È tempo di filantropia. La variegata comunità nazionale delle organizzazioni che operano “per amore all’uomo” per dirla con gli antichi Greci, sta conoscendo una stagione interessante, all’insegna di un accresciuto dinamismo.
Lo abbiamo visto nel numero di VITA che, a ottobre, abbiamo dedicato ai leader filantropici, a quanti cioè, nelle fondazioni familiari, di impresa, comunitarie o di origine bancaria, guidano le scelte di erogazione od operative (scarica qui il numero).
Un lavoro che ha restituito un quadro di realtà moderne, sempre più “dentro” il Terzo settore italiano – come ribadito da Antonio Danieli, presidente Assifero, ma ribadito da molti intervistati – e sempre meno portate a pensare di eterodirigere le associazioni e gli enti finanziati.
Nei giorni scorsi, questi segnali sono stati colti anche dalla nuova edizione dell’Osservatorio sulla filantropia che Italia non profit, Pmi innovativa che ambisce a collegare le varie realtà che gravitano intorno al Terzo settore, cura dal 2021, in collaborazione con la Direzione Impact di Intesa Sanpaolo.

Nel rapporto, presentato a Milano l’11 dicembre, sono state analizzate circa cento realtà (103, per la precisione), fra fondazioni di origine bancaria, dʼimpresa, di famiglia, di comunità e enti filantropici iscritti al Runts, ossia le rispondenti su oltre 550 invitate. E questo è semmai l’unico dato negativo: una maggiore collaborazione con chi vuol studiarle e documentarle, le fondazioni filantropiche dovrebbero davvero garantirla.
Ma torniamo alla ricerca, le aree di analisi erano soprattutto “missione e orientamento filantropico”, “modalità di intervento e strumenti”, “processi di selezione e gestione delle relazioni”, “misurazione e valutazione dellʼimpatto” e quindi un’area battezzata “sfide attuali e prospettive future”.
Il dattaglio delle 103
Le risposte, ovviamente, hanno risentito molto della natura stessa degli enti: 30 fondazioni d’impresa (29,1%), 25 di famiglia (24,3%) 23 di origine bancaria (22,3%), 12 di comunità (11,7%) e 13 enti filantropici (12,6%).
«Dal punto di vista dei modelli operativi», ha spiegato Mara Moioli che di Italia non profit è fondatrice, «prevale ancora un’impostazione tradizionale: il 42% delle realtà partecipanti concentra il proprio intervento sull’erogazione di contributi economici a terzi». Accanto a questa modalità consolidata, però, sta crescendo un insieme di fondazioni «che adotta modelli più integrati: il 36% combina finanziamenti e progettazione diretta». Le attività di realizzazione diretta pura restano più limitate (11%), così come le pratiche orientate al capacity building (4%).

Una prima lettura concentrata sul “cosa” fanno ma anche un secondo livello di analisi, concentrato stavolta sul “come”. «La filantropia tradizionale — basata principalmente sull’erogazione di contributi — resta il riferimento dominante (45,6%). Tuttavia, quasi lo stesso numero di fondazioni dichiara di adottare un approccio collaborativo (44,7%), che implica partnership, co-progettazione e una maggiore integrazione con i soggetti del territorio».
Secondo l’Osservatorio, «questo equilibrio tra tradizione e collaborazione racconta un settore che sta ridefinendo il proprio ruolo, non più solo come finanziatore ma come attore attivo nelle dinamiche sociali».
Il dato forse più significativo è la diffusione crescente della filantropia strategica (33%), che indica un interesse esplicito a orientare le decisioni sulla base dei risultati attesi e dell’impatto generato. «Questo approccio», si prosegue, «pur non maggioritario, rappresenta una delle traiettorie evolutive più chiare e che sta ridefinendo le modalità di intervento della filantropia istituzionale».
Gli approcci più innovativi – trust-based (14,6%), vale a dire “basati sulla fiducia”, che riducono al minimo la rendicontazione o talvolta non ne chiedono – e venture philanthropy (8,7%) il corrispettivo al capitale di rischio – rimangono ancora marginali.
Osservano a Italia non profit che «la scarsa presenza dell’impact investing (0%), segnala inoltre che gli strumenti più vicini al mondo degli investimenti a impatto non sono ancora integrati nella pratica delle fondazioni, nonostante la crescente diffusione nella narrativa del settore, soprattutto in contesti internazionali».

Da un punto di vista economico finanziario, gli enti analizzati mostrano un certa eterogeneità: oltre un terzo (35,9%) dispone di un patrimonio di meno di 500mila euro mentre quasi una fondazione su cinque (18,4%) supera i 50 milioni di patrimonio (si tratta dalle fondazioni di origine bancaria), affiancato da un ulteriore 11,7% nella fascia 10–50 milioni. Le fasce intermedie raccolgono circa un quarto del totale, mentre il 7,8% non dichiara il dato.
Quanto erogano
Con queste basi di partenza, il dato erogativo appare conforme: il 21,4% delle organizzazioni ha erogato tra 1 e 5 milioni di euro, il 14,6% ha superato i 5 milioni di euro. Quasi una fondazione su cinque, il 19,4% delle rispondenti, si distribuisce tra 250mila e 1 milione di euro. Una percentuale quasi analoga, il 17,5%, eroga tra 100mila e 250mila euro. Quasi 6 su 100 (5,8%) si colloca fra 50 e 100mila euro. «I piccoli erogatori sono una minoranza ma non marginale», sottolineano dall’Osservatorio, «il 7,8% eroga meno di 25mila euro», mentre il 2,9% si colloca nella fascia 25–50mila euro.
Già, ma dove si indirizza questo flusso di denaro? Gli enti non profit e del Terzo settore sono di gran lunga i beneficiari più frequenti (82,5%), seguiti dagli enti pubblici (47,6%) e dalle scuole (41,7%).
Solo 16,5 fondazioni su 100 però finanzia anche i costi generali dei beneficiari, per quanto, come ricordano all’Osservatorio, questo fatto sia «considerato essenziale da molte organizzazioni del Terzo settore per garantire continuità operativa e qualità gestionale». Ma tant’è, la maggioranza (44,7%) «non lo contempla nelle proprie linee di sostegno», anche se una parte significativa (38,8%) «adotta invece un approccio flessibile, valutando caso per caso se includere o meno queste spese nei finanziamenti».
L’equilibrio delle fondazioni di impresa
Il gruppo più equilibrato, in questa attività, appare quello delle fondazioni corporate: il 37% eroga tra 100mila e 1 milione di euro, mentre un ulteriore 30% supera il milione. Dimensione media delle erogazioni? «Prevalgono contributi di piccola e media entità (5.001–15.000 euro nel 27%; 15.001–50.000 euro nel 20%), ma con una quota significativa di importi più elevati (17% tra 50mila e 100mila euro)», dicono dall’Osservatorio. Più frenate, appaiono le fondazioni di famiglia, con quasi la metà (41,6%) tra 100mila e 500mila euro. «Le erogazioni oltre 1 milione sono rare», spiegano gli osservatori e «il 16,7% non dichiara l’informazione».
Un registro più ampio, ovviamente considerando la diversa struttura patrimoniale, quello delle fondazioni di origine bancaria: oltre lʼ80% eroga più di 1 milione di euro e il 43% supera i 5 milioni.
Le fondazioni di comunità si collocano soprattutto nelle fasce intermedie e medio-alte: il 42% eroga tra 1 e 5 milioni, mentre il 25% tra 100mila e 250mila euro. «Nessuna», si sottolinea, «supera i 5 milioni».
Il rapporto, disponibile in linea a questo sito, offre anche molti altri dati, che vale la pena provare a compulsare.

Fra fiducia e impatto, idee su come affrontare le diseguaglianze
«La fiducia nasce anche dalla capacità di sapersi ascoltare», ha osservato Giuliana Baldassarre, docente di Managament delle imprese non profit alla Sda Bocconi, sul tema del modello filantropico “trust based”. «Oggi le sfide che noi abbiamo di fronte sono enormi, cioè sono multidimensionali, cioè nessuno ce la può fare da solo, non ce la fa il pubblico, non ce la fa il Terzo settore, non ce la fa l’impresa. Le sfide sono enormi: pensiamo ai cambiamenti demografici, al tema degli anziani. Sfide a cui si può trovare risposta analizzando soltanto una dimensione o soltanto un punto di vista».
Secondo Baldassarre, «modelli basati sulla fiducia, intanto ci dovrebbero essere le premesse per costruire questa fiducia: quindi apriamo i luoghi dell’incontro, apriamo i luoghi del dibattito, e questo poi si collega secondo me al grande tema di qual è la trasformazione che vogliamo portare avanti. Siamo partner, la letteratura lo dice, il primo step di collaborazione, anche elementare, è quello in cui ci si confronta sugli obiettivi da raggiungere».
Il responsabile di Direzione Impact, Andrea Lecce, nel suo lavoro con oltre 100mila realtà del Terzo settore, cui Intesa Sanpaolo eroga circa 300 milioni di credito agevolato all’anno, la filantropia la osserva da vicino. Ma soprattutto osserva da vicino proprio quelle diseguaglianze – la lotta alle quali è, com’è noto, nel Piano strategico di Intesa Sanpaolo – che costituiscono l’orizzonte di impegno di molte realtà non profit, che Lecce conosce e con cui lavora, ma anche di molte realtà filantropiche. Solo pochi giorni prima, intervenendo alla Camera al convegno Human economic Forum, il responsabile dell’ex-Banca Prossima aveva osservato, proprio sulle diseguaglianze, che «la vera domanda, prima ancora degli strumenti, è capire perché. Perché cresce l’economia, o almeno alcuni settori dell’economia, ma le disuguaglianze non diminuiscono? Se non rispondiamo a questa domanda, rischiamo di costruire strumenti inefficaci». E aveva citato, come poi ha fatto anche a Milano, l’analisi del filosofo Michael Sandel, che individua una delle cause profonde nella trasformazione della meritocrazia in una sorta di religione civile. «L’idea», aveva osservato Lecce, «che “se ce la fai è solo merito tuo, se non ce la fai è colpa tua” produce esclusione, marginalizzazione, perdita di solidarietà. Chi ha successo si sente legittimato a non sostenere chi resta indietro».

«Intervenire sulle disuguaglianze richiede l’intervento di tutti», ha ribadito anche alla presentazione dell’Osservatorio, «pubblico, privato, privato sociale, organizzazioni filantropiche. Nuovi modelli d’azione possono essere sviluppati: non solo grant e bandi ma soprattutto coprogettazione e strumenti finanziari che prevedano fondi di garanzia, interventi sul patrimonio e finanziamenti. Non c’è una ricetta unica».
Ha ragione, Lecce, molte sono le vie. La filantropia, in questo preciso momento storico, sembrerebbe avere la chance di recitare il ruolo di attivatore di un vero e proprio ecosistema (e con lei tutti i soggetti del mondo “for profit” disposti a concepirsi in una maniera aperta e responsabile).
Una diversità che può diventare lievito della società civile (si potrebbe dire booster ma maglio stare sull’evangelico): il limite può essere l’eccesso di protagonismo ma, rispetto ad altre stagioni, quelle della scarsità degli impegni, sarebbe, paradossalmente, un bel problema da affrontare.
Nella foto di apertura, di Rossana Adorno per Magma impresa sociale, un’immagine di Percorsi spericolati, il progetto di Fondazione Pietro Pittini, che accompagna progetti di innovazione sociale nelle aree interne.

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