Anche agli alberi, se fuori contesto, bisogna dire no. Edoardo Croci, professore di economia ambientale all’Università Bocconi di Milano e presidente nazionale di Italia nostra, spiega perché tutelare il paesaggio significa preservare il benessere e la qualità della vita. Croci è stato assessore alla Mobilità, Trasporti e Ambiente del Comune di Milano tra il 2006 e il 2009, quando l’amministrazione guidata allora da Letizia Moratti ha introdotto per la prima volta l’Ecopass, poi sostituito dall’Area C, sistema di accesso a pagamento nella zona centrale del capoluogo lombardo per i veicoli a motore.
Professore, di recente il Comune di Rapallo, in Liguria, ha rispolverato l’idea di una pista da sci in plastica, vista mare. È solo un esempio, tra i tanti, di progetti “fuori contesto” che talvolta vengono proposti perché si pensa di rendere più attrattivo un territorio. Il paesaggio è il risultato dell’azione dell’uomo sull’ambiente. Ma fino a che punto possiamo contemplare l’innovazione? Quando è il caso di fermarsi?
Il concetto di paesaggio è complesso, fatto di diversi elementi. Siamo passati da una visione romantica a una concezione evoluta, che comprende aspetti naturali, culturali, di tipo sociale, elementi materiali e immateriali. Il paesaggio non è qualcosa di oggettivo, è legato alla percezione di chi osserva, alla storia e all’identità di una comunità. Rappresenta un’unicità, una specificità, soprattutto nel contesto europeo e, ancor più, in quello italiano. Lo tutelano la nostra Costituzione, all’articolo 9, e la Convenzione europea del paesaggio, firmata a Firenze nel 2000. Questa premessa è necessaria per capire perché è importante preservare il paesaggio: è un elemento connotante, con un valore di tipo culturale e sociale, fondamentale per l’identità. Se si snatura, si peggiora la qualità della vita, perché peggiorano i luoghi che ci circondano, che frequentiamo. Non li riconosciamo più. La perdita di valore, materiale e immateriale, non si può recuperare, perché una volta compromesso, un paesaggio è perso per sempre. Se si aggiunge o si toglie un singolo elemento, è l’intero paesaggio che cambia. Non parlo necessariamente di qualcosa di deturpante. Mi riferisco a elementi estranei, distonici. Possono esserlo anche un lampione, una pista ciclabile, persino degli alberi, che vanno benissimo in tanti contesti ma possono compromettere uno specifico paesaggio urbano.
Ci fa un esempio?
La proposta di mettere alberi in piazza Duomo a Milano ha creato una spaccatura. C’è chi dice che il verde è utile perché contrasta le isole di calore e rende più vivibile lo spazio urbano. Chi è contrario pensa che la piazza debba rimanere com’è, per rispetto della sua origine come luogo di riunione. Il dibattito se inserire o meno gli alberi nelle piazze è interessante e non ha una risposta unica, dipende dal contesto, dall’eventuale collocazione delle piante. Elementi che di per sé hanno una connotazione positiva, se non tengono conto del contesto complessivo, possono essere del tutto stravolgenti rispetto all’identità di un luogo.

Lei cosa ne pensa?
Mettere alberi nella piazza della Scienza della Bicocca è stata una scelta fondamentale. D’estate riducono la temperatura di oltre cinque gradi, la rendono un luogo più piacevole. In piazza Cordusio l’elemento arboreo contribuirebbe a segnare l’ovale dello spazio urbano. Ma in piazza Duomo sarebbe diverso. Non dico impossibile, ma richiederebbe delicatezze notevolissime, in termini di altezza delle piante, visuale, posizionamento. Questi esempi dimostrano che togliere o inserire un elemento in un paesaggio consolidato, vuol dire alterarne il significato e la percezione. Lo si deve fare con molta attenzione.
Come intervenire, allora, per rendere più sostenibili le città, mantenendo l’identità dei luoghi?
Esistono regole ormai consolidate. La compattezza è un elemento positivo, ma anche in questo caso bisogna vedere dove. Un’area centrale di valore storico non si può densificare senza stravolgere le caratteristiche distintive. Nei quartieri più recenti, invece, la compattezza dà vantaggi di efficienza e riduce l’effetto sprawl, cioè l’espansione urbana rapida e disordinata, che porta a consumo di suolo e aumento dell’uso dell’auto. Un secondo elemento positivo è la mixité, la presenza di usi misti in una stessa area. Vanno evitate aree con una singola funzione, come quelle puramente commerciali o le città dormitorio, di cui l’Italia è ancora piena, in alcune periferie o nell’hinterland delle grandi città del nord. Il verde, con l’eccezione di cui dicevo, va aumentato, non solo per il miglioramento estetico ma anche per l’adattamento al riscaldamento globale, per la riduzione della temperatura. E ancora, una città più sostenibile è smart, perché si basa sulle tecnologie, ed è circolare, per evitare degli sprechi. È resiliente, dal punto di vista ambientale e sociale: è in grado di mantenere la propria identità e le proprie funzioni, anche di fronte ai cambiamenti climatici e sociali. Più di recente si sente parlare di città “vibrante“, che offre opportunità culturali, ricreative, relazionali, emozionali, aspetti immateriali che rendono piacevole la vita e fanno di una città un luogo attrattivo.
Portare il cambiamento nelle città richiede tempo, anche per ottenere il consenso dei cittadini…
Io la penso diversamente. Faccio un esempio provocatorio: trent’anni fa in Brasile, Jaime Lerner, sindaco di Curitiba, pedonalizzò il centro storico in un weekend. Perché lo fece in così poco tempo e senza avvisare? Sono il primo a dire che la politica deve ascoltare, ma bisogna anche decidere, a volte anticipando esigenze, bisogni dei cittadini. Se avesse proposto di togliere spazio alle auto, all’epoca, Lerner non sarebbe riuscito a rendere pedonale parte della sua città. Le persone sono attente alla salute e all’ambiente ma quando chiedi loro se sono disposti a rinunciare ai posti auto sotto casa, rispondono di no. Qualcosa di simile avvenne anche con l’Ecopass a Milano. In quel caso, ci fu una lunga fase di consultazione. Anche se emersero molte opposizioni, si andò avanti. Alcuni anni dopo, con un referendum, la stragrande maggioranza dei milanesi votò per mantenere l’Ecopass e poi l’Area C. Il consenso arrivò solo dopo aver sperimentato gli effetti di una misura all’inizio impopolare.
Quindi i processi partecipativi non funzionano?
Gli esempi che ho citato ci dicono che non sempre il cittadino ha la capacità e le conoscenze per capire come un certo provvedimento tecnico può incidere sulla propria vita. Ci deve essere lo sforzo di spiegarlo, ma la politica deve anche assumersi la responsabilità di attuare una misura corretta, che nel tempo restituirà un consenso. Nel nostro paese, invece, spesso ci si ferma per timore di scontentare qualcuno. Non si fa una valutazione complessiva di scenario, dei benefici. Se emerge un’opposizione, si pensa sia meglio non far nulla. È un problema della cattiva politica.
La politica deve assumersi la responsabilità di attuare misure corrette, come togliere spazio alle auto, che nell’immediato raccolgono opposizione ma nel tempo restituiranno consenso. Nel nostro paese, invece, spesso ci si ferma per timore di scontentare qualcuno.
Come si immagina Milano tra dieci anni?
È la città che ha corso più di tutte, in Italia. Ma se il confronto si allarga all’Europa, non primeggia più. Eccelle per alcuni aspetti. È attrattiva, offre opportunità di lavoro ed è vibrante. È arretrata almeno su due temi cruciali: ambiente e sicurezza, aspetti più collegati di quanto si pensa. Dove c’è attenzione all’ambiente, si vive meglio, si sta in buona salute. C’è troppa cautela nell’assumere provvedimenti in questo senso, a Milano. Se si tolgono posti auto ai residenti, se si pedonalizzano aree, se si limita la circolazione dei veicoli più inquinanti, si teme che questo possa avere un impatto negativo. È una paura trasversale, politicamente. Ed è ingiustificata. Lo dice la storia della pedonalizzazione a Milano, iniziata con il sindaco Carlo Tognoli e proseguita con Gabriele Albertini. Hanno dovuto affrontare ondate di opposizione spaventose. Oggi nessuno pensa che dovremmo rimettere le auto in corso Vittorio Emanuele. L’altro tema su cui la politica deve intervenire è la sicurezza, aspetto fondamentale per la qualità della vita. Potrebbe sembrare più facile che la politica intervenga, invece c’è grande esitazione, per il timore di limitare la libertà dei cittadini. Milano è una città unica, con questi due problemi gravi da risolvere.

Qual è il riferimento europeo a cui dovremmo guardare?
Non ce n’è uno solo, per fortuna. Parigi, con lo schema della città dei quindici minuti, ha messo insieme compattezza e multifunzionalità, introducendo servizi nei quartieri, prossimità e accessibilità. Barcellona ha creato un suo modello attrattivo, sottraendo spazio alle auto e creando aree verdi: è composta da superblock, nove esagoni in cui sono state pedonalizzate o si è ridotto il traffico nelle zone centrali. Amsterdam e Copenhagen sono un riferimento per la ciclabilità. A Milano, con la sua dimensione ridotta e l’assenza di dislivelli, si potrebbe fare molto, una rete ciclabile ampia. Ogni sindaco aggiunge un pezzettino, ma lo fa troppo lentamente. Uscendo dall’Europa, pensiamo a New York: quando si è deciso di creare piste ciclabili, ne hanno fatte chilometri in un colpo solo. È una scelta politica che vuol dire cambiare destinazione d’uso dello spazio.
Italia Nostra compie settant’anni. Come guarda al futuro l’associazione?
Le celebrazioni sono state un’occasione per riscoprire i valori fondanti, ancora attualissimi. Nello statuto, si parla di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale italiano. Abbiamo declinato questi temi su alcune priorità d’azione. Partiamo dai borghi storici e centri urbani da preservare, contrastando anche lo spopolamento delle aree interne e creando opportunità in quei luoghi. Affrontiamo il tema del dissesto idrogeologico, legato ai cambiamenti climatici e alle fragilità del territorio. Da anni abbiamo costituito una “lista rossa” dei beni culturali in pericolo, per cui chiediamo alle autorità pubbliche di intervenire. Guarda caso, c’è appena stato il crollo della Torre dei Conti a Roma. Un tema importante è quello della transizione energetica, quanto mai necessario per eliminare i combustibili fossili e passare alle rinnovabili, ma nel rispetto del paesaggio e dell’identità dei luoghi. Impianti eolici e solari non possono essere fatti ovunque. Puntiamo sulla formazione dei giovani: il patrimonio culturale dovrebbe essere parte di un percorso di educazione civica sin dalle scuole primarie. E, ancora, c’è il tema dei parchi e delle aree protette. L’Ue ci chiede di aumentare il territorio naturale protetto, mentre i nostri enti parco hanno poche risorse e spesso sono mal gestiti. Guardiamo, da un lato, alle città da rigenerare, dall’altro ai siti Unesco, luoghi a rischio per l’overtourism, come Venezia, in cui serve invece un turismo sostenibile: vanno regolati i flussi e bisogna educare i visitatori a un comportamento responsabile. Abbiamo prodotto un documento con cui ci rivolgiamo alle istituzioni nazionali e locali, per portare avanti la visione di Italia Nostra su questi temi, fondamentali per lo sviluppo sostenibile del paese.
Nella foto in apertura, di Marco Ottico/Lapresse, Edoardo Croci.
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