A ottobre, VITA magazine (di cui trovate in calce i riferimenti) aveva raccontato i profili, le storie, le visioni di 100 filantropi o dirigenti di fondazioni filantropiche: uomini e donne che hanno la responsabilità di guidare organizzazioni, gestire patrimoni ed erogazioni, sostenere progetti. Soprattutto aveva cercato di raccontare il loro sguardo sul mondo, sulle persone, sui bisogni: Nella testa dei filantropi, era stato il titolo scelto dal direttore, Stefano Arduini. Il viaggio adesso riparte, perché le fondazioni – di famiglia, d’impresa, comunitarie, d’origine bancaria – stanno crescendo. Per fortuna nostra e del Paese. Ne racconteremo altri. Speriamo altri cento. (G.Cerri)
È un bel segnale quandommanager in carriera nel profit scelgono di passare alla filantropia. Non come divertissement e neppure come impegno valoriale, ma proprio come nuovo scenario professionale. È un bel segnale quindi che Irene Boni, 44 anni, modenese con formazione internazionale, già ceo della community tecnologica e scuola di formazione digitale Talent Garden e, prima ancora, co-general manager e chief technology officer di Yoox, abbia deciso di accettare la proposta di Alessandro Benetton, presidente della holding di famiglia, Edizione, di occuparsi di Fondazione Unhate, la realtà filantropica creata nel 2011 per combattere i linguaggi d’odio. Un’Irene, che viene dal greco Eirēnē, ossia pace, che lavora contro l’odio.
Boni, da dove cominciamo? Da questo invito di Benetton?
Sì, Unhate aveva avuto una sua prima vita, perché era nata appunto nel 2011, quando Alessandro era vicepresidente di United Colors of Benetton, ed era nata come iniziativa di sensibilizzazione verso un’alternativa di linguaggio a quelle che erano le manifestazioni di odio dell’epoca. Avevano fatto alcune campagne, una, per esempio, in cui l’imam e il Papa si baciavano, fece molto scalpore. Un’altra era la campagna Unemployee of the Year, il disoccupato dell’anno, in cui davano delle risorse a qualcuno rimasto senza lavoro, per raggiungere i propri sogni. La fondazione si impegnava per persone che avevano progetti che non erano riusciti a realizzare in una professione, avevano la possibilità di entrare in un percorso di accompagnamento per realizzare le loro aspirazioni. Poi però le attività si erano interrotte, quando Alessandro era uscito da United Colors.
E come si riparte?

È stata rifondata quando, nel 2023-2024, ha avuto la volontà, l’idea, di farla ripartire come segnale concreto verso il mondo del sociale con Edizione, la holding di famiglia, di cui lui ha preso la guida. Unhate è intenzionalmente uno dei pilastri della “nuova” Edizione, e questo è fondamentale: la dimensione di impatto sociale non è l’ultimo scalino dell’Esg, ma è uno dei tasselli chiave della strategia.
Resta l’idea che l’odio sia un male, immagino.
L’idea è quella che l’odio non nasca con l’uomo o con la donna. Non è un sentimento innato dell’essere umano, ma si sviluppa dentro il senso di privazione. Non posso raggiungere i miei obiettivi? Non posso migliorare la mia condizione? Non posso ottenere quello che desidero o che voglio, non posso neanche “giocarmela”? Allora prendo strade diverse, quelle che talvolta portano a situazioni di devianza.
Unhate che fa?
Vuole creare le opportunità per le ragazze e i ragazzi, quindi sminare il campo, estirpare le radici di questo possibile odio, attraverso opportunità concrete. Il nostro focus sono i ragazzi e i giovani adulti, tra 10 e 30 anni, con un’attenzione particolare alla fascia 13/23, delle periferie geografiche e culturali: periferie urbane, aree interne, ma anche ragazzi che, pur non vivendo una situazione di sofferenza economica, hanno altri tipi di fragilità.
Vogliamo creare le opportunità per le ragazze e i ragazzi, quindi sminare il campo, estirpare le radici di questo possibile odio, attraverso opportunità concrete.
Irene Boni, consigliera delegata di Fondazione Unhate
Per esempio?
Per esempio quelle legate alla salute mentale, che in questo periodo per i giovani è un tema molto importante. Il nostro obiettivo è quello di aumentare il campo del possibile per loro. Vuol dire non solo cercare di creare opportunità concrete perché raggiungano il loro potenziale, ma partire ancora da prima, aiutarli a immaginare quale sia lo spazio delle possibilità. Perché – e non lo devo certamente dire a voi di VITA – uno dei temi di questa generazione è che i ragazzi non immaginano più, hanno smesso di sognare, di pensare che ci possa essere qualcosa di migliore davanti a loro. Vogliamo creare queste occasioni, agganciandoli attraverso lo sport, l’arte, la musica, il teatro, per poi creare opportunità di formazione, educazione, che li portino in un percorso di miglioramento della propria condizione. E poi c’è il filone della ricerca.
Che è raro trovare insieme alle altre.
Per noi non è una ricerca solo accademica, ma finalizzata alla creazione di iniziative concrete. Infatti sta già influenzando i progetti su cui lavoriamo. Il mese prossimo annunceremo il lancio di un osservatorio-laboratorio permanente sui giovani e le loro fragilità. E uno potrebbe dire: “Ce ne sono tanti”.
L’ho pensato.
Sì, ed è stata l’obiezione che mi è stata rivolta più volte, quando ho raccontato di questo progetto.
E lei che cosa ha risposto?
Che sì, ce ne sono tanti, ma che tipicamente producono numeri, statistiche. Quello che stiamo creando, insieme al professor Mauro Magatti, è un laboratorio generazionale: uno spazio collaborativo di generazione di conoscenza quali-quantitativa sui giovani e le fragilità, per cercare di dare una visione complessiva della generazione. Esistono tanti affondi verticali, il benessere mentale, i Neet, la mobilità sociale, il cyberbullismo. Per noi era importante avere una visione complessiva, a livello di generazione, che partisse dalla voce dei ragazzi. Ne abbiamo coinvolti 160, con diversi canali.
Che cosa avete fatto?
È stato creato un team multidisciplinare con sociologi, psicologi, economisti, pedagogisti, statistici che sono parte di Poetica – Fondazione per la Generatività Sociale. Dopo una parte di desk research, è stata fatta una raccolta di dati proprietari tramite messaggi vocali, insieme a Ipsos, seguita da una serie di interviste agli educatori in vari contesti e comunità. Abbiamo poi portato 80 ragazzi a Milano (foto sotto, ndr), provenienti da tutta Italia, letteralmente dalla Sicilia a Piemonte. Quindi abbiamo creato dei gruppi di pari, guidati nell’incontro e nella conversazione da loro coetanei, con i ricercatori come osservatori silenti. Una modalità che ha permesso ai ricercatori di aumentare la profondità degli insight sullo studio, che verrà annunciato in marzo, e che ha permesso a noi di cominciare a creare una community di giovani che acquisiscono consapevolezza sulle caratteristiche della loro generazione. Un dato interessante: sono arrivati parlando al singolare, sono usciti da quella giornata parlando al plurale.

Qualche altro esempio di ricerca applicata?
Questa volta partiamo dall’arte. Il contesto è quello del Policlinico Gemelli a Roma, dove siamo entrati in contatto con il primario di psichiatria, il professor Gabriele Sani, che ci ha raccontato come il 30% dei suoi pazienti siano under 30, e di come si tratti del segmento che cresce di più. Parliamo di persone che hanno problematiche molto importanti, che vanno dai disturbi della personalità a quelli dell’alimentazione. Siamo partiti dall’arte come aggancio perché ci siamo resi conto, parlando insieme a Sani, che i ragazzi quando iniziano un percorso di cura lo fanno nella fase acuta, e la presa in carico, anche per ragioni di sicurezza, viene fatta in spazi molto particolari: al pianterreno, con un certo tipo di illuminazione e di colori.
Ambienti non bellissimi.
Eh, ambienti che tendenzialmente vanno verso la bruttezza. Allora ci siamo detti: essendoci tanti giovani, perché non provare ad attivare alcuni artisti under 30, guidati da un artista senior come Alfredo Pirri, con una sensibilità sull’umano molto importante, e portarli tutti in residenza per creare una sintonia tra l’arte e i pazienti psichiatrici? Puntavamo cioè a creare un contesto in cui l’arte e la medicina si unissero un percorso di cura integrata.
Ce l’avete fatta?
Abbiamo iniziato a farlo. Abbiamo riunito artisti under 30, tra cui due studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, un poeta, una designer. Li abbiamo portati a fare questo percorso in residenza, all’interno del reparto del Gemelli, dove hanno disegnato bozzetti del reparto stesso, immaginandolo come un’opera d’arte contemporanea. Quindi, a tendere, quando verrà fatta la ristrutturazione, il day-hospital diventerà un’opera d’arte progettata dagli artisti insieme ai pazienti. Con il nostro aiuto, gli artisti stanno anche lavorando a una serie di laboratori, per il coinvolgimento attivo dei pazienti attraverso l’arte.
E anche la poesia, mi diceva.
Con il Poeta Della Serra (influencer materano che coniuga arte e poesia, ndr), insieme agli psichiatri. Questi ultimi misureranno l’effetto della terapia tradizionale, di psicoeducazione, rispetto a questi workshop. A seguire, ne faremo uno insieme a Scuola Holden, di scrittura creativa: sempre quindi la dimensione della parola che nella psichiatria è molto importante. E poi stiamo ragionando anche di fotografia, un altro mezzo che si presta bene. Quindi l’arte come aggancio, come modo per unire ragazzi, in modo tale che gli uni aiutino gli altri. Stiamo cercando molto di portare questo concetto del peer-to-peer all’interno dei percorsi che creiamo, perché pensiamo che, guidati dall’esperienza di un adulto, possano essere molto efficaci nell’aggancio dei loro coetanei. Tra l’altro, collaborano in modo appassionato anche gli specializzandi del reparto, che sono giovani più o meno della stessa età.

Lei, Boni, ha un ruolo di vertice.
Consigliera delegata, quindi membro del consiglio d’amministrazione ma anche responsabile della struttura operativa. Per come sono fatta io, ho le mani in pasta veramente fino ai gomiti.
Presidente è Alessandro Benetton. Quanto è importante che chi guida una fondazione sia vicino alla proprietà?
È molto importante. Alessandro suggerisce, pungola, ci muoviamo nell’alveo di una sua visione che guarda lontano. Il supporto suo e della famiglia è fondamentale. La filiera della governance è volutamente compressa e il team contenuto. In questo momento ci sono io, c’è Stefania Ratti, che era responsabile dell’innovazione di Mundys e che è stata distaccata alla fondazione proprio per portare le sue competenze di project management e innovazione. Ci sono poi una consulente che è un nome piuttosto conosciuto nel Terzo settore, Ida Linzalone, che ha creato Fondazione Vodafone, e un’esperta di learning design e orientamento, Giulia Pagan, che viene dal mondo delle aziende e della formazione.
Importante dotarsi di figure di esperienza.
Sì, Ida ci ha aiutato, ad esempio, a impostare i momenti di incontro che noi facciamo una volta ogni sei mesi, a Milano e a Roma, con realtà del Terzo settore che hanno affinità ai nostri temi. Li abbiamo fatti a febbraio 2025, per presentarci, poi li abbiamo rifatti a ottobre, cambiando la geometria degli inviti in base anche all’evoluzione dei nostri progetti, per raccontare i risultati preliminari dell’Osservatorio, dare un aggiornamento sulle nostre iniziative e lavorare sulla costruzione della piattaforma relazionale. Perché, appunto, riteniamo che la cosa migliore sia essere un pool di realtà che sostengono e che lavorano insieme su determinate progettualità. Tant’è vero che, ad esempio, siamo entrati all’interno di un gruppo di fondazioni che sostiene un progetto di formazione sui Neet: ReadyforIT. È stato ideato da Fondazione Italiana Accenture, sostenuto inizialmente da Fondazione Vodafone, e Fondazione Adecco. Ci siamo inseriti all’interno di questa compagine per contribuire a sostenerlo e portare una nostra competenza.
Parlando di governance, avete preso una decisione molto coerente e altrettanto coraggiosa sul comitato scientifico.
Sì. Su stimolo e per volontà del presidente abbiamo un comitato scientifico di nove membri, di cui sei sono under 30, e tre sono fuoriquota, tra cui don Claudio Burgio, il cappellano dell’Istituto minorile Beccaria di Milano e fondatore di Kayros.
Vediamo gli altri fuori quota.
C’è Gabriele Segre, direttore della Fondazione Dan Segre, e poi c’è Vanessa Benelli Mosell, che è una direttrice d’orchestra, e che è particolarmente sensibile alle tematiche legate alla violenza di genere. Gli altri sei under 30 sono di diversi ambiti. C’è Irma Testa, che è una pugile olimpica che viene attraverso la Torre Annunziata, quindi un contesto…
Dalla famosa palestra…
Sì, esatto, che ha iniziato nella famosa palestra. C’è Huda Lahoual, una podcaster italiana di seconda generazione, che ha un focus particolare sull’identità dei ragazzi italiani come lei. Francesco Di Napoli, l’attore protagonista de La paranza dei bambini, che a 16 anni ha lasciato la scuola, è andato a fare prima il barbiere, poi il pasticcere, ed infine è stato “castato” ed è diventato attore. Poi c’è Roberto Celestri, un giovane siciliano trapiantato a Roma, che ha trovato la sua strada come art influencer portando ai ragazzi la bellezza delle chiese romane. Chiara Schettino, una startupper, che ha costruito “Rosso” per la donazione di sangue. Valentina Galli è la presidentessa di Officine Italia, che avvicina i ragazzi alla Pubblica amministrazione ed è un attivista per avvicinare sempre di più i giovani al voto.

Capisco, da quello che mi ha raccontato sin qui, che non sono mancate le interazioni col Terzo settore. Che idea se ne è fatta? Talvolta le fondazioni di impresa, essendo spesso ets, sono percepite come potenzialmente concorrenti.
Chiaramente, la prima cosa che vedono le realtà operative che mi guardano sono le risorse economiche. Abbiamo alle spalle Benetton e tre realtà importanti, come Edizione, Mundys e Aeroporti di Roma. Tutte realtà ben conosciute e manifestamente solide. Quindi uno vede me e dice: “Risorse economiche”. Io dico sì ma c’è di più, e coloro che cercano solo quelle, si allontanano.
Perché?
Perché quando rispondo “Sì, però parliamo un attimo del progetto, capiamo come possiamo contribuire a renderlo più solido, più scalabile?”, alcuni comprendono la valenza che va al di là delle risorse economiche e alcuni no. I primi sono quelli con cui noi stiamo costruendo delle relazioni stabili e continuative. In alcuni casi queste relazioni si sono già manifestate sotto forma di progetti, faccio l’esempio di Sport senza frontiere, in altri casi stanno maturando, come Portofranco (l’associazione milanese che lavora sulle povertà educative) e Kayros. Non escludo che a un certo punto ci sia anche un’erogazione, anzi penso che quando troveremo la quadra abbia molto senso, ma non penso che sia lì il valore più alto.
In che senso?
Il tema, che è la grande sfida del Terzo settore, è che finiscono i soldi ma non finiscono i bisogni. A me è molto, molto chiaro che ci sono una serie di iniziative che non possono avere sostenibilità economica, ma cosa possiamo fare per renderle più solide? Ad esempio, possiamo diversificare le fonti di contributi: se invece che esserci una sola fondazione, ce ne sono cinque che sostengono un progetto – un po’ come ReadyforIT – nel momento in cui una non è più presente, le altre tirano un po’ la coperta e dicono: “Andiamo avanti”. È il concetto della diversificazione di portafoglio applicato al mondo del Terzo settore.
Da un punto di vista personale ho dovuto fare pace con la mia impotenza. Nel mondo professionale in cui ho vissuto prima, anche un po’ per mia attitudine, non c’era problema che non si potesse risolvere o con risorse economiche o con competenze o con creatività.
Irene Boni, consigliera delegata Fondazione Unhate
Ecco, che cosa ci vede?
Vedo una grandissima opportunità di costruzione di azioni di sistema. Ci sono alcune realtà che, sto scoprendo, fanno cose simili in contesti geografici diversi, oppure con approcci leggermente diversi. Se si riuscisse pian piano anche solo a farle incontrare, a individuare quali sono gli elementi comuni e a dare a questi elementi comuni una veste unica, si potrebbe fare un salto in avanti anche verso le istituzioni.
Irene Boni, che viene dal mondo for profit, come ha trovato questa realtà?
Da un punto di vista personale ho dovuto fare pace con la mia impotenza. Nel mondo professionale in cui ho vissuto prima, anche un po’ per mia attitudine, non c’era problema che non si potesse risolvere o con risorse economiche o con competenze o con creatività. Nel mondo del business ci sono delle difficoltà, potresti avere un’idea che non funziona, ma puoi riconoscere l’errore, cambiare strada, hai comunque chiaro che coesistono il rischio di fallimento e la possibilità di successo. Qua, per il tema che abbiamo scelto, e mi vien da dire in tutto il Terzo settore, i problemi che ci troviamo ad affrontare sono in senso assoluto irrisolvibili per definizione. Io non riuscirò mai ad annullare l’odio che c’è nel mondo attraverso le possibilità che riesco a offrire ai ragazzi, per quante e quanto grandi siano. Quindi, per definizione, fallisco, come chi vuole svuotare l’oceano goccia a goccia. Ogni goccia è però, e questo lo sto imparando, una goccia importantissima: come dice don Burgio, “se riusciamo a salvarne anche solo uno, il nostro lavoro ha senso”.

Primo passo, consapevolezza. Il secondo?
La seconda realizzazione è stata che il Terzo settore in Italia non è proprio prontissimo a contaminarsi col for profit. Ho la fortuna di aver studiato in America e ho parecchi amici nel Nord Europa che lavorano in questo ambito, e le cose che loro fanno e che portano avanti di collaborazione tra for profit e no profit sono molto naturali. Ecco, in Italia ho visto un po’ di scetticismo. Poi quando le persone mi conoscono diventa molto più facile lavorare insieme.
Secondo lei, come mai?
Un primo elemento, è che in Italia ci sono pochi percorsi non lineari, questo in generale. Quindi nella maggior parte dei casi chi fa non profit, resta non profit e viceversa… la contaminazione non è la regola. La contaminazione esiste perché avviene tramite rapporti personali, quindi è importante che le persone si frequentino. Non possiamo pensare a una contaminazione fatta top down. “Dovete contaminarvi”, è come dire a due persone “dovete innamorarvi”, non funziona. Il non profit dovrebbe entrare negli ambienti del for profit e viceversa, creando occasioni di incontro e scambio.
Quindi?
Quindi il fatto di favorire degli intrecci, secondo me, ha molto valore. È un elemento che manca, forse per cultura, ma anche per le regole che ci sono – intendo la regolamentazione del Terzo settore -, la contaminazione tra for profit e non profit, da un punto di vista di percorsi, non è così naturale. Mi viene in mente un’altra cosa, però non è molto politically correct.

Sono le migliori, talvolta.
Che quei luoghi in cui questa contaminazione si può creare, vedi Assifero o Acri, stanno andando nella direzione giusta finalmente, sotto la guida di Antonio Danieli e del professor Giovanni Azzone, ma hanno ancora un po’ di strada da fare per riuscire ad essere ancora più efficaci. Ad esempio, alcune fondazioni bancarie, non tutte sia chiaro, sono decisamente algide verso le fondazioni corporate, perdendo un’opportunità.
In che senso?
Nel senso che le fondazioni di impresa possono essere l’ingrediente che aumenta l’efficacia dei fondi che loro erogano. Non si devono sostituire, perché la forza economica e la capillarità che le fondazioni di origine bancaria hanno verso gli enti del Terzo settore operativi, è imparagonabile. Invece le fondazioni corporate potrebbero avere un ruolo di tutor, business coach, di accompagnamento alla crescita che valorizza quello che fanno gli enti del Terzo settore operativi e aiuta a dare struttura manageriale e organizzativa.
Facciamo un esempio?
Ho letto, anche di recente, un articolo di VITA sull’evento Prendersi cura di chi cura di Fondazione Cariplo, un’eccellenza assoluta, che parlava delle difficoltà nel trattenere chi lavora negli enti del Terzo Settore, tema che avevo ritrovato anche nelle parole di alcune realtà operative. Come mai c’è tanto turnover all’interno degli enti del Terzo Settore operativi, in particolare tra gli educatori? Ho fatto un po’ di domande su come vengono gestite le risorse, e c’è uno spazio enorme di miglioramento nello strutturare la gestione del personale, ad esempio i percorsi di onboarding e offboarding. Quando un nuovo educatore ti arriva, che cosa fai? Cosa gli dici? Come lo porti all’interno della tua organizzazione? Quando un educatore se ne va, che cosa deve fare per evitare che quel patrimonio conoscitivo e relazionale venga disperso? Sono tutte pratiche che vengono dall’azienda e che se portate all’interno del terzo settore, potrebbero portare veramente del bene.
Un’ibridazione di cui il Terzo settore avrebbe bisogno, molto caratterizzato com’è dall’essere «in missione per conto di Dio» e che insomma l’execution non sia poi importante….
Questo atteggiamento, nel tempo fa, implodere le organizzazioni. Noi stiamo cercando di far evolvere la situazione con la costruzione di relazioni personali. Un elemento interessante è che questa impronta di accompagnamento e contaminazione è stata data in modo molto chiaro dal presidente Benetton: in Edizione sta facendo un’evoluzione importante portando a bordo dei partner con cui contaminarsi e affrontare le sfide, per evitare l’autoreferenzialità. In Mundys è entrata Blackstone come azionista e adesso Edizione stessa sta facendo un’evoluzione verso l’asset management, un lavoro di apertura. Anche la fondazione è chiamata a non lavorare in isolamento, ma “a piattaforma”, confrontandosi con il “mercato”, in modo coerente con l’approccio e il set di valori che lui sta portando in Edizione. Ovviamente noi, lavorando sul non profit, dobbiamo fare tutti gli aggiustamenti del caso, ma c’è una coerenza di fondo.
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