non mi sentivo accolto, provavo tanta rabbia. Con papà è stato più semplice, lui ha accettato subito: il suo timore sostanzialmente era che a un certo punto io potessi cambiare idea e pentirmi di questa scelta irreversibile

Edoardo

Far morire una figlia, far nascere un figlio

«Da parte di mamma c’era proprio un rifiuto», taglia corto ora Edoardo. «È stata la cosa che mi ha fatto soffrire di più, il fatto di non essere riconosciuto, il non aver trovato – con tutto il casino che avevo dentro, con il mio sentirmi perennemente sbagliato e fuori posto – una pacca sulla spalla. Oggi va tutto bene e ho un bellissimo rapporto con i miei genitori, ma all’epoca con mamma è stato difficilissimo, non mi sentivo accolto, provavo tanta rabbia. Con papà è stato più semplice, lui ha accettato subito: non dico che lo abbia fatto con leggerezza, perché immagino sia stato doloroso anche per lui, ma il suo timore sostanzialmente era che a un certo punto io potessi cambiare idea e pentirmi di questa scelta irreversibile», spiega.

«Io davvero ho sperato a lungo che Rugy fosse omosessuale», aggiunge Loredana. «Nella mia mente c’era una figlia e un cambiamento così totale non lo potevo immaginare, anche se vedevo che mio marito e l’altro mio figlio vivevano tutto con più serenità. Io ho dovuto far morire la mia bambina, elaborare il lutto e far nascere Edoardo», racconta.

«Il giorno in cui mamma mi ha detto questa frase, io ho iniziato a capire le sue ragioni. Eravamo sdraiati sul suo letto, abbiamo fatto una lunghissima chiacchierata e da lì è cambiato tutto con lei», le sorride lui. «A raccontarlo, mi emoziono ancora: ho proprio i brividi».

Nella mia mente c’era una figlia e un cambiamento così totale non lo potevo immaginare. Io ho dovuto far morire la mia bambina, elaborare il lutto e far nascere Edoardo

Loredana

Allargare il perimetro delle possibilità

«Un figlio che chiede di cambiare sesso ti disorienta. È qualcosa che un genitore non può immaginare», ammette Loredana. «Ho avuto bisogno di tempo, che per me è stata la risorsa più preziosa. Poi ho compreso che dovevo mettere da parte il mio dolore e pensare a lei, a come si potesse sentire dentro un corpo non suo».

Quando parla del passato di suo figlio, Loredana ogni tanto usa ancora il femminile: «Al presente capita meno, cerco di controllarmi su questo perché penso sia un segno di attenzione e di rispetto. A volte mi viene spontaneo usare il maschile, perché ormai le fattezze di Edoardo sono assolutamente maschili, altre volte meno: tutti, ovviamente, ci portiamo dietro una storia».

Edoardo, oggi

D’altra parte però – qui la voce della mamma e quella della psicologa si fanno una – «non puoi approcciarti al “e se capitasse a me?” ritenendo che certe cose capitino solo agli altri. Le cose accadono, che sia un figlio trans o una bocciatura: noi genitori dobbiamo allenare la capacità di immaginare che le cose possano accadere». Ecco perché è qui a raccontarsi, con la fatica che questo comporta: perché raccontare significa allargare il perimetro dell’immaginazione delle possibilità, anche per altri.

Il tempo per me è stata la risorsa più preziosa. Poi ho compreso che dovevo mettere da parte il mio dolore e pensare a lei, a come si potesse sentire dentro un corpo non suo

Loredana

No, l’adozione non c’entra nulla

Il percorso di consapevolezza di Edoardo non è segnato da rivelazioni improvvise o momenti eclatanti. Ma ha una nitidezza che gli ha dato anche una buona dose di sicurezza: «Nella mia testa sono sempre stato Edoardo, per me era una cosa normale e sapevo che prima o poi sarei arrivato ad esserlo anche per gli altri. Sapevo che non sarei mai tornato indietro, perché era quello che volevo essere: che sentivo di essere». Tale sicurezza, tuttavia, non ha tolto nulla alla durezza delle domande e alla difficoltà del dover fare delle scelte: «Io mi sono sempre posto tante domande, anche dure. Comprese quelle relative al fatto che forse era una cosa passeggera o che il fatto di sentire di non avere un mio posto nel mondo forse poteva avere a che fare con l’essere stato adottato: se non sai chi sei, è più difficile sapere dove vuoi andare. Però mi sono sempre dato delle risposte sincere, compresa quella che no, l’adozione non c’entra nulla. “Semplicemente” io non ero Ruzenka: ero Edoardo. Ma quel “semplicemente” riesco a dirlo solo ora», confessa.

Io nella mia testa sono sempre stato Edoardo, per me era una cosa normale e sapevo che prima o poi sarei arrivato ad esserlo anche per gli altri. “Semplicemente” io non ero Ruzenka: ero Edoardo. Ma quel “semplicemente” riesco a dirlo solo ora

Edoardo

Aspettare i 18 anni

L’iter per la transizione di genere, Edoardo lo ha avviato solo dopo aver compiuto 18 anni: è stata una scelta presa in famiglia, su cui lui dice di essere sempre stato d’accordo. Anche guardando indietro, crede sia stata la cosa giusta: «Senza dubbio iniziando prima il percorso mi sarei risparmiato della sofferenza, ma anche quel dolore mi è servito a capire meglio chi sono», riflette. «Ho avuto bisogno di tempo, ma appena Rugy ha compiuto i 18 anni, mi sono mossa io per prendere contatti con il Centro», aggiunge la mamma. Oggi però Loredana, dinanzi alla vicenda che arriva da La Spezia, riconosce che «Edoardo ha sofferto moltissimo durante l’adolescenza, se i professionisti che hanno in cura quel ragazzino hanno valutato che potesse fare la transizione a 13 anni, va bene. Io non posso credere che ci siano operatori che autorizzano un percorso solo perché un ragazzino lo chiede».

Edoardo invece, commentando l’attualità, fa un appello ai genitori: «Ascoltate i vostri figli. Non c’è bisogno che gli diciate che siete spaventati, è ovvio che lo siate ma loro sono più spaventati di voi. Vorremmo solo un po’ di serenità, uno spazio tranquillo dove cercare le nostre risposte, senza doverci preoccupare delle vostre paure. Altrimenti ci fate sentire ancora più sbagliati».

Non c’è bisogno che gli diciate ai vostri figli che siete spaventati, è ovvio che lo siate ma loro sono più spaventati di voi. Vorremmo solo un po’ di serenità, uno spazio tranquillo dove cercare le nostre risposte, senza doverci preoccupare delle vostre paure. Altrimenti ci fate sentire ancora più sbagliati

Edoardo

Come una fenice

Da quattro anni Edoardo ha una fidanzata. Si chiama Aurora ed è giovanissima: ha 18 anni e vorrebbe diventare un medico. Ne aveva appena 14 quando si è messa con lui, prima che iniziasse l’iter ormonale della transizione. Pensano di adottare dei bambini, in futuro e forse di avere anche un figlio biologico. «Aurora è stata senza dubbio la persona più importante nel mio percorso. Mi sento come una fenice e lei è stata la mia rinascita. Mi ha sempre detto “Non c’è nulla di male, tu sei tu”. È l’unica persona al mondo con cui sono stato sempre sincero su tutto. È lei che mi accompagna, perché la transizione non l’ho fatta solamente io… Quando è arrivata lei, finalmente ho sentito quella pacca sulle spalle».

«Io ero all’inizio della mia adolescenza, dovevo imparare a capirmi e nello stesso momento ho dovuto imparare a gestire i bisogni e le insicurezze di Edoardo, che per alcuni versi con la transizione stava vivendo una seconda adolescenza. Il punto di forza della nostra coppia? Senza dubbio la comunicazione, magari comunichiamo in modo sbagliato, ma lo facciamo sempre», racconta Aurora. Paura, lei, non l’ha mai avuta: «Mai, né del percorso né del giudizio degli altri. Per questo, credo, ho potuto essere di supporto».

Edoardo e Aurora in vacanza, la scorsa estate

E se fino all’anno scorso Edoardo pensava di fare anche l’intervento per togliere ovaie e utero, ora ha cambiato idea «perché con Aurora stiamo pensando ad un percorso di riproduzione assistita in Spagna: l’idea è che io interrompa l’assunzione di testosterone e torni a produrre ovuli, mentre lei porti avanti la gravidanza, ovviamente utilizzando lo sperma di un donatore anonimo. La falloplastica invece non credo la farò mai. La verità è che io oggi a livello psicologico, di affetti, di relazioni, con la mia famiglia e la mia fidanzata sto finalmente bene… ma per un verso o per l’altro completo non lo sarò mai».

Mamma e basta

Per Loredana, suo figlio è stato molto fortunato ad incontrare Aurora: «Anche il fatto che la famiglia di lei abbia accettato Edoardo e la sua storia è stato importate. Mi ha aiutato molto, perché mi ha dato la possibilità di superare le paure legate allo stigma». Lo guarda e sorride: «Ho ricordi bellissimi di mia figlia bambina e oggi, quando lo guardo, mi viene solo da pensare quanto è bello mio figlio. Vedo che lui sta bene, è sereno. Mio figlio mi ha portato in giro per il mondo, sia in senso letterale – per via dell’adozione – sia per la quantità di emozioni e di esperienze che mi ha fatto vivere. Mi ha dato tanta ricchezza, come persona e come madre. Tutto questo oggi fa parte di me. Mi sento solo mamma: non mamma biologica, non mamma adottiva, non mamma di un figlio transgender. Mamma e basta».

E tu Edoardo, cosa sogni per il futuro? «Serenità, nient’altro che questo».

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