Care banche siamo soddisfatti ma facciamo anche altro. Le imprese sociali italiane, le 250 campionate dall’Osservatorio Finanza e Terzo settore di Intesa Sanpaolo e Aiccon Research, giunto alla XIV edizione, in abbinata alle 100 cooperative sociali interpellate dall’Outlook sull’impresa sociale col supporto di Ipsos, paiono dire questo con riferimento allo scorso anno.
Segnalano, e questi sono i numeri dell’Osservatorio, una crescita della soddisfazione nel rapporto con gli istituti di credito, accade in 76 casi su 100 (ma cresce, attenzione, anche la percentuale degli insoddisfatti, quasi il 24).
Piace la presenza di personale dedicato e formato, 38,4%, con una crescita di +4,8 punti rispetto al 2023, piace il fatto che ci sia un’area dedicata (17,2%,) e l’offerta di prodotti bancari specializzati, 13,3%, anche sei il dato è diminuito del 5,9 % in rapporto allo scorso anno.
Un’occasione per capire dove va l’Economia sociale
Come sempre, l’appuntamento con questi dati, per la grande competenza di Aiccon che, lo ricordiamo, è un centro di ricerca promosso dalle centrali cooperative nazionali e dall’Università di Bologna, il think tank di gran lunga più rodato applicato all’economia civile italiana, è un’opportunità preziosa per capire le tendenze del Terzo settore italiano in una fase storicamente importante, perché è in corso il recepimento dell’Action plan europeo sull’Economia sociale, che potrebbe essere un volano di sviluppo per questo pezzo di società che opera “non per profitto”. Ma andiamo per ordine.
A proposito di rapporto con le banche, di finanza, di investimento e di impatto, per esempio, forse ci sono aree dove il rapporto potrebbe crescere.

Imprese sociale e banche, ecco i desiderata
Gli enti di Terzo settore desidererebbero (ancor di più) la fornitura di un’offerta di servizi di credito dedicata (53,2% del campione, in crescita del 14), il 19,6% auspica la banca come “partner in progettualità complesse”, 18,8 su 100, ma in calo del 14,4%, pensano che debba “offrire consulenza ed accompagnamento”. Non manca anche la prospettiva di “agevolare networking e promuovere azioni di sviluppo territoriale”, auspicata dal 8,4% (+2 %).
Investimenti e impatto, si diceva. Le organizzazioni paiono saperne di meno, paradossalmente per quanto tutti ne parliamo (anche noi di VITA). Lo dicono i dati: «Dopo un lieve aumento della quota di organizzazioni che conosce gli strumenti di finanza ad impatto sociale per l’anno 2023, la rilevazione 2024 riprende la tendenza al ribasso come registrata nel triennio ’20-’22, registrando un complessivo -12,4 punti percentuali dal 2020 ad oggi». Di fatto, solo i consorzi di cooperative dimostrano di conoscere queste forme di investimento, dalle imprese sociali alle cooperative si scende invece a precipizio: fino al 27,4% di conoscenza (per quelle di tipo A). Fra quelli che conoscono gli strumenti, inoltre, si rileva in particolare come sia prevalente (78,5%) la conoscenza degli strumenti di finanza agevolata (come, ad esempio, il Fondo Rotativo Imprese Cdp-Mise-Abi o i Fondi Agevolati Bei) e di obbligazioni solidali (social bond; 48,1%), mentre poco più di una organizzazione su quattro (26,6%) è informata in merito agli strumenti pay for success (es. i social impact bond)».
Il fatto è che a oltre la metà delle realtà censite, il 53%, della finanza impatto non importa nulla. Consoliamoci, ragionevolmente, con quel 39%, che si dichiara interessato, che fa registrare un aumento importante rispetto al 2023.
Valutazione di impatto non ancora un must have
Qualche criticità anche sulla valutazione di impatto, per quanto diventerà criterio premiante per l’assegnazione di fondi pubblici, come sappiamo. Scrivono i ricercatori di Aiccon che i dati «sottolineano una netta inversione di tendenza nei confronti di queste pratiche, con soltanto il 39,6% delle organizzazioni che dichiarano di aver avuto già a che fare con questo tipo di pratica; del totale, solamente il 16% dichiara di effettuare la misurazione di impatto sociale delle proprie attività con cadenza regolare». Anche in questo caso, ci si deve pur confortare con l’interesse manifestato, «cresce sensibilmente il numero di enti che la reputano indispensabile nel quadro futuro (26,4%, una percentuale che è più che quadruplicata rispetto al 2023)».
Credito sì ma l’autofinanziamento resiste
Interessante, come sempre, la zoomata sulle fonti di finanziamento: si ricorre al credito bancario nel 26,2% dei casi, in leggera contrazione, si ottengono risorse pubbliche 17,6 volte su 100, i privati concorrono per poco più dell’8%, ma è l’autofinanziamento la leva regina, azionata, pensate, nel 48% dei casi, in una percentuale che pare essere tornata ai livelli del 2019, quando ci sia attestò poco oltre il 50. Speculare a questa osservazione c’è quella sull’accesso al credito, con un tasso di concessione dei finanziamenti in leggero decremento sul 2023: 87,6% contro 89,7. Fra le motivazioni ostative raccontate dagli enti, il nodo delle garanzie insufficienti (40%), ma anche del merito creditizio (25) e dell’importo eccessivamente elevato (20).

Danari che sono serviti, quando erogati, anche negli investimenti, intendiamoci. «Più di 2 rispondenti su 3 (68,1%) dichiara che gli importi erogati negli ultimi 3 anni sono stati principalmente utilizzati per nuovi investimenti, in particolare, il 46% a medio-lungo termine (durata superiore a 18 mesi), dato in crescita rispetto alla tendenza degli ultimi anni, e il 22,1% a breve termine (fino a 18), in calo rispetto al periodo 2020-23», scrivono i ricercatori di Aiccon, «e per un soggetto su 4 (25,8%) i finanziamenti, invece, sono serviti a supportare le spese di funzionamento e gestione (spese correnti). Solamente per il 6,1% del campione gli investimenti hanno riguardato la ristrutturazione di debiti precedenti. Tra i consorzi di cooperative sociali si rileva un maggior uso dei finanziamenti (45%) per il pagamento delle spese correnti di funzionamento e di gestione, mentre si pone in netto calo rispetto alle rilevazioni passate la quota di finanziamenti impiegati nella realizzazione di investimenti a medio-lungo termine (superiore a 18 mesi), solamente il 5% (nel 2023 erano il 55,8%)», dato quest’ultimo che forse accende una lampadina: l’investimento a lungo termine, non ce lo possiamo permettere. E c’è anche un altro dato che fa pensare: «Raddoppia invece la percentuale impiegata nella ristrutturazione di debiti precedenti (dal 9,2 al 20%) e cresce nettamente la quota di investimenti a breve termine (inferiore a 18 mesi) che sale al 30%, quasi sei volte la quota del 2023». Una percentuale quest’ultima che ricorda molto da vicino quel 25% di credito usato per fronteggiare la spesa corrente.
Capitale umano, investire si può
Consolante che, interpellate sugli investimenti futuri, le organizzazioni pensino a “potenziare capitale umano” (23,5%), un dato che fa pendant – spostandosi sull’Outlook – con quel 38% di cooperative sociali che individuano come “possibile freno per il futuro”, la difficoltà di reperire “personale specializzato”. Fra i profili ricercati e assunti, tra l’altro, ma qui si ritorna all’Osservatorio, colpisce la grandezza della voce “altri”, esplosa oltre il 60% (vedi grafica) oltre ai soliti come “amministrazione”, “finanza”, “comunicazione”, “valutazione di impatto” ecc. Segno, probabilmente, che anche il lavoro sociale è in forte evoluzione e i profili necessari sono diversi.

L’Outlook, come sempre, offre uno spaccato delle altre attitudini delle organizzazioni, che offrono segnali tutt’altro che deboli di cosa ci sia nella pancia del non profit del Bel Paese. Per esempio nel centrale rapporto col primo settore, ossia lo Stato. Interrogato su dove pensa che poggerà la sostenibilità della propria impresa sociale, il 65% risponde “dalla Pubblica amministrazione” mentre la “domanda pagante” dei cittadini segue per distacco (23%), anche sei in lieve aumento (la cosiddetta “mercatizzazione” non si vede molto) e quella delle imprese si ferma a quota 12%. Pa con la quale i rapporti, per 46 cooperative su 100, sono “soddisfacenti” o “abbastanza soddisfacenti” e “sufficienti” per un altro 31%. D’altra parte il 75% del campione dichiara di aver avviato coprogettazioni negli ultimi tre anni e con un gradimento moderatamente alto (84% fra soddisfatti “contenuti” e “molto”).
Esg, avanti piano
Non brillantissimo, neppure quest’anno, l’approccio delle organizzazioni alla sostenibilità: 28 su 100 non ne parlano (ma il dato è in calo del 10), 39 “ne cominciamo a parlare”. Un ritardo che non deve stupire: il sociale si ritiene “sostenibile per natura”, a torto o a ragione. Consoli però il diagramma sull’attitudine del campione verso la sostenibilità ambientale: quasi il 90% lo ritiene variamente rilevante.

L’altra grande transizione, quella digitale, vede le cooperative fortemente motivate: il 92% dichiara investimenti in questa direzione (soprattutto per il miglioramento dei processi 65%) e oltre la metà auspica di avere le banche come partner di questo passaggio.
Tutte queste cifre andrebbero lette riascoltando, se non l’aveste fatto, l’interessante panel che, il 30 ottobre scorso, aveva commentato a Milano il lancio di questa edizione dell’Osservatorio.
Discussant di alto profilo
Al tavolo Anna Voltolini, segretario dei Social Impact Agenda per l’Italia, Irene Bongiovanni, presidente di Confcooperative Nord-Ovest, Andrea Lecce, responsabile Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo e Andrea Forghieri, direttore esecutivo di “Per il sociale” della stessa banca, e il già citato Venturi, direttore di Aiccon.
Al seguente link, dal minuto 46.
Andrea Lecce: «La sfida è costruire una finanza più generativa»
«La nuova edizione dell’Osservatorio restituisce un Terzo Settore che evolve, seleziona e ripensa le proprie priorità», spiega a VITA, lo stesso Lecce. «La sfida per il futuro», aggiunge, «è costruire una finanza più generativa, misurabile e di impatto, capace di accompagnare le imprese sociali nelle transizioni digitale, ambientale e organizzativa, rafforzando il legame tra banca e comunità. Ogni anno grazie all’impegno delle 600 persone della Direzione Impact eroghiamo circa 300 milioni di euro di credito agevolato a oltre 100mila realtà del Terzo Settore».

Gli fa eco il direttore di Aiccon: «I segnali, ormai non più deboli, di una discontinuità presente nella domanda di finanza delle imprese sociali indicano la necessità di un secondo tempo anche nell’offerta di servizi e di strumenti finanziari. La nuova fase», sottolinea Venturi, «ha come caratteristica principale quella di definire e proporre strumenti sempre più pragmatici e legati ai bisogni e, allo stesso tempo, di guardare non più solo alle singole organizzazioni, ma ai sistemi territoriali che oggi, più che mai, sono fondamentali per una nuova stagione di investimenti legati alle transizioni».
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Nella foto in apertura, di Stefano Pedrelli, giovani con disabilità durante l’hackton organizzato da VITA lo scorso anno. Le altre foto sono dell’ufficio stampa di Intesa Sanpaolo. I grafici sono di Matteo Riva.

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