Silvia Avallone

Con i neonati prematuri e gli adolescenti in carcere, volontaria per colpa della poesia

di Daria Capitani

Volontario, perché lo fai? È la domanda da cui prende le mosse il nuovo numero di VITA magazine. Se non è più la solidarietà a muoverci, come le indagini da qualche anno ci dicono, che cosa ci muove? Per la scrittrice Silvia Avallone, che nella sua Bologna ha vissuto l'esperienza del maternage con l'associazione Cucciolo e ha curato un laboratorio di scrittura nell’Istituto penale per minorenni, la parola che fa nascere l'impegno è poesia: «Perché una vita sola non basta per leggere il mondo»

Se le chiedi quale sia il motore del suo essere volontaria, risponde cura, reciprocità, desiderio. Poi però torna più e più volte su una parola che da sola tiene insieme tutto: poesia. «Quando dico poesia, penso a un’autrice come Wisława Szymborska, che ci ricorda che può accadere di tutto (un lutto, una perdita, un grandissimo dolore), ma che si può ancora e sempre ricominciare». Per Silvia Avallone il volontariato «è un mondo che sento mio», racconta, «che mi ha sempre chiamata, perché contiguo alla letteratura. Fare volontariato è come aprire un libro: significa incontrare un altro, con le sue fragilità».

VITA magazine di novembre è dedicato al volontariato e a ciò che spinge 4,7 milioni di italiani a spendersi per gli altri. Abbiamo sfidato dieci firme in un’ambiziosa riscrittura del bellissimo e sempre attuale “Noi ci impegniamo” di don Primo Mazzolari. La scrittrice Silvia Avallone ha scelto la parola poesia. Se hai un abbonamento leggi subito Volontario, perché lo fai? e grazie per il tuo sostegno. Se vuoi abbonarti puoi farlo a questo link.

Come si legano il volontariato e la letteratura?

I romanzi che amo raccontano di svantaggio, dolore, difficoltà: leggerli significa prendermi cura della vulnerabilità altrui e accoglierla per un pezzo di strada. Così facendo, io sempre curo me stessa. Il volontariato suscita in me lo stesso meccanismo: uscire di casa, incontrare questi “altri” da me, dalla mia famiglia, dalla mia quotidianità, è come leggere o scrivere all’ennesima potenza. Grazie a questo incontro, trovo il senso di tutto. Prendersi cura di una storia altrui, della sua caduta e del suo desiderio di riscatto, equivale al prendersi cura di sé: riesco davvero a realizzare la felicità in un incontro autentico con una persona diversa da me, che mi spiazza, che mi allarga gli orizzonti, che mi scuote. Ho capito nel tempo che dare una mano è ricevere un dono: quello che io ho avuto dal volontariato è infinitamente più grande di quello che ho dato.

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