Martina Montagano è nata con parto cesareo alle 22,30 del 27 ottobre 1989 all’ospedale di Polla in provincia di Salerno. Non ha alcun ricordo di come è venuta al mondo (nessuno di noi ne ha), ma è convinta che quegli istanti siano impressi nella sua memoria cellulare. Oggi il suo mestiere è far nascere bambini. È l’unica ostetrica a domicilio di tutta la Basilicata. Lo è da cinque anni esatti, da quando, racconta, «ho pensato che ogni donna della Lucania dovesse avere l’opportunità di scegliere come e dove partorire. Ho deciso di entrare nelle case, nelle aree interne, percorrere la Calabria, la Puglia e la Basilicata in notti insonni e con strade bloccate perché essere nate a sud non può essere un fattore discriminante su come venire al mondo o come dare alla luce».

È una delle 25 partecipanti al laboratorio di scrittura che VITA ha organizzato a Matera in collaborazione con lo spazio di co-working e co-living Casa Netural per riscrivere le aree interne a partire dalle biografie personali. La sua è la storia di una giovane donna cresciuta a Moliterno, poco più di 3mila abitanti in provincia di Potenza. Oggi vive a Matera, ma prima di arrivare qui ha vissuto a Milano, a Londra e nel Veneto. «Quando nasce un bambino nei piccoli paesi a rischio spopolamento non è rinascita», dice, «è un atto di fede per un luogo, per uno spazio e per il futuro. Io voglio abitare questo spazio sentendo che la fatica non è l’unico elemento, che essere qui e lavorare su queste strade è un gesto di resistenza e un privilegio per poter leggere la complessità».
Più lontana sei, più evoluta potrai essere
«Nella narrazione familiare e nella cultura di chi vive al Sud è necessario andar fuori. Più lontana sei, più evoluta potrai essere. Non importa cosa farai, l’importante è andare». È così che Martina si è ritrovata a Milano, iscritta alla facoltà di Ingegneria biomedica: «Andavo bene a scuola, sembrava scontato puntare a un lavoro socialmente riconosciuto». Le sessioni d’esame, i voti alti, la triennale. «Mi sono sentita come in un girone infernale: assorbita così tanto da non avere spazio di ascolto interiore. Sono arrivata all’ultimo anno, stavo iniziando a preparare la tesi specialistica. A uno degli ultimi esami ero pronta ma ho saltato una pagina del compito: quando è arrivato il voto, ho pensato “Tanto io non farò mai questo mestiere”».
Quando nasce un bambino nei piccoli paesi non è rinascita. È un atto di fede per un luogo e per il futuro. Io voglio abitare questo spazio sentendo che la fatica non è l’unico elemento, che essere qui e lavorare su queste strade è un gesto di resistenza e un privilegio per poter leggere la complessità
Martina Montagano, ostetrica a domicilio
Nel vuoto di una crisi esistenziale, Martina si rende conto che quel percorso accademico e professionale non la rappresentava: «C’era una parte dell’umano che mi mancava. Un giorno, ma non saprei trovare la causa se non in un libro sulla nascita che mi aveva folgorata, ho deciso di fare l’ostetrica. Mi sono iscritta di nuovo all’università, questa volta a Roma».
Le esperienze a Londra e in Veneto
Tra l’ostetrica a domicilio seduta davanti a un caffè nel centro di Matera e quella studentessa laureata al Gemelli, c’è nel mezzo un bel po’ di strada. «L’esperienza in ospedale a Roma mi ha dato tanto ma mi ha fatto anche capire che cosa non volevo essere», spiega. «Sentivo di voler diventare un’ostetrica domiciliare, per cui sono partita per Londra, dove il sistema sanitario integra l’assistenza domiciliare nel sistema sanitario nazionale. Di ritorno, ho vinto il concorso all’ospedale di Potenza e mi sono trasferita a Matera, per vivere in un posto in cui avrei potuto sentirmi a casa».

Mancava ancora un tassello: «La componente della relazione lenta e della trasformazione. Sono partita per il Veneto, dove in una casa maternità cercavano una libero professionista. È scoppiata la pandemia ed è stata la mia fortuna perché sono aumentate esponenzialmente le assistenze domiciliari alla nascita. Un’esperienza intensa che mi ha insegnato molto, poi ho deciso ancora una volta di tornare: sentivo che posti estranei alla mia origine non meritavano la mia dedizione. Lì era tutto più facile, qui sentivo che avrei potuto fare la differenza».
Levatrice prima che ostetrica
A cinque anni di distanza, «sento la fatica nei piedi, nell’anima e nelle braccia spese a guidare 300mila km, ma so di aver trovato il mio posto». Che cosa significa “ostetrica domiciliare”? «È una figura che esercita la sua professione per la maggior parte del tempo al domicilio delle coppie: può assistere ai parti oppure accompagnare nel travaglio fino al trasferimento in ospedale».

Più in generale, aggiunge, «l’ostetrica si occupa della fisiologia del femminile, dal menarca alla menopausa, un panorama ampio che ha a che fare con la salute della donna a 360 gradi. In passato l’ostetrica condotta aveva il ruolo di accompagnare le bambine dalla prima mostruazione, poi culturalmente si è spostato il focus, anche verbale. Il termine “levatrice” indica colei che eleva, che tira fuori le risorse o che accoglie i bambini. La parola “ostetrica” ha un valore semantico differente, è colei che sta davanti: cambia la prospettiva di chi è al centro del processo. Io mi sento più levatrice che ostetrica».
Relazioni, rispetto e libertà di scelta
Montagano è una delle 200 professioniste che compongono la rete nazionale Nascere in casa, associazione di ostetriche per il parto a domicilio e nelle case maternità. Nel 2025 ha assistito, insieme alla collega della Calabria con cui lavora in team, a 15 nascite. «In fondo, quello che facciamo è un atto politico: è una prestazione sanitaria, certo, ma è anche la possibilità di garantire alle donne una libertà di scelta».
Chi sceglie di partorire a domicilio? «La maggior parte delle mie colleghe ha pazienti che fanno questa scelta al secondo figlio, solitamente dopo un’esperienza negativa con il primo. La mia popolazione è assolutamente anomala, perché finora ho assistito primipare. Spesso è una scelta di intimità, dove la componente relazionale e di fiducia ha un peso importante. È un contesto culturale molto diverso da quello del Veneto: qui pesano le distanze dall’ospedale». Ma non è soltanto di parto che si occupa Montagano: «C’è tanto lavoro da fare per creare un contesto sociale di sostegno alla vita».

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare.
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE
Che cosa rappresenta la nascita oggi? «È un evento sociale, di cui forse si è persa la componente di sacralità. La sala parto è uno specchio della società che merita una lettura antropologica, soprattutto sul ruolo della donna. La nascita, a prescindere da dove avviene, deve essere un’esperienza di trasformazione, in cui la donna impara delle cose di sé e questo processo va sostenuto». Anche un’ostetrica a ogni nascita impara qualcosa: «Una nascita in particolare mi ha insegnato molto. Un parto in Calabria in cui abbiamo avuto un’emergenza ostetrica (risolta senza dover ricorrere a ricovero ospedaliero): mi ha insegnato che la relazione profonda, di squadra con la collega e di fiducia con la donna, è il vero luogo sicuro. E questo vale in ospedale come a casa». Per Montagano, il modo in cui accogliamo i bambini è un imprinting alla vita: «Ci vogliono rispetto e cura, relazioni forti e libertà di scelta».

Le immagini nel testo sono state fornite dall’intervistata. In apertura, Martina Montagano a Matera (Fotografia di Elena Marzi)
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