Suor Emma Zordan

«Il carcere è la mia casa»: Mattarella premia la suora che dà parola alle emozioni dei detenuti

di Ilaria Dioguardi

Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per il suo impegno da volontaria nella casa di reclusione Rebibbia a Roma, dove organizza corsi di scrittura e concorsi letterari. «La gratitudine per questo riconoscimento va soprattutto ai miei fratelli ristretti che mi hanno consentito di diventare una persona più umana, più attenta e sensibile verso le fragilità»

Ogni sabato mattina suor Emma Zordan, 84 anni, prende la sua auto e da Latina raggiunge la casa di reclusione Rebibbia di Roma. Da 12 anni è volontaria in carcere, dove organizza corsi di scrittura e concorsi letterari.

«Per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti»: con questa motivazione Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana alla suora della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo. Il Presidente ha conferito, motu proprio, 31 onorificenze: la cerimonia di consegna si svolgerà presso il Palazzo del Quirinale il 3 marzo alle 12.

Come ha saputo dell’onorificenza di Commendatore?

Sabato scorso squilla il telefono, rispondo subito come al solito e mi dicono: «La chiamiamo dal Quirinale». Rimango interdetta. È stata per me una grande emozione apprendere la notizia della mia onorificenza da parte del Presidente della Repubblica per il lavoro che svolgo in carcere. Una notizia così significativa non poteva che sorprendermi e meravigliarmi. Non aspettavo un riconoscimento tanto grande, quasi non riuscivo a crederci. È stata subito immensa la mia gratitudine verso il Presidente Mattarella, che non manca occasione per far sentire la sua voce in difesa delle condizioni in cui versano i nostri fratelli ristretti e richiamare spesso i responsabili delle istituzioni al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, che tende alla rieducazione e all’inserimento nel sociale della persona detenuta. La gratitudine per questo riconoscimento va soprattutto ai miei fratelli ristretti che mi hanno consentito in tutti questi anni di diventare una persona più umana, più attenta e sensibile verso le tante fragilità. Da loro ho imparato molto, più che dare ho ricevuto.

La gratitudine per questo riconoscimento va soprattutto ai miei fratelli ristretti che mi hanno consentito in tutti questi anni di diventare una persona più umana, più attenta e sensibile verso le tante fragilità. Da loro ho imparato molto, più che dare ho ricevuto

Suor Emma Zordan

Come ha iniziato, 12 anni fa, a fare volontariato a Rebibbia?

Sono stata invitata alla presentazione di un libro nell’istituto di pena romano. L’impatto con il carcere è stato davvero traumatico: come tante persone fuori non avevo mai sentito parlare di carcere, se non per qualche preghiera che si fa ogni tanto la domenica in chiesa. Quindi avevo i miei pregiudizi e lo stigma di pensare che in carcere ci siano tutti delinquenti. Quando sono entrata pensavo di trovare dei leoni in gabbia: mi sono dovuta subito ricredere, davanti a quei volti un po’ tristi, pacati, silenziosi. Chiesi al direttore di allora, Stefano Ricca, di permettermi di entrare in carcere.

In 12 anni non ho fatto altro che ascoltare le loro storie. Non chiedo mai il reato perché non lo voglio sapere, mi farebbe male e mi impedirebbe di essere serena con loro. Quando ho iniziato ad ascoltarli, ho pensato che quelle storie così dolorose le avremmo dovute scrivere. Quindi, ho cominciato a realizzare un laboratorio di scrittura creativa, a cui hanno partecipato sempre in molti, contenti perché per loro scrivere significa emanciparsi. Io ho massimo rispetto di quello che scrivono: quando vanno a leggere i loro lavori, gioiscono del loro progresso culturale.  

Torniamo all’ascolto. Quanto è importante per le persone detenute essere ascoltate?

L’ascolto per loro è una terapia, è una medicina. È fondamentale perché non sono ascoltati, sono abbandonati. Io ho visitato le celle, mi hanno mandato una volta a parlare con una persona che rischiava di suicidarsi. Devo dire che veramente è l’inferno, è indecoroso, è inumano trattare le persone così. Hanno sbagliato, hanno commesso reati e non li giustifico. Però il reato rimane, ma la persona cambia. Tante persone che ho conosciuto sono uscite e non sono tornate a delinquere.

In 12 anni non ho fatto altro che ascoltare le loro storie. Non chiedo mai il reato perché non lo voglio sapere, mi farebbe male e mi impedirebbe di essere serena con loro

Cosa rappresenta per lei il carcere?

Il carcere è la mia casa. Io quando devo andare in carcere è come se dovessi andare a casa mia, ci sto bene. Non mi accorgo neppure di stare in carcere. È stupendo, vorrei che ci credesse la gente di fuori e cominciasse ad avere uno sguardo attento sul dentro. Bisognerebbe creare un ponte tra dentro e fuori, per questo da subito ho cercato di esportare questa realtà carceraria attraverso incontri nelle parrocchie, nelle scuole e in altri luoghi. Voglio assolutamente che le persone conoscano la realtà del carcere e cambino mentalità e sguardo verso i nostri fratelli ristretti che soffrono incredibilmente.

Cosa le raccontano di questa sofferenza?

Le persone detenute definiscono il carcere una tomba, loro si definiscono bare in attesa di sepoltura. Mi dicono che li considerano pezzi da magazzino, che spostano come vogliono. Si sentono di essere nulla, un rifiuto indifferenziato. Confermo queste loro affermazioni. Nei libri non mi permettono più di mettere il nome e il cognome, ma per quale ragione quando loro vogliono questo e una liberatoria lo consente? Devo mettere la sigla. Così si distrugge la dignità e l’identità delle persone, non esistono; perciò, loro si definiscono morti che camminano.

A gennaio è uscito l’ultimo libro, scritto dai detenuti e curato da lei, Oltre il reato la persona. Testimonianze dentro e fuori il carcere, edito da Il Levante. Come è nato?

È nato da un’espressione di un detenuto, che mi disse un giorno con molto rammarico: «Sorella, io ho commesso un reato grave, ma non sono più quel reato, non sono più quellerrore, non sono più quel male. Io sono un’altra persona. Io mi sono riconquistato, mi sono rigenerato». Non posso dimenticare queste parole, me lo sono portate sempre dentro. Dovendo scegliere il titolo del libro insieme ai detenuti, siccome vedo che loro soffrono per il reato e per la persona che non è considerata, allora ho chiesto loro se volevamo recuperare questa espressione e hanno acconsentito.

La copertina del libro a cura di suor Emma Zordan.

Sono 10 i libri che finora avete pubblicato, scritti dai detenuti e curati da lei.

Noi ci riuniamo intorno a un tavolo, tutti i sabati, discutiamo dei loro problemi, della lontananza delle famiglie, della sofferenza nel non poter educare i propri figli, di non poter andare a trovare i genitori malati o morenti. Tutto questo porta a riflettere sulle condizioni in carcere, e scegliamo un testo in base al momento. Abbiamo pubblicato, tra gli altri, Non tutti sanno. La voce dei detenuti di Rebibbia (Libreria Editrice Vaticana), in riferimento al fatto che non tutti sanno le condizioni del carcere. Poi è nato Ristretti nell’indifferenza (Iacobelli editore) e Noi fuori. La voce dei detenuti di Rebibbia (Il Levante). Questi libri sono il frutto del lavoro, dell’impegno dei detenuti. Sabato scorso mi hanno detto: «Quando entriamo qui, sembra di entrare in un altro mondo». Questo ci fa capire quanto sia importante la scrittura. E quanto sia importante l’ascolto dignitoso della persona.

Lei resta in contatto con chi termina la pena ed esce dal carcere?

Resto in contatto con tutti, ci scriviamo, ci scambiamo gli auguri. Cerco di aiutare chi è in difficoltà. Dobbiamo fare tante cose per loro, se no che cristiani siamo? Che persone siamo? Dobbiamo avere sguardi ricostruttivi della persona in difficoltà, in disagio. Basta un cuore, uno sguardo diverso per rispondere al bisogno di ognuno di noi. Anche io ho bisogno di sguardi nuovi, di sguardi fraterni.

Poco fa diceva che quello che riceve è molto di più di quello che dà. Cosa riceve?

Dai detenuti ricevo tanta solidarietà, ne hanno tanta tra di loro. Se porto delle caramelle e uno rimane senza perché finiscono, gli danno le loro. Se arriva un “nuovo giunto” (lo chiamano così un nuovo arrivato) e non ha nulla, gli danno un loro maglione o tutto quello che gli serve. Fuori questo non si fa molto. Poi sono resilienti, hanno una pazienza incredibile. Io dico che il carcere deve essere conosciuto. Ogni persona fin dalla nascita va trattata in un certo modo perché ha sentimenti, ha emozioni, ha desideri, ha bisogni e ha attese che devono essere soddisfatti.


In 12 anni ha conosciuto tante persone in carcere. Ce n’è una che le è rimasta particolarmente nel cuore?

Edoardo aveva la paura di andare all’inferno per il reato che aveva commesso. E io gli chiedevo: «Ma tu sei consapevole di questo reato? Ne sei rammaricato? Riesci a chiedere perdono alle vittime?». Era proprio addolorato e io cercavo di dirgli che se era pentito, sarebbe andato in Paradiso. Ma non c’era niente da fare e mi dava tanto dolore. Un giorno abbiamo parlato del figliol prodigo, che dopo aver commesso tanti reati torna a casa, il padre lo abbraccia e gli dice: «Oggi stesso sarai con me in Paradiso». Un giorno, Edoardo arriva di corsa e grida: «Sorella, mi sono perdonato e mi sono lasciato perdonare dal Signore». Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto.

Ci sono dei momenti in cui fa fatica ad affrontare le difficoltà, a trovare le parole giuste?

No, non ci sono perché, come dicevo, quando vado a Rebibbia io vado a casa mia. Quando percorro quel corridoio lungo tutti mi salutano con rispetto, in 12 anni non ho ricevuto una parola fuori posto. Le parole che dico loro sono quelle che mi vengono, che il Signore mi ispira. Io guardo queste persone e, in base al loro sguardo, al loro bisogno, ci parliamo. Per questo sono meravigliata di questa onorificenza perché mai avrei pensato a questo riconoscimento e sono molto confusa ora che ho tutta questa attenzione su di me. Sono una persona che va in carcere, che fa quello che è il suo fare.

Foto fornita dall’intervistata

Vuoi accedere all'archivio di VITA?

Con un abbonamento annuale puoi scaricare e leggere più di 100 numeri del nostro magazine: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.