Simone Manetti

Il regista del docufilm su Giulio Regeni: «Senza memoria non ci può essere né verità né giustizia»

di Veronica Rossi

In uscita oggi nelle sale italiane il documentario sul ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016. Dieci anni di lotte, di battaglie da parte dei genitori, della loro avvocata, della società civile e degli investigatori italiani. Nel film - una narrazione rigorosa ed etica - parti del processo contro i quattro agenti egiziani accusati dell'omicidio e spezzoni del video del sindacalista degli ambulanti che ha tradito Giulio. «C'era necessità di sgomberare il campo da illazioni e credenze popolari, restituendo la storia nel modo più fedele e pulito possibile», dice il regista, Simone Manetti

Dieci anni dopo l’uccisione di Giulio Regeni, la ricerca di verità e giustizia passa anche dal cinema. Esce oggi nelle sale di tutta Italia il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti. Il racconto segue passo dopo passo il processo in corso contro i quattro agenti della National security egiziana, che non sono presenti perché ufficialmente “non rintracciati” dalle autorità del loro Paese. «Abbiamo voluto rimettere in ordine i fatti, smontare i depistaggi e le narrazioni fuorvianti», spiega il regista, «per restituire la figura di Giulio per quello che era: un ricercatore che svolgeva in modo rigoroso il suo lavoro». Il documentario è un vero e proprio atto di cittadinanza, un contributo a una battaglia che riguarda tutti noi, perché difende i diritti, la libertà, la democrazia.

Manetti, insieme agli autori ha scelto, nel documentario, di seguire il processo. Come mai?

La nostra intenzione, fin dall’inizio, era che questo film fosse anche un atto di cittadinanza. E dal punto di vista mio e di chi ci ha lavorato – Emanuele Cava e Matteo Billi alla scrittura, Mario Mazzarotto alla produzione – c’era la necessità di realizzare un documentario che fosse rigoroso ed etico, per rimettere tutte le carte sul tavolo e lasciare allo spettatore il giudizio finale. L’opportunità del processo ci sembrava il veicolo migliore per poter offrire una narrazione il più oggettiva possibile, facendo un passo indietro come autori.

Cosa è stato ottenuto?

Il processo è stato sospeso, ma è arrivata proprio venerdì 30 gennaio la decisione della consulta, che ha accettato l’interrogazione degli avvocati di difesa. Quindi si riprenderà a breve. Ci auguriamo di arrivare a una sentenza nel minor tempo possibile.

la locandina del film

Notizia della scorsa settimana sono anche gli elogi del ministro Piantedosi all’Agenzia nazionale egiziana per la collaborazione tra i nostri due Paesi…

Preferisco astenermi dal commentare. Il nostro punto di vista mi sembra abbastanza chiaro, si è già espressa l’avvocata Alessandra Ballerini (legale della famiglia Regeni, che ha risposto a quanto avvenuto in maniera piuttosto dura, ndr).

Gli imputati al processo non erano presenti.

Questo è un processo particolare, perché viene celebrato in assenza dei quattro imputati, che ufficialmente non sono mai stati raggiunti dalla notifica della loro incriminazione da parte delle autorità egiziane. Dicono che non riescono a trovarli. Ma è possibile procedere senza di loro grazie alla Convenzione di New York: la tortura è un reato contro l’umanità.

Il documentario si apre con il video girato da Mohammed Abdullah Saeed, a insaputa di Giulio, durante il quale il sindacalista degli ambulanti tenta di incastrarlo (non riuscendoci). Come mai questa scelta?

Per me quel video rappresenta il tradimento per eccellenza subito da Giulio. Ci sono stati tanti tradimenti in questa storia, ma questo è il maggiore. Ho capito che doveva essere un po’ il centro attorno al quale costruire tutto l’immaginario del film. Così l’abbiamo trasformato in un fil rouge che ti prende per mano all’inizio e ti porta fino alla fine, svelandosi pian piano.

Come si è avvicinato, come persona e come regista, alla vicenda di Giulio Regeni?

Ho seguito la storia di Giulio da quando è iniziata. Poi Emanuele Cava, uno dei due autori, ha avvicinato la famiglia Regeni e si è in qualche modo unito al “popolo giallo”, entrando sempre più in confidenza coi genitori. Da quel momento abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di contribuire coi mezzi coi quali solitamente lavoriamo alla battaglia per la verità e la giustizia per Giulio Regeni. Chiaramente, ci siamo avvicinati alla famiglia con estremo rispetto, consapevoli del fatto che stavamo andando a toccare la ferita più dolorosa che un genitore possa provare. Abbiamo cercato un confronto costante, rifuggendo da ogni morbosità e spettacolarizzazione del dolore.

Volevano sgomberare il campo dalle illazioni dei primi minuti e dalle credenze popolari: Giulio era solo un ricercatore, che faceva il suo lavoro con passione e professionalità.

Nel documentario viene delineata in maniera molto chiara la posizione di Giulio: non una spia, né un sobillatore. Solo un ricercatore che faceva con passione e professionalità il suo lavoro.

C’era necessità, da parte nostra, di rimettere in ordine quello che è successo in questi dieci anni, con una narrazione che fosse comprensibile. Ci sono stati talmente tanti avvenimenti, che la memoria di ognuno di noi magari ha selezionato delle parti e ne ha dimenticate altre. Volevamo sgomberare il campo dalle illazioni dei primi minuti e dalle credenze popolari, tra cui, appunto, i discorsi sui servizi segreti e le spie. Giulio era un ricercatore, per una delle più importanti università al mondo. Fondamentalmente è stato un morto sul lavoro.

Un’altra cosa che si percepisce in maniera chiara è il grosso senso di ingiustizia per i numerosi depistaggi – a volte grossolani e sfacciati– del governo egiziano.

Ha detto bene: sfacciati. Molto probabilmente hanno sottovalutato la famiglia Regeni e l’avvocata Ballerini. Avranno pensato che questa storia si sarebbe dissolta nel nulla e sarebbe stata dimenticata, ma non è andata così. Paola e Claudio, i genitori di Giulio, hanno fatto un atto di coraggio incredibile. La sofferenza di un padre e di una madre, in una situazione del genere, è inimmaginabile, ma loro, in pubblico, hanno avuto la forza di svestire i panni dei genitori e di mettersi quelli di cittadini. In realtà, non stanno portando avanti una battaglia per loro figlio, ma per tutti noi.

Non è una battaglia solo per Giulio, ma per tutti i Giuli e le Giulie del mondo, perché i diritti fondamentali dell’uomo siano rispettati.

In che senso?

Lo dicono spesso. Non è una lotta solo per Giulio, ma per tutti i Giuli e le Giulie del mondo. È una battaglia perché i diritti fondamentali dell’uomo siano rispettati.

In un’epoca in cui le notizie, l’indignazione e le mobilitazioni si succedono velocemente, per poi essere spesso dimenticate, la battaglia per la verità e la giustizia per Giulio Regeni non si è mai spenta.

C’è stato un incredibile lavoro sia della procura di Roma sia degli investigatori italiani, è così che siamo arrivati ai nomi delle persone processate. L’apporto dell’avvocata Ballerini e la pacata ostinazione dei genitori sono stati fondamentali. La famiglia ha avuto anche una “scorta mediatica” – anche se non so se è il termine giusto – che li ha sostenuti in questi dieci anni. Questo serve, per non dimenticare le storie. C’è stato un appoggio costante di una parte della stampa, anche quando le vicende di Giulio non erano più una notizia o un trend. Paola e Claudio hanno fatto un’opera monumentale di persistenza della memoria della battaglia. Ed è un po’ il motivo per cui noi abbiamo fatto questo film: grazie al loro insegnamento siamo convinti che, perché ci sia giustizia, è fondamentale che ci sia anche la memoria.

Claudio Regeni, papà di Giulio, da un fotogramma del film

E il Governo italiano?

Di Governi se ne sono alternati tanti. Ci sono stati molti politici che hanno fatto promesse che non sono state mantenute, altri hanno effettivamente cercato di aiutare. I genitori di Giulio si sono sentiti più di una volta traditi. Ma in dieci anni si sono alternate tantissime figure.

Questo processo, quando sarà terminato, porterà finalmente verità e giustizia?

Intanto la verità è stata appurata. La giustizia dipenderà dalla sentenza, che al momento è imponderabile. È vero che non ci sono gli imputati, ma determinare che quattro agenti della National security dello Stato egiziano sono stati coloro che hanno sequestrato, torturato e ucciso un cittadino italiano sarà un atto di dichiarazione forte. Soprattutto perché si tratta di uno Stato con cui, al momento, l’Italia è in una relazione “amicale”.

Lei, come persona, cos’ha imparato partecipando a questo progetto?

È un po’ difficile dirlo. Abbiamo appena finito e siamo all’inizio di un nuovo viaggio con questo film. Fortunatamente siamo un po’ sopraffatti dalle prime visioni che stiamo facendo in tutta Italia. Al momento c’è forte emozione, un grande orgoglio di essere parte del “popolo giallo”. Credo che capiremo e realizzeremo meglio cosa abbiamo imparato una volta che ci saremo allontanati un po’ da questo momento.

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