Minori & Famiglia

In Fattoria è arrivato l’edugname: fare insieme è terapeutico

di Sara De Carli

A Milano ci sono un migliaio di minori accolti in strutture residenziali, fuori dalle loro famiglie. I posti non bastano, alcuni sono stati collocati anche a Napoli. Da pochissime settimane ha aperto Fattoria Pianeta Terra, una realtà che unisce una comunità per minori e alcuni appartamenti per l'autonomia di neomaggiorenni care leavers e minori stranieri non accompagnati. Un mix inedito, per un progetto che vuole sperimentare, coinvolgere il contesto di origine, essere aperto alla città. In équipe c'è anche Alberto, un falegname, perché il "fare insieme" oggi è un attivatore potentissimo per i ragazzi. Il progetto gestito dalla cooperativa sociale Nivalis è sostenuto dalla Fondazione Main Dans La Main di Carlo Crocco, Ambrogino d’Oro 2025

Milano, via Corelli 126. L’appuntamento è per le 15: «Jacopo, sono in ritardo, scusa». «Ho aspettato sette anni per aprire, cosa vuoi che sia aspettare mezz’ora». Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, è fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis e a settembre a Milano ha aperto una nuova realtà: Fattoria Pianeta Terra.

Questa grande cascina sorge al limitare del Parco Forlanini, proprio di fronte al Centro Sportivo Saini che in futuro accoglierà tutta la facoltà di Scienze Motorie dell’Università Statale di Milano. È stata completamente ristrutturata dalla Fondazione Main Dans La Main di Carlo Crocco,  filantropo e patron della Hublot, che domani riceverà l’Ambrogino d’Oro.

Bambini e care-leavers insieme

Oggi qui ci sono una comunità educativa minori da dieci posti e quattro bilocali da due posti per giovanissime mamme con bambini, minori stranieri non accompagnati che abbiano più di 17 anni e neomaggiorenni soli o in uscita da percorsi di affido o di comunità, che potranno sperimentarsi in percorsi di autonomia. In questo momento ci sono quattro ragazzi negli appartamenti di semi-autonomia, tutti care-leavers: due ragazze sono fuori, uno dei due ragazzi invece mi saluta con entusiasmo dalla vetrata del suo soggiorno, che si affaccia sulla corte centrale. «L’altra sera hanno cucinato insieme: hanno buttato la pasta nell’acqua fredda», ride Jacopo, mentre mi accompagna nella visita della struttura.

Quando ci sono stata io, a metà novembre, al piano superiore tutto era pronto per accogliere i bimbi, che ancora però non c’erano: da pochissimo invece i primi due bambini sono arrivati anche qui. «Affiancare queste età negli stessi spazi è qualcosa di inedito, che però abbiamo visto funzionare molto bene in tante esperienze di affido familiare. Abbiamo fortissimamente voluto che questo fosse anche un luogo di sperimentazione, perché troppo spesso finiamo per proporre ai ragazzi solo dei percorsi “standard”», riflette.

La bellezza su tre piani

Gli spazi sono enormi e bellissimi. C’è tantissimo verde. I dettagli sono curatissimi. Oltre a Main Dans La Main, per la realizzazione di questo sogno dal punto di vista economico hanno dato un sostegno significativo Fondazione Cariplo, Fondazione Vismara e Fondazione di Comunità Milano. Tante aziende e professionisti hanno contributo invece offrendo beni e servizi. La bellezza è la cifra di Nivalis: la bellezza degli ambienti, «perché la trascuratezza degli spazi dà di per sé un messaggio di disinvestimento sulle persone che li frequentano», spiega Jacopo, ma anche la bellezza dell’incontro e del lavoro sociale.

«Lavorando con persone che vivono in situazioni di fragilità, ci metti un attimo a vedere solo i problemi, ma il punto è che tu puoi scegliere dove posare lo sguardo: puoi valorizzare le parti attive, più solide e partire da lì. Puoi scegliere di creare aperture di spazio per l’inatteso. Lo stesso vale per la narrazione del lavoro sociale, così spesso rappresentato solo nelle sue fatiche. Il nostro lavoro sicuramente è faticoso e complesso, ma ci consente anche di fare incontri assolutamente straordinari e arricchenti. A Nivalis diciamo sempre che le terapie funzionano quando abbiamo la sensazione di apprendere qualcosa dalle persone: non sono ancora riuscito a trovare un indicatore migliore».

A Nivalis diciamo sempre che le terapie funzionano quando abbiamo la sensazione di apprendere qualcosa dalle persone: non sono ancora riuscito a trovare un indicatore migliore

Jacopo Dalai, presidente di Nivalis e e responsabile del progetto Fattoria Pianeta Terra

Alberto, l’edugname

La prima persona che incontro, nell’esplorazione di Fattoria Pianeta Terra, è Alberto: l’edugname. Jacopo me lo presenta così, sollevando curiosità per quello che appare come un mestiere che non esiste, un mix tra l’educatore e il falegname. In effetti Alberto Cometto è perito agrario, fa il falegname ma allo stesso tempo è ingaggiato nell’équipe educativa. Ha una grande esperienza nell’inserimento lavorativo dei giovani. La sua falegnameria, qui in Fattoria, è una vera chicca. «Insieme ai ragazzi Alberto ha costruito la dispensa, cura l’orto, adesso prepareranno la casetta per i conigli… Non è che tutti devono diventare falegnami o manutentori del verde, semplicemente imparano a prendersi cura degli spazi o delle piante in modo competente: si tratta di un’opportunità di attivazione per nulla banale. Noi siamo più abituati al setting dialogico della parola, ma il “fare insieme” – su cui tanto insiste Ivo Lizzola – è terapeutico», spiega Jacopo. In prospettiva, però, la falegnameria di Alberto sarà anche lo spazio per ingaggiare altri adolescenti fragili, per esempio i Neet e anche un fab-lab aperto alla città. Ci saranno anche la pet therapy, le coltivazioni agricole e alcune attività produttive.

Non è che tutti devono diventare falegnami o manutentori del verde. Noi siamo più abituati al setting dialogico della parola, ma il “fare insieme” – su cui tanto insiste Ivo Lizzola – è terapeutico

Jacopo Dalai

Un luogo aperto alla città

L’apertura è un tratto distintivo della Fattoria Pianeta Terra. Anche qui, si è scelto di andare un po’ in controtendenza con l’idea della comunità educativa per minori come un nido chiuso, raccolto in se stesso per proteggere meglio. «L’idea è quella di coinvolgere il quartiere e la città nelle attività della Fattoria, in un clima aperto e inclusivo. Vorremmo che questo fosse un luogo non connotato come deputato all’accoglienza dei fragili, così che anche per i ragazzi sia più facile viverlo. L’altra sera una ragazza, rientrando, mi ha chiesto di far entrare un attimo i suoi amici e poi mi hanno detto che sarebbe bello se una volta al mese si potesse cucinare tutti insieme…».

Jacopo Dalai

La Fattoria ha già ospitato alcuni eventi di volontariato aziendale e alcuni gruppi scout, oltre al fab-lab c’è l’idea di fare qui delle attività creative aperte a tutti, insieme ad un’associazione culturale del quartiere, e un centro estivo. «Le stiamo pensando non solo come attività che contribuiscano alla sostenibilità del progetto di accoglienza, ma proprio per qualificare l’accoglienza attraverso le relazioni, lo stare accanto», dice Jacopo.

Insieme, per innovare

Insieme a Jacopo, in Fattoria, oggi ci sono anche Mauro e Tiziana. Tiziana Larocca è psicologa e piscoterapeuta dell’età evolutiva, nonché vicepresidente di Nivalis. Sta al telefono con i servizi, che iniziano a chiamare e prende appuntamenti per i colloqui con i futuri operatori. Mettere su un’équipe da zero, con almeno sei educatori, in un momento in cui gli educatori sono introvabili, non è una sfida da poco. Mauro è appena salito a bordo e senza girarci attorno dice che è venuto qui perché gli piacerebbe fare «qualcosa di rivoluzionario e sento che qua c’è questa possibilità».

È una dimensione che porta anche Tiziana, quando dice che «le ibridazioni sono utili perché aprono la possibilità di sperimentare percorsi nuovi, perché a volte si pensa a partire da quello che hai a disposizione e non dalle storie dei ragazzi. I tre che sono qui in questo momento, per esempio, sono stati indirizzati tutti e tre a fare un corso di pasticceria ma nessuno dei tre vuole fare il pasticcere: è solo un esempio, per dire come a volte creare ibridazioni permetta di aprirsi a qualcosa di nuovo che può accadere, fuori da quello che ti aspetti».

Un luogo in cui è bello lavorare

«La sfida è fare arrivare il messaggio che questo sarà un luogo in cui è bello lavorare», dice Jacopo. Niente notti passive, qui. Ma soprattutto tanta condivisione, tanta équipe, tanta riflessione in gruppo sul lavoro fatto: è così che a Nivalis si cura la qualità del lavoro. «Anche se è chiaro che all’inizio avremo pochi bambini e quindi bisognerà mettere in conto una dispersione economica. Con questi spazi avremmo potuto mettere due comunità per minori, ma abbiamo fatto una scelta diversa».

Il bisogno di Milano, il sogno di Carlo

Ma come nasce Fattoria Pianeta Terra? Da un bisogno e da un sogno, insieme. Il bisogno è quello dei tanti minori di Milano che vivono in strutture educative residenziali, fuori dalla propria famiglia: circa un migliaio. Trovare posti per accoglierli, però, è sempre più difficile. «I servizi sono arrivati a collocare bambini di Milano in comunità di Napoli», racconta Jacopo. «La nostra esperienza con i careleaver mostra chiaramente quanto sia dannoso il fatto di spostarli così lontano dalle loro radici: molto spesso quando a 18 anni i ragazzi escono da questi percorsi, tornano nel loro contesto di origine senza che nulla sia stato fatto rispetto alla rigenerazione di quel contesto, rispetto alla famiglia d’origine, rispetto alle relazioni. Banalmente, poi, i ragazzi stanno più volentieri in una struttura se hanno la possibilità di continuare a vedere i loro amici. Dal punto di vista metodologico, noi crediamo che una persona sia sempre dentro una rete di relazioni e che il nostro lavoro debba avere una visione sistemica, ecologica, che vada a lavorare anche con la famiglia e i contesti di origine».

A Milano sono un migliaio i bambini che vivono in strutture residenziali. Si fa sempre più fatica a trovare posto. I servizi sono arrivati a collocare bambini di Milano in comunità di Napoli.

Jacopo Dalai

Se questo è il bisogno a cui Fattoria Pianeta Terra contribuirà a dare risposta, il sogno che ha incrociato è quello di Carlo Crocco. Milanese che da molti anni vive in Svizzera, Crocco nel 1980 ha fondato la marca di orologi Hublot e nel 1998 decide sviluppare progetti a favore dei bambini più poveri, nei paesi in via di sviluppo, dando vita alla Fondazione Main Dans La Main. La Fondazione ha operato a lungo nel sud dell’India, nel Tamil Nadu, creando dei villaggi per bambini orfani e nel 2010 ha allargato la sua attività in Europa. Un primo progetto è Ca.Stella Farm-Camino Spinirolo a Meride, in Svizzera: si tratta di una fattoria-comunità con coltivazioni biologiche, allevamenti di animali, pet-teraphy. A Como, invece, ha sostenuto l’attività di don Giusto Della Valle creando una casa per l’infanzia e le fragilità. Per il suo impegno, il Comune di Milano ha insignito Carlo Crocco della Medaglia d’Oro 2025, l’Ambrogino d’Oro.

Carlo Crocco

 «Con Carlo ci conosciamo da tantissimi anni, da quando faceva il volontario in psichiatria, all’Ospedale San Paolo», ricorda Dalai. «È più di un filantropo, è un uomo con un’etica del profitto molto marcata, di grandissima visione, con una grande sensibilità ecologica. È anche socio di Nivalis».

È il 2018 quando Crocco manifesta a Jacopo il suo desiderio di “fare qualcosa di bello per Milano”, perché questa è la città in cui è cresciuto da ragazzo, a cui è legato, a cui vuole restituire qualcosa. Insieme fanno fatto un’analisi dei bisogni, incontrano i tecnici del Comune, visitano un po’ di spazi, finché nel 2019 la Fondazione MDM ha acquisito lo spazio della cascina per farci nascere Fattoria Pianeta Terra.

Nei sette anni di lavori, a un certo punto Crocco spiazza Dalai con una proposta: «Perché non la gestite voi?». Jacopo sorride e dice che «era una sfida troppo bella per poter dire di no». E poi aggiunge, imbarazzato: «Ascoltando delle persone che stimo moltissimo raccontare la loro storia, mi è capitato tante volte di sentire che “non ho scelto io, è stata la vita a scegliere me”. Anche solo a dirlo mi sembra un paragone fuori luogo, ma sento un po’ anch’io la stessa cosa: è la Fattoria che ha chiamato me». La storia comincia ora.

Le foto nell’articolo sono di Fattoria Pianeta Terra

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