Luca Pesenti

Giovani, Europa, welfare: non diamo a Trump il monopolio dell’annuncio

di Nicola Varcasia

Il "Rapporto del Censis 2025" parla di un’età selvaggia e violenta. Dove non resta che rifugiarsi nei piaceri. Si avvera la profezia di Margaret Thatcher per cui la società non esiste? O quella, recente, dell’amministrazione americana che vede il vecchio continente al capolinea? Il rischio c’è, afferma Luca Pesenti, docente della Cattolica. A meno che gli adulti non tornino a saper dare un significato ai giovani, senza illudersi e illuderli che il benessere si crei a debito

Siamo entrati in un’età selvaggia. «Un’età del ferro e del fuoco, di predatori e di prede, in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale e il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata». Questa frase del Rapporto Censis 2025 ha colto nel segno. Almeno a giudicare dalla quantità di rimbalzi che ha avuto nelle ore successive alla sua uscita. Forse perché restituisce, con una retorica potente, quella sensazione di difficoltà e malessere che ci sentiamo tutti un po’ addosso leggendo o ascoltando le notizie. Ma come, di fronte a questa situazione, non finire vittima di uno dei due estremi antiumani per eccellenza, quelli del lamento sterile o della ribellione fine a se stessa? Dove trovare la forza e la speranza per continuare a costruire, regalandosi il gusto (e la vertigine) della responsabilità e dell’annuncio di un futuro possibile? Sono domande enormi, che Luca Pesenti, professore di sociologia all’Università Cattolica, accoglie e rilancia.

Il nuovo rapporto Censis che parla di età selvaggia arriva nelle stesse ore in cui l’amministrazione Trump ha scritto della “reale prospettiva di cancellazione della civiltà europea”. Tutti d’accordo sul declino?

Più che altro, dobbiamo prendere atto di essere usciti definitivamente dal ‘900. Siamo di fronte a una riconfigurazione complessiva dell’idea che ci siamo fatti nel mondo. Con la crisi della sovranità statale e delle regole del diritto internazionale.

Qual era questa idea?

È quella che tra il 1945 e il ’75 ha generato il cosiddetto compromesso di metà secolo. E che, almeno in Occidente, ci ha portato fuori dai totalitarismi, consegnandoci la configurazione storica unica del welfare state. Sono elementi finiti da un pezzo, ma fatichiamo a elaborare il lutto. Il sistema edificato dopo la Seconda guerra mondiale, però, non c’è più.

Perché è crollato?

Dal mio angolo di osservazione di sociologo che si occupa di welfare, è evidente che dalla fine degli anni ’60 il Prodotto interno lordo, l’elemento fondamentale per finanziare il welfare, è in costante regressione. E sostituire la mancata crescita col debito pubblico, come si è scelto dagli anni ’80 in poi, ha fatto esplodere i conti fino a renderlo, già da molti anni, insostenibile.

Nel frattempo, il mondo è cambiato.

Siamo entrati nel post-fordismo, con nuovi rischi sociali legati alla trasformazione economica quali lavoro povero, bassa qualità dell’occupazione, difficoltà di conciliazione vita-lavoro, con una ridefinizione della divisione internazionale del lavoro. A ciò si aggiungono altre dinamiche ben note come il crollo della fertilità e la fragilità della famiglia, che nel sud Europa non rappresenta più una tradizionale rete di protezione. Poi l’immigrazione, una potenziale risorsa che pone problemi di gestione e integrazione. È la fine dell’illusione descritta da Eliot, dove gli uomini sognavano “sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

La fine dell’illusione cambierà il welfare state nei prossimi anni?

Il cambiamento del welfare è già in corso. Da un modello centrato sulla spesa e sulla tutela collettiva si sta passando a un paradigma di investimento sociale, basato sulle opportunità individuali. Il punto chiave è riconoscere che l’impianto costruito tra fine ’800 e anni ’70 non è più sostenibile nelle sue forme originarie. Possiamo rimpiangerlo o illuderci che possa durare, oppure leggere questa crisi come un’occasione per ripensare il welfare in modo realistico, mantenendo fermi due principi fondamentali, che vanno ridefiniti alla luce del contesto attuale.

Quali?

Il primo è la collettivizzazione dei rischi. Non dobbiamo scivolare verso un modello in cui il rischio pesa tutto sulle spalle del singolo. Mantenendo l’ambizione di costruire dei treni in cui tutti salgono a bordo, evidenziando delle priorità soprattutto nei campi dove il bisogno crescerà ancora.

Pensa alla sanità?

Lo ha ricordato Francesco Longo nel rapporto dell’Osservatorio sulla povertà sanitaria (ne abbiamo scritto qui, ndr) appena presentato, ma è anche la tesi del rapporto Oasi della Bocconi.

Il secondo principio?

Il secondo principio è la pluralizzazione del welfare. Bisogna estendere all’intero sistema ciò che da decenni avviene a livello locale. Dove pubblico e Terzo settore costruiscono e gestiscono insieme le risposte ai bisogni sociali. La coprogrammazione e la coprogettazione, che la Corte costituzionale indica come regola, non come opzione, implicano la definizione congiunta di obiettivi, risorse e cornici di senso. Questa logica dovrà valere sempre più anche per il sistema pensionistico e sanitario. In un quadro, è fondamentale rimarcarlo, che richiede un governo forte da parte del pubblico.

Si può salvaguardare l’universalismo nella sanità?

Si può, scegliendo con chiarezza cosa garantire a tutti e dove invece occorra introdurre forme differenziate di copertura, tramite sanità integrativa o una rimodulazione più mirata delle prestazioni. Questo non deve tradursi in una deriva meritocratica. Il diritto alla cura non può dipendere dallo stile di vita delle persone ritenuto più o meno “sano”, come avviene in America.

Qual è allora il compito del Terzo settore?

Nella sanità territoriale è già un attore decisivo che potrà integrarsi sempre più in un sistema coordinato insieme a medici di base, pediatri, farmacisti e altri professionisti. Sta già svolgendo un ruolo fondamentale nel garantire, almeno in parte, il diritto alle cure gratuite per gli indigenti.

Siamo alla fine dell’illusione descritta da Eliot, dove gli uomini sognavano “sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

Luca Pesenti

Supplendo a funzioni che il welfare pubblico fatica a sostenere, come dimostrano realtà come il Banco Farmaceutico. Per questo è necessario abbandonare l’illusione di mantenere il modello universalistico così com’era. Le condizioni storiche che lo hanno reso possibile non esistono più e occorre ripensarlo senza rinunciare ai principi di fondo. Perché il sistema di welfare resta l’elemento portante della civiltà europea. E se l’Europa vuole continuare a essere civiltà deve continuare a essere welfare.

Un altro fenomeno evidenziato dal Censis è la disaffezione verso la partecipazione sociale.

La disaffezione registrata dal Censis non è nuova, ma oggi arriva al cuore della questione che Colin Crouch definisce della postdemocrazia. C’è la percezione diffusa che la politica nazionale abbia margini d’azione sempre più ridotti, compressa com’è da vincoli di bilancio, ma non solo, che svuotano la vita democratica e la fanno sembrare un teatro con attori neanche troppo bravi. Mentre il baricentro si sposta sulle relazioni internazionali. Non tradizionali, bensì quelle guidate da grandi gruppi di interesse.

Chi offre un appiglio?

Alla crisi della partecipazione politica si aggiunge quella della partecipazione sociale. Siamo probabilmente alle battute finali di un processo di individualizzazione che comincia a mostrare tutte le sue crepe. Una collettività fatta di individui in cui “la società non esiste”, come avrebbe detto Margaret Thatcher, è una società insostenibile. Ma resta l’evidenza che, al di là di questi elementi, in Italia, le organizzazioni non profit e il numero di persone che ci lavorano sono costantemente in crescita.

Lei in università dirige un Master sul Terzo settore. Che indicazioni le arrivano da chi si specializza?

Un’esperienza come la nostra, che va avanti da tanti anni anche con una crescita significativa, è segno del grande desiderio delle persone di recuperare un significato del proprio lavoro. In realtà è un tema generalizzato ma che, per alcuni giovani, diventa l’obiettivo di fare della propria passione, magari vissuta precedentemente attraverso il volontariato, una professione specializzata e piena di valore.

Come possiamo sostenere e amplificare questo desiderio di significato?

Occorre restituire ai giovani un annuncio credibile. Silvio Cattarina, fondatore della comunità L’imprevisto, ricordava che il vero disagio non è dei ragazzi. Ma degli adulti che non sanno più proporre un orizzonte, religioso o laico che sia. Oggi le ideologie disponibili sono tutte centrate sull’individuo e sulla prestazione, come ha osservato Byung-Chul Han. Persino l’ambientalismo è spesso un ideale conservativo, che non apre al futuro. E la guerra contribuisce a chiuderlo ulteriormente.

In questo clima negativo, il compito principale, che sento anche come docente, è dire ai giovani che un futuro è ancora possibile, bello e degno di essere vissuto pienamente, senza riduzioni.

L’uomo resta un animale sociale.

Siamo in un momento di crisi in cui il passato proietta ancora la sua ombra, mentre il futuro non illumina ancora. È come un’altra ombra che pesa sui nostri ragazzi. Noi adulti abbiamo la responsabilità di aiutarli a riconoscere le luci che nel presente aprono una via. Il Terzo settore è una di queste perché indica una direzione possibile e mostra come il nuovo welfare che nascerà, diverso da quello con cui siamo cresciuti, non è condannato a essere meno capace di rispondere ai bisogni delle persone.

La foto di Luca Pesenti, in apertura, è dell’Ufficio stampa dell’Università Cattolica di Milano.

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