Far dialogare attraverso la musica, costruire la pace attraverso l’arte. Abf, la fondazione voluta da Andrea Bocelli, lo fa da anni, in contesti spesso difficili, partendo dal concetto di promozione umana che, in inglese è reso da quel empowering people and communities, ossia potenziare, far crescere le persone, specialmente giovani, per far crescere anche le comunità.
Nei giorni scorsi un team della fondazione, guidato dalla direttrice generale Laura Biancalani, è partito alla volta di Gerusalemme e della Cisgiordania: fra la Città universale e la West Bank, Abf lavora da tempo con un gruppo di giovanissimi che a luglio saranno in Italia, con tanti coetanei di tutto il mondo per il Global Gathering. In tutto saranno 200. Abbiamo chiesto a Biancalani di scrivere, per VITA, un diario di quei giorni di incontri e di lavoro, in un contesto difficile. Dall’Uganda, dove è giunta da poco per un altro progetto Abf, ce lo ha appena inviato. (G.Cerri)
Prima di partire Barbara Castellano, executive assistant, coordinatore dei Servizi generali di Abf Foundation, mi ha spiegato come organizzare una missione internazionale sia un esercizio di accordatura di suoni, in cui ogni elemento contribuisce a creare l’armonia complessiva.
«Si comincia coordinando le agende», mi ha ricordato, «incrociando partenze e arrivi, come in una partitura che prende forma. Si definiscono gli obiettivi, si immaginano gli scenari possibili e si lavora per predisporre le condizioni operative che permettano di raggiungerli, mantenendo sempre chiari i vincoli di budget e le procedure interne che garantiscono sostenibilità e rigore».
A questi si aggiungono le peculiarità di ogni territorio in termini di contingenze, caratteristiche geografiche ed elementi di sicurezza. Per concludere positivamente l’arrangiamento abbiamo bisogno di valorizzare l’elemento umano della missione: «I colleghi», ci tiene a sottolineare, «che si muovono devono viaggiare sapendo che abbiamo tentato di creare le condizioni materiali migliori per il loro lavoro, il team locale deve essere tenuto in altissima considerazione in termini di suggerimento e supporto. E ciascuno deve sapere che, in qualunque momento, è presente un punto di riferimento capace di affrontare le diverse tipologie di imprevisti (dall’adattatore dimenticato in valigia, agli avvisi di allerta di grado elevato)».

In questo equilibrio tra organizzazione, ascolto e conoscenza reciproca, il gruppo cresce in coesione e consapevolezza e la missione acquista profondità e qualità, trasformandosi in un’esperienza professionale solida e, se ben orchestrata, determinante per lo sviluppo di ogni progetto.
13 Novembre Firenze-Bologna-Malpensa-Tel Aviv
Oggi è una giornata importante, prima destinazione Bologna, all’Assemblea nazionale Anci, per raccontare le esperienze Abf sull’amministrazione condivisa con tanti colleghi del Terzo settore e della Pubblica amministrazione.
Fiducia, competenze tecniche e relazionali, la ricerca di un linguaggio comune sono gli elementi emersi per la costruzione di una casa comune. Con questa certezza e i positivi esempi lascio Bologna verso Malpensa, dove incontro i colleghi che saranno con me in questi giorni di missione fra Gerusalemme e la West Bank. Con i miei compagni di viaggio ci apprestiamo ai lunghi controlli del volo per Tel Aviv: a quei banchi, lo sapevamo, dobbiamo raccontare il perché di questa trasferta.

«Sono Laura, direttore generale e responsabile progetti. No, non è la prima volta che vado in Israele, lo faccio da circa venti anni», dico. Alessio spiega che è musicista e fa parte della commissione centrale del programma Voices of. Sofia, coordinatore educativo del programma, e racconta perché occorra un educatore per lavorare con la musica.
E poi tocca a Luca: spiega di essere coordinatore educativo in Italia e che ha lavorato in passato a Gaza. Viene poi il turno di Gioele, project manager con un passaporto in cui figurano timbri di Haiti, Giordania, Ucraina. C’è anche Guglielmo, beh Guglielmo è molto più di un videomaker… è un collega che da 10 anni ha la pazienza di seguire e documentare: dall’idea iniziale al progetto in corso.
Ci chiedono di spiegare i motivi del viaggio: perché a Gerusalemme, perché adesso. Facile rispondere: dovremmo monitorare uno dei nostri progetti Abf Voices of con i bambini di Gerusalemme Est, Città Vecchia e Betlemme.
Non solo, dovremo parlare al team, ai coristi e alle famiglie, spiegano loro il Global Gathering di luglio, che vedrà circa 200 bambini provenienti da tutto il mondo e anche da lì, dalla Terra santa: saranno insieme in Italia, per realizzare un villaggio globale facendo musica insieme. E poi, poi c’è da preparare l’apertura degli Abf Art, music e digital labs nelle scuole della Città Vecchia.
Tutto a posto. Ci si imbarca.
L’arrivo a Tel Aviv è stranamente tranquillo. Ci aspetta lì un altro membro del team locale: George, il nostro driver, un cristiano di Gerusalemme, il nostro problem solver e porto sicuro. Questa volta sorride e dice che stanno cominciando ad arrivare i primi gruppi di turisti dall’Est Europa, dopo anni di deserto. A notte fonda, però, quando arriviamo in Città vecchia i nostri passi risuonano per le strade vuote e fa impressione. Il nostro rifugio. che siamo abituati a vedere pieno di tante persone provenienti da tutto il mondo, ci accoglie vuoto: siamo gli unici ospiti.

14 Novembre, nella Città Vecchia di Gerusalemme
Inizia oggi un percorso alla definizione dei progetti Abf Art, Music e digital Labs nella Città Vecchia di Gerusalemme, dove si trova anche la nostra sede operativa e in questi giorni metteremo le basi per il kick off del progetto pilota a scuola e nel quartiere musulmano e cristiano.
Luca Bevilacqua mi ricorda che «la strutturazione del progetto nel contesto di Gerusalemme è partita dall’analisi dei bisogni di bambini e bambine della scuola dell’infanzia della Tssj, che vivono in una realtà di continua tensione, costante incertezza e scarse possibilità educative e ricreative, che impattano fortemente sul loro diritto ad essere bambini».
Education, quindi, per noi di Abf, non significa solo sostenere i processi di apprendimento e portare uno sguardo diverso sull’educazione della prima infanzia, ma anche promuovere il benessere socio-emotivo di bambini e bambine e sostenere l’alleanza educativa tra la scuola e la comunità. In questo giorni, mi racconta, abbiamo definito i lavori di rinnovamento per la creazione degli spazi atelier, dando nuova vita a degli ambie nti che erano inutilizzati dalla scuola. Abbiamo ragionato con le insegnanti, «non solo sulle attività di progetto, ma sulle strategie del progetto stesso, ritagliate in maniera sartoriale sul contesto e sui loro bisogni».
«È stato un passo importante», prosegue Luca, «per la creazione di quell’alleanza educativa, non solo all’interno della comunità, ma anche tra la realtà locali». Fondamentale, per una realtà internazionale come Abf, condividere l’orizzonte comune e la consapevolezza di avere la responsabilità, come adulti, di creare il contesto migliore affinché bambini e bambine possano esprimere il loro potenziale».
Rifletto come Empowering people and communities, il motto della nostra fondazione sia una dichiarazione di intenti, ma anche un impegno che orienta la postura, lo sguardo, il passo, l’azione.
Confrontarsi con i colleghi dell’Aics
Tra l’altro, inizia oggi anche un altro percorso, quello a fianco dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo – Aics. Da luglio scorso, Abf infatti è iscritta nel registro delle “Organizzazioni della Società civile” che mettono in campo attività di cooperazione.
In questa nuova veste, incontriamo Mirco Tricoli, titolare di Aics Gerusalemme e i suoi collaboratori, con cui da tempo siamo in dialogo. Da oggi faremo parte ufficialmente dei tavoli di lavoro di Aics per essere sempre più utili e lavorare insieme a tanti colleghi italiani e locali per la realizzazione di obiettivi comuni.
Mi confronto anche con Gioele Scavuzzo che mi dice: «La missione educativa di Abf é perfettamente allineata con i principi della cooperazione internazionale allo sviluppo Anche nel contesto specifico della Terra santa (Gerusalemme Est e West Bank), educazione è inclusione e protezione». Per noi, l’educazione è anche uno strumento di sviluppo umano che punta al rafforzamento delle comunità, attraverso interventi sostenibili e orientati al lungo periodo.

Un altro elemento centrale, d’altronde, è l’allineamento con l’educazione alla cittadinanza globale: crediamo fermamente che i bambini debbano essere accompagnati a sviluppare senso critico, apertura verso l’altro, capacità di collaborare e di riconoscere il valore della diversità culturale. «Sono competenze che oggi rappresentano una parte essenziale della cooperazione internazionale e delle politiche educative globali», ricorda Giole. C’è un alto inizio in questa lunga giornata, perché incontriamo il partner locale, la Custodia di Terra Santa e il Magnificat Institute. I frati minori custodiscono i luoghi Santi dal 1330 circa e si prendono cura, oltre che della pastorale, dell’educazione scolastica e artistica di bambini di tutte le confessioni religiose.
Le voci di Gerusalemme: dai 6 ai 16 anni
Parliamo insieme di Abf Voices of Jerusalem, il progetto educativo per bambini da 6 a 16 anni che utilizza la musica corale come strumento per lavorare sulla formazione di leader positivi per il futuro. Il progetto richiama nel titolo Gerusalemme, perché i coristi, provenienti da West Bank e da Gerusalemme Est, ogni settimana avrebbero lavorato insieme in Città vecchia con il team locale misto israelo-palestinese. Già, ma è arrivato il 7 ottobre un mese dopo il kick off e abbiamo dovuto adottare il contingency plan, che ha portato alla divisione di due gruppi che per il primo anno di guerra hanno lavorato separatamente. Grazie al supporto di tante persone e autorità, abbiamo però cercato di creare dei momenti di convivenza nella città di Betlemme “Area c”, presso un luogo che la cooperazione tedesca ci concede e che è presto diventato per i bambini un paradiso.
Da settembre scorso siamo riusciti a riunire il gruppo e i team ogni settimana, così come i local gathering trimestrali, dove i gruppi convivono per alcuni giorni, lavorano insieme e si respira aria di normalità e libertà.
Noi d’altra parte siamo qui per parlare a team, coristi e famiglie del Gathering globale che il prossimo luglio si terrà in Italia. Si ragiona di aspetti di logistica, di passaporti diversi, di ricercare di permessi speciali. Ci confrontiamo il lavoro comune, su come cioè rappresentare la propria cultura ai bambini provenienti da altri contesti e sulla conoscenza dei contesti di provenienza degli altri bambini. La sera termina a cena con tutto il team in una tenda beduina a Betlemme: stanchi, ma lieti di vivere questa amicizia operativa.

15 Novembre il Gathering locale di Abf Voices of
Il team italiano sale sui diversi pulmini: io a Betlemme vicino alla Natività, altri colleghi Beit Jala, altri a Gerusalemme. L’entusiasmo dei bambini è splendidamente contagioso, anche se in una strana giornata fredda e piovosa. Rimane fuori dal gruppo solo Luca, che se ne va in giro con l’architetto locale alla ricerca di carpentieri e fornitori per l’arredo dei nostri labs.
Tutti insieme a Talita Kumi, il nostro spazio sicuro dove fare musica, lavorare sulla dimensione del gruppo, divertirsi, mangiare, dormire insieme, valorizzare le diversità, fare comunità.
C’è anche Sofia Paradisi che mi racconta cosa comporti vivere e operare là: «Qui vivere sotto pressione non è un’eccezione: è la normalità», mi dice, perché «la tensione, l’incertezza, la fatica entrano nelle case, nelle scuole, nei gesti quotidiani. Eppure, dentro questa complessità, le persone continuano a mostrarci qualcosa di potente: la loro voglia di respirare, immaginare e sperare, anche quando tutto intorno sembra troppo».
Penso che è proprio per questo che Abf Voices è qui. Perché l’educazione non è un lusso dei luoghi tranquilli: è una necessità vitale proprio nei contesti fragili. La musica, l’arte, l’apprendimento condiviso diventano spazi sicuri, dove i bambini possono esprimersi, trovare stabilità, ricostruire fiducia, riconoscere le proprie risorse. E diventare adulti consapevoli e capaci di guidare le proprie comunità verso nuovi orizzonti possibili.
D’altronde “crisi”, in greco, significa setaccio. Perché nei momenti bui siamo costretti a capire cosa davvero conta e a prendercene cura. Una crisi è certamente difficoltà, ma può diventare anche terreno fertile: l’occasione per imboccare sentieri che non avremmo mai scelto e scoprire parti di noi che non sapevamo di avere. Ci obbliga al dubbio: a ripensare, a ricominciare, a restare umani. In ogni incontro, in ogni missione vediamo persone e comunità che scoprono di essere più grandi della pressione che vivono. Che hanno una voce, e che quella voce conta.
Voices non una bacchetta magica, semmai una coltre
«Con Voices of non contiamo di cambiare il mondo con un colpo di magia, ma di nutrire i semi capaci di crescere anche nel suolo più difficile», mi dice. D’altronde Voices è un programma educativo che aspira a far crescere insieme tutti coloro che ne sono coinvolti: bambini, ragazzi, team, famiglie, comunità.

«Non è un “corso di musica”», ribadisce lei, «è un posto dove si impara a fare spazio anche agli altri, ad ascoltarsi ed ascoltare davvero, a gestire l’emozione di quando ti tremano le ginocchia e a scoprire che, se hai persone intorno che ti sostengono, tutto è un po’ più facile».
Nel coro possono succedere molte cose: ti accorgi di quanto conti la tua voce, ma anche di quanto servano quelle degli altri; capisci che per creare armonia devi metterti in relazione; e impari che sbagliare non è un dramma, ma anzi è parte del gioco.
Lo stiamo sperimentando nel lavoro di questi anni: intorno alla musica c’è un lavoro educativo più ampio: attività, dialogo con gli adulti, formazione, strumenti per leggere quello che accade nei gruppi e nella comunità. «Non imponiamo modelli», sottolinea Sofia, «lavoriamo insieme a chi vive qui, perché ogni contesto ha la sua storia e i suoi modi». Quanto ha ragione! In fondo Voices è questo: un luogo affidabile, dove bambini e adolescenti possono crescere con qualcuno che li guarda, li ascolta e li accompagna a trovare il proprio modo di stare nel mondo, a trovare la propria voce.
16 Novembre, al Santo Sepolcro e a Betlemme
La giornata inizia molto presto con una visita al Santo Sepolcro.
Ancora una volta quelle pietre non mi lasciano indifferente. Ogni volta è come tornare in un luogo familiare, dove per un istante desideri ricordare chi ti accompagna e chi ti ha accompagnato. Toccare le croci dei pellegrini delle Crociate, ti fa sentire piccolo e grato allo stesso tempo. Una energia imponente ti investe in quel luogo che ti accarezza e ti accompagna.

E poi c’è Betlemme. Arrivarci non è semplice: il check point principale è chiuso sia a piedi che in auto. Per entrare si passa da quello vicino al deserto e questo allunga di molto la strada. Ci arriviamo finalmente e qui incontro Claudia e la sua famiglia. Claudia è una artista che con una piccola macchina da taglio laser, crea piccole opere d’arte in legno e resine colorate. Ogni piccolo omaggio del Natale Abf viene da questi contesti e ci permette di supportare Claudia e molte famiglie.
A Betlemme visitiamo l’ospedale pubblico di Betlemme, oncologia pediatrica e pediatria per la possibile implementazione del programma Abf Edu-care. E qui c’è davvero molto da fare.
Jamil, Ramzi e gli altri. Artisti meravigliosi
Quindi un passaggio alla Chiesa della Natività, prima di tornare dai bambini con i Gesù Bambino presi prima di entrare. Loro, i bambini, nel frattempo sono con il team locale a preparare il concerto del pomeriggio.
Beh, il team locale è composto da meravigliosi professionisti! Jamil, Ramzi, Reem e Miriam, musicisti che lavorano sul repertorio comune a tutti i bambini del mondo. Poi c’è Zaid, un noto artista palestinese che si occupa della musica locale e con i suoi strumenti etnici conquista i bambini. E che dire di Cristine, Angelie, Nadine e Phoebe, le preziose educatrici? Con loro Jumana, la nostra coordinatrice educativa e psicologa.
Arriva anche il momento del concerto finale di questi due giorni insieme. Arrivano i genitori, i nonni, gli amici. Purtroppo ancora non è permesso tenere spettacoli pubblici e il concerto è solo una prova su invito, ma ha il sapore di una festa dove ci si diverte, ci si emoziona e dove si dimostra che, da soli si può molto,ma insieme molto di più.
Capisco che un momento me lo porterò nel cuore in particolare: La Luna di Kiev. un pezzo scritto dal nostro maestro Manolo Da Rold che dice: «Chissà se la luna di Kiev è bella come la luna di Roma/chissà se è la stessa o soltanto sua sorella». È un inno leggero alla pace e all’unità, e i bambini lo cantano con una energia e un’allegria che qui fanno venire i brividi.
«Cari genitori, porteremo i vostri figli in Italia»
È il momento di spiegare ai genitori il viaggio che i loro bambini faranno a luglio, in Italia, per il Global Gathering: ci ascoltano tutti molto attenti, emozionati, soddisfatti. Ci ringraziano e chiedono, compatti, che il gruppo dei bambini non sia diviso e che tutti possano passare insieme da Tel Aviv. So che è una missione difficile, ma non possiamo che provarci, credendo che nulla è impossibile.
Parlo anche con Guglielmo Magagna, che mi dice: «Laura, il mio ruolo è spesso quello di raccontare, ascoltare e vedere». Qui a Gerusalemme, mi racconta, ha visto persone al completo servizio di altre: «Ho ascoltato storie che provenivano da mondi così lontani dal mio che parevano venire da un altro pianeta. Ho raccontato a chi ancora non lo credeva possibile che goccia dopo goccia, voce dopo voce, storia dopo storia, anche le piccole cose, i gesti semplici di persone semplici, sono capaci di semplici azioni straordinarie».

Il senso di Abf Voices of è tutto racchiuso lì, tra il semplice e lo straordinario, in uno sguardo dolce di un padre ed una madre che guardando i loro figli crescere, come cresce l’intensità di un coro. Mi dice Guglielmo: «Non possono fare altro che cedere all’emozione del momento e credere senza poi tanto nasconderlo che cambiare il proprio futuro, quello dei loro figli e di intere comunità non è mai stato così possibile!»
Terminato concerto e riunione con i genitori, ci fermiamo con il team locale per la restituzione di questi due giorni densi. Di nuovo stanchi e di nuovo felici. I due gruppi di Gerusalemme e Betlemme stanno trasformandosi in un unico team, dove si collabora, ci si contamina con competenze diverse e diverse sensibilità. Con loro l’appuntamento è a Riccione, a fine gennaio, dove con tutti i team degli altri Paesi prepareremo il Global Gathering di luglio.
A cena col Custode di Terra santa
Torniamo a Gerusalemme per incontrare il Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, e il direttore del Magnificat Institute. Restituiamo gli esiti della missione e parliamo di implementazione di progetti futuri anche con altri partner locali suggeriti da Aics e da altri colleghi incontrati per vari thè alla menta, in questa e in altre missioni.
Padre Ielpo ci dice che spesso gli viene rivolta la domanda: «Dopo il conflitto e la divisione, da dove si può ripartire?». La risposta, ci spiega, è che si riparte a costruire dall’educazione cioè da ciò che costruisce e forma un popolo. Educazione, attenzione, che non è da confondersi con istruzione, trasmissione di contenuti. L’educazione, ci ricorda, è molto di più, perché parte da una visione di uomo che valorizzi i talenti, le competenze socio-emotive. Il Custode ci esprime gratitudine e l’auspicio di implementare altri programmi per adolescenti e giovani sulla scia del programma Abf GlobaLab.
Ci porta a cena, tutti assieme, padre Ielpo, e ci raccontiamo reciprocamente: esperienze, visioni, attese. Al ritorno percorriamo da Gerusalemme Est tutta la Città Vecchia.
«Abbiamo fatto una passeggiata sui tetti di Gerusalemme», mi racconta Alessio, «e sembrava di camminare oltre le paure della gente. Soffiava un vento fresco, un vento che sapeva di libertà». Mi dice che «aveva il sapore del canto dei nostri bambini, che, senza saperlo, nota dopo nota stanno imparando una lingua che non ha confini. Una musica che li porterà lontano, con la mente e con il corpo, a conoscere culture diverse e a scoprirsi fratelli della stessa terra». Voices of è una grande famiglia. Nelle grandi famiglie c’è il cugino che non vedi da anni e lo zio che abita dall’altra parte del pianeta. «Anche se non lo hai mai visto, sai che c’è qualcosa che ti lega, e non è solo il sangue. È quel filo invisibile che tiene unite le persone: è l’amore», dice Alessio.
I nostri bimbi stanno crescendo e, grazie alla musica, stanno imparando ad amare. E noi con loro. È il regalo più grande che potessimo farci.

17 novembre, l’abbraccio a Ehud
È quasi ora di partire ma prima faccio un salto a Jerusalem Tower a Ovest, dove c’è una persona speciale che, nei miei venti anni in Terra Santa, ha seguito – da avvocato e da israeliano aperto al dialogo – tutti i progetti che ho seguito e realizzato. Ehud è un piccolo uomo anziano ma con occhi e cuore di un giovane che lotta ancora perché il suo Paese: Israele, sia un luogo aperto e per tutti.
Parliamo della situazione e del Global Gathering. È pronto a aiutare per tutte le questioni logistiche. Ci abbracciamo forte, come sempre negli ultimi due anni. Mi dice che vedermi gli rappresenta vita.
Questa volta non sono riuscita a incontrare il Patriarca, Pierbattista Pizzaballa, un uomo giusto che in questa Terra ci ha sempre accolti, anche con i tanti ragazzi di GlobaLab, fino al 7 ottobre. Una guida sicura e accogliente.
Prima di partire vado sul tetto del convento di San Salvatore: Gerusalemme dall’alto. Una videochiamata ad alcuni colleghi in ufficio e qualche minuto di silenzio e contemplazione. È sempre una emozione grande vedere Gerusalemme dall’alto. Gerusalemme la città di tutti.
Stando in silenzio si possono sentire i passi, le preghiere, i desideri degli uomini e delle donne di tutte le epoche, di ogni popolo e religione. È commovente vedere che nonostante tutto, queste mura significano per tutti ancora accoglienza e protezione.


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