Michil Costa

Io, albergatore nelle Dolomiti, contro il porno-turismo che commercia in corpi

di Elisa Cozzarini

L'ospitalità è una missione, per Michil Costa, imprenditore e filantropo altoatesino. Si fonda su scelte ben precise, come la colazione vegetariana del venerdì, l'esclusione dei pesci d'oltreoceano dai menù, la rinuncia a ospitare raduni motociclistici, perché le montagne più belle d'Europa dovrebbero diventare una grande zona a traffico limitato. Con la Fondazione Costa, si dedica al Sud del mondo e, in Italia, ai giovani con fragilità

«Credo nell’ospitalità in modo un po’ utopico, fuori da ogni regola, lo so bene», dice Michil Costa, albergatore altoatesino e filantropo, capace di coniugare turismo, ambiente e sviluppo sostenibile. «È il nostro patrimonio, al di là di qualsiasi dichiarazione Unesco. Una missione». Con la sua famiglia gestisce tre hotel che chiama «case», tra le Dolomiti e la Toscana. La Fondazione Costa porta avanti progetti nel Sud del mondo e, in Italia, punta sui giovani con fragilità. I 250 dipendenti sono «collaboratori», perché, semmai: «Sono io che dipendo da loro», dice. Costa ha partecipato all’incontro organizzato dal brand Patagonia a Cortina d’Ampezzo Quali futuri per le nostre montagne? lo scorso 17 ottobre, per discutere di sfide e opportunità in vista delle Olimpiadi invernali 2026.

Cosa intende quando dice che il suo mestiere non è solo albergare turisti facendoli diventare ospiti, ma è proprio una missione?

Cerco di rendere il lavoro dell’accoglienza più sexy, farlo uscire dall’idea del porno-turismo, cioè un commercio di corpi. L’idea è rendere gli ospiti partecipi della vita di una comunità. Questo rafforza anche la comunità, perché si trova a condividere conoscenze con persone non del luogo. Chi arriva da lontano può interiorizzare un pezzo della nostra identità, della nostra montagna. Non mi piace l’idea che si venga qui a staccare la spina, o solo per provare emozioni. Vorrei che gli ospiti portassero con sé un semino ladino dolomitico, quando tornano alle loro vite, e la consapevolezza della bellezza di questo mondo.

Nella pratica, come fate?

Abbiamo un ufficio relazioni umane di otto persone che si occupano della crescita e formazione continua dei collaboratori, pensando al benessere di ciascuno. Sono loro, poi, a comunicare agli ospiti la fortuna, il privilegio che abbiamo di vivere quotidianamente in un ambiente straordinario. E poi lanciamo segnali precisi per la sostenibilità, attraverso la scelta di quello che offriamo. Ogni venerdì, per esempio, nelle nostre case c’è il veg day: non c’è carne nel buffet della colazione. Da tanti anni non ci avvaliamo più dei prodotti delle multinazionali, non abbiamo la Nestlé, la Coca Cola, la banana Chiquita, i pesci d’oltreoceano. Le nostre spa sono molto piccole, non abbiamo piscine esterne, perché hanno un consumo energetico spropositato. Cerchiamo di non fare male all’ambiente. Allo stesso tempo, sono perfettamente consapevole che il turismo, comunque, è un’attività molto impattante.

Perché preferisce parlare di collaboratori e non di dipendenti?

Perché lo sono a tutti gli effetti. Da anni stiliamo il bilancio dell’economia del bene comune, che ruota intorno a cinque temi. Uno è l’integrazione dei collaboratori. Significa che con loro condividiamo le decisioni e c’è assoluta e totale trasparenza, anche economica. Tutti conoscono il bilancio e sono partecipi delle piccole e grandi scelte quotidiane. Ovviamente l’ultima parola spetta a me e mio fratello, ma facciamo in modo di includere i collaboratori, perché si sentano partecipi di una missione comune.

Quando dice di considerare chi arriva da fuori come un ospite, ha in mente solo le persone che alloggiano da voi o in generale i turisti che visitano le Dolomiti?

L’idea è ampia, ma bisogna fare i conti con grandi masse di clienti che vengono in Italia. Pensi che l’Alto Adige – Südtirol fa 37 milioni di pernottamenti all’anno. Non si può pensare che siano tutti ospiti. Sono clienti che vengono, usano, sfruttano, portano denaro e vanno via. Al momento, nel mondo, viaggiano un miliardo e 400 milioni di persone, e si moltiplicheranno. Dalla Cina si prevede che cinquanta milioni di ricchissimi si metteranno a viaggiare e, di questi, almeno trenta milioni visiteranno l’Europa e quindici milioni l’Italia. Faranno le vacanze in un tempo molto ristretto e vorranno visitare le Dolomiti e la Val Badia in poche ore. Questo è un momento decisivo. Non possiamo accettare tutti questi clienti senza alcun limite. Le Dolomiti dovrebbero diventare una grande zona a traffico limitato, con l’obbligo di prenotazione, in modo che ci si voglia fermare qualche giorno e non poche ore. Siamo in Italia, il paese più bello del mondo. Potremmo veramente decidere il tipo di ospite che vogliamo avere.

Dolomiti ampezzane, foto di Elisa Cozzarini

Invece non lo facciamo? Perché?

Perché ragioniamo solo in termini numerici. Pensiamo solo all’aumento di pernottamenti, a costruire strade, infrastrutture… In questi giorni, arrivando a Cortina, oltre alle vette meravigliose, che conosco bene, si vede una quindicina di gru al lavoro, in vista delle Olimpiadi invernali. Abbiamo messo in campo una grande efficienza, quella che rende l’imprenditore un homo oeconomicus, del fare. È qualcosa che mi fa molto male, vedere che tutto è basato solo sull’efficienza, sui numeri. Penso che sia perché non diamo abbastanza valore all’ospite, a un modello di ospitalità che dovrebbe essere interiorizzato da noi che lo pratichiamo.

Non diamo abbastanza valore all’ospite, a un modello di ospitalità che dovrebbe essere interiorizzato da noi che lo pratichiamo. Se conta solo il numero di pernottamenti, il turismo è un commercio di corpi.

In questa sua missione dell’accoglienza, come si pone nei confronti della comunità?

Il nostro mondo è percepito come molto esclusivo da troppe persone, soprattutto giovani. Vorrei renderlo più inclusivo. Non tutti sono privilegiati come lo sono io. Ci sono, nella comunità, molte persone che fanno lavori meno remunerativi e, spesso, non hanno contatto con gli ospiti. Vedono noi albergatori come su un altro pianeta. Auspico una maggiore condivisione del sapere. Immagino l’ospitalità come un grande progetto sociale, in cui si dia la possibilità alle persone di convivere. Ed è per questo che i nostri collaboratori possono, anzi sono invitati, a usare le piscine dove nuotano gli ospiti, a farsi fare un massaggio a prezzo politico. I giovani fino ai trent’anni possono pernottare nel nostro cinque stelle gratis, a patto che il giorno dopo seguano un corso di quattro ore, per integrarli nel mondo dell’ospitalità.

Queste scelte non vi penalizzano?

Sì, nel breve periodo, alcune decisioni portano a una perdita dal punto di vista economico. Pensi che da tre anni non accettiamo più raduni motociclistici. Quando ho comunicato questa decisione alla direttrice delle finanze, lei ha fatto un conto molto veloce e mi ha detto: «Va bene, Michil, ma sappia che quest’estate perderemo 120 mila euro». Quelli sono in effetti soldi perduti. Pensando al medio periodo, però, avremo più ciclisti, più persone che amano il silenzio. L’inquinamento acustico, anche nelle Dolomiti, è un problema gravissimo. Alla lunga ne guadagneremo, soprattutto per quanto concerne il benessere del sottoscritto e delle persone che lavorano qui. Io ci tengo molto alla mia felicità!

Con la Fondazione Costa, fino a poco tempo fa, operavate solo nel Sud del mondo. Più di recente, avete avviato un progetto anche in Italia. Ce ne parla?

Quest’estate abbiamo aperto Vegabula, un ristorante per soli vegetariani a Brunico, gestito da persone con sindrome di Down, sotto la supervisione del nostro chef di cucina e di un responsabile. È un esempio di ciò che vorrei fare con la fondazione: dedicarmi ai giovani con delle fragilità e accompagnarli in questo nostro mondo dell’accoglienza. Quest’anno, nuovamente, per Natale acquisteremo i panettoni dalla pasticceria del carcere di Padova. Andrò, con il team direzionale, personalmente in visita, non solo per portare un po’ di serenità ma anche per dare valore alla loro attività. Il lavoro, di per sé, non dà dignità alle persone. Lo fa se è di qualità. Dal prossimo anno, mi occuperò meno della gestione degli alberghi e moltissimo della fondazione. Punterò non solo ad aiutare le donne a emanciparsi, ma soprattutto a educare noi maschi.

Perché vuol puntare sull’educazione dei maschi?

Viviamo in una società ancora profondamente maschilista. A volte si sentono frasi sessiste, dette senza volerlo. Lo fanno tutti, anche i ragazzi. Ancora oggi, per esempio, sono le donne che fanno i letti, anche nelle nostre strutture. Questa non è educazione al lavoro. Tutti i nostri collaboratori hanno l’obbligo di cambiare di reparto per poco tempo, svolgere una mansione completamente diversa. Per capirci: la pasticcera può andare nell’ufficio comunicazione e viceversa. Così si impara ad avere rispetto per il lavoro dell’altro e si comprendono le difficoltà. Io, per mezza giornata, ho fatto i letti e ho passato l’aspirapolvere. È un lavoro faticoso, dal punto di vista fisico, quindi non capisco perché devono farlo solo le donne. Con la fondazione voglio collaborare con le scuole alberghiere, portando un contributo di questo tipo, perché l’ospitalità diventi più umana, empatica.

Da cosa nasce questa sua sensibilità?

Ho vissuto di eccessi, in passato. A un certo punto mi sono reso conto che dovevo cambiare, per non finire male. Mi sono avvicinato allo sport, l’ho praticato a livello agonistico, ho sfruttato il mio corpo, pensando che mi desse una parvenza di felicità. Mi sono lanciato con il paracadute. Ho scalato tutte le queste montagne, anche in solitaria. Ho fatto immersioni, gare in moto, campionati europei di sci acrobatico. Ma tutto questo non mi dava armonia. Ho smesso e mi sono avvicinato alla filosofia buddista. Ho conosciuto il Dalai Lama, che è una persona speciale perché ha la capacità di ascolto. Mi ha detto di fare quello che mi sentivo, creare la mia religione. Ho attinto alla mia formazione cristiana cattolica e l’ho unita al buddismo. Voglio che la mia azienda, che fattura venti milioni di euro, abbia un imprinting di sostenibilità ambientale e sociale molto marcata, per condividere la mia visione con il mondo circostante. Questo mi rende felice. Anche se sono sempre ancora un po’ fuori di testa…

In apertura, Michil Costa, foto di Stefano Butturini

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