Gianni Alemanno

«Fra degrado e vite abbandonate, vi racconto il mio anno dietro le sbarre a Rebibbia. E a Meloni dico…»

di Ilaria Dioguardi

L'ex ministro ed ex sindaco di Roma, è detenuto nel carcere romano dal 31 dicembre 2024. In questo dialogo a tutto tondo racconta la vita in carcere, ma anche il rapporto con la sua famiglia, la recente pubblicazione di un libro e la sua speranza per l’imminente Giubileo dei detenuti. Con un messaggio per la premier e per il ministro Salvini

«Quando ho visto la situazione di degrado in cui si vive dentro le carceri italiane, ho pensato che fosse mio dovere fare qualcosa», dice Gianni Alemanno, che dal 31 dicembre 2024 è detenuto nel carcere Rebibbia di Roma e scrive, sulla sua pagina Facebook, un “diario di cella”. «Potrei dire che sto meglio di prima dal punto di vista fisico e spirituale, se non sentissi che la detenzione rallenta i riflessi e i ritmi di vita. E, comunque, la libertà manca». Da poco è in distribuzione con il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, scritto insieme a Fabio Falbo e autori vari detenuti nel braccio G8 di Rebibbia.

Alemanno, come si vive in carcere? Questa esperienza detentiva di un anno come le ha fatto cambiare idea sulla detenzione?

La vita in carcere si svolge tra grandi contraddizioni, a volte comiche, a volte tragiche. C’è un grande sforzo da parte delle università impegnate nei Pup (Poli universitari penitenziari), delle associazioni del Terzo settore e di molte imprese per garantire percorsi di rieducazione e di reinserimento alle persone detenute. Ma questo sforzo non trova un’adeguata attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria, sempre più in affanno per fronteggiare un sovraffollamento carcerario in costante crescita. Per cui solo poche persone detenute riescono a usufruire di questi “percorsi di trattamento”, mentre la maggior parte rimane esclusa e abbandonata a se stessa. Le strutture penitenziarie sprofondano sempre più nel degrado, nonostante la spesa dello Stato per ogni detenuto sia superiore alla media europea. Questa situazione ha un effetto antimeritocratico: le persone detenute che vogliono comportarsi male si trovano a loro agio nel caos del sovraffollamento, mentre quelle che cercano di ricostruirsi una vita trovano difficoltà sempre più insormontabili. 

Il lato comico della vicenda sono i mille inutili divieti con cui l’amministrazione pensa di garantire “l’ordine e la sicurezza”: tutta una serie di indumenti e di utensili di uso quotidiano non possono essere acquistati e i detenuti si inventano mille trovate per ovviare a queste mancanze. Nel carcere esiste anche una forma di vita comunitaria e di rispetto reciproco tra i detenuti. In realtà, se si facesse veramente leva su questo spirito, con reali opportunità di formazione e di lavoro, si potrebbe abbattere nettamente la recidiva al crimine e garantire meglio la sicurezza del cittadino. Ma tutto questo viene reso impossibile, come ho detto, da un sovraffollamento giunto oltre il 138%, che viene qualificato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come una forma di tortura nei confronti dei carcerati. Io non ho dovuto attendere questa esperienza per comprendere che il giustizialismo fine a se stesso serve a poco: mi sono sempre interessato delle carceri e, nel 2006, sono stato uno dei tre parlamentari di destra che, in contrasto con le direttive del mio partito, non ha votato contro l’indulto proposto dal Governo Prodi. Certo, non mi aspettavo un degrado così profondo delle strutture.

Può raccontarci qualcosa per farci “vedere” degli aspetti del carcere che noi da fuori non conosciamo?

Per esempio, le persone detenute sono “costrette” a cucinarsi da sole la gran parte dei cibi che consumano perché gli alimenti distribuiti dall’amministrazione sono di scarsa qualità. Per cui ci si attrezza con fornelli da campeggio a gas, si comprano le materie prime e ci si sbizzarrisce nel preparare ogni tipo di cibo, spesso con ottimi risultati. L’aspetto brutto è che l’ambiente dove si cucina è lo stesso dove sono i wc e i servizi, con commistioni certamente non piacevoli. Si fa un uso smodato delle tv che sono installate in ogni cella: non ho mai visto tanta televisione come in questo periodo. Chi non partecipa ai programmi di rieducazione gioca ossessivamente a carte o a pingpong, mentre all’aria molti praticano ogni forma di allenamento sportivo. Ci sono anche dei laboratori dove i pochi fortunati fanno anche delle belle cose: la falegnameria dove si costruiscono bellissimi presepi tipo San Giovanni Armeno, la pizzeria che non ha nulla da invidiare a quelle del mondo libero, si producono caffè e gelati di ottima qualità. Insomma, il “galeotto” non è refrattario al lavoro e all’impegno, se solo ne ha l’opportunità.

Personalmente, lei come si sente, com’è cambiato in quest’anno di detenzione? E com’è cambiato il rapporto con la sua famiglia?

Il rapporto con la mia famiglia si è rafforzato. Certo, loro soffrono per la mia detenzione e io mi sento responsabile di questo, anche se continuo a professarmi innocente. Da molto tempo non parlavo con mio figlio, che ha 30 anni, così lungamente e intensamente come ora. Io ho intensificato il mio lavoro intellettuale, mi sono iscritto all’università per una seconda laurea, anche il tempo che dedico alle pratiche spirituali, come a quelle fisiche e sportive, è molto aumentato. Potrei dire che sto meglio di prima dal punto di vista fisico e spirituale, se non sentissi che la detenzione rallenta i riflessi e i ritmi di vita. E, comunque, la libertà manca.

Da qualche settimana è uscito il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane (disponibile online), scritto insieme a Fabio Falbo e autori vari detenuti nel braccio G8 di Rebibbia. Il volume è dedicato «Alle persone detenute che sono venute a mancare e a quelle che si sono tolte la vita nelle carceri italiane». Perché ha deciso di scriverlo?

Quando ho visto la situazione di degrado in cui si vive dentro le carceri italiane, ho pensato che fosse mio dovere fare qualcosa. Per fortuna ho trovato sulla mia strada Fabio Falbo, una persona che è in carcere da quasi 20 anni, nonostante si professi innocente, e che ha trovato una forma di riscatto laureandosi in Giurisprudenza e dedicandosi, come “scrivano di Rebibbia”, all’assistenza sociale e legale degli altri detenuti. Abbiamo messo insieme le nostre esperienze e abbiamo cominciato una lotta per i diritti dei detenuti, che è diventato il nostro principale impegno sociale, anche con l’aiuto di una associazione come Nessuno tocchi Caino. Siccome i problemi carcerari non sono semplici e ci sono molti equivoci e pregiudizi, per provare a smontarli abbiamo sentito la necessità di scrivere un’opera organica, di cui io ho curato la parte politica, Fabio quella giuridica e altre persone detenute quella lavorativa. Pensiamo di aver fatto una cosa utile.

 Il Giubileo dei detenuti si svolgerà dal 12 al 14 dicembre. Cosa rappresenta per lei e cosa spera che sarà? 

Vorrei ricordare che papa Francesco ha aperto una Porta Santa qui nel carcere di Rebibbia, proprio per testimoniare la sua vicinanza con la popolazione detenuta. E nella Bolla di indizione del Giubileo ha anche chiesto ai governanti di compiere un atto di clemenza nella forma di un’amnistia o di condoni di pena. Insomma, da cristiano, io credo che la Chiesa cattolica sia una delle poche realtà che hanno veramente a cuore le sorti delle persone detenute e che il Giubileo del 14 dicembre sarà un’occasione per testimoniarlo con la massima forza.

Che messaggio manderebbe oggi alla premier Giorgia Meloni e al ministro Matteo Salvini?

Chiederei loro, appunto, di ascoltare il messaggio che viene dal Giubileo dei detenuti. Entrambi si dichiarano dei devoti fedeli, perché non ascoltano la richiesta di clemenza lanciata da papa Francesco, che sarà sicuramente ripresa da papa Leone XIV? Se il sovraffollamento non sarà ridotto immediatamente, le carceri italiane andranno al collasso trasformandosi, più di quanto non lo siano già adesso, in un enorme problema per tutta la società italiana. Occuparsi delle persone detenute non è solo un atto di carità cristiana, è anche un atto di buonsenso proprio per difendere i cittadini dalla recidiva al crimine.

Foto dalla pagina Facebook dell’intervistato

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