Guido Harari

Un fotografo in hospice: la mia curiosità trasforma l’obiettivo in uno specchio

di Nicla Panciera

Per il progetto «Semplicemente, Vita» il fotografo delle star ha ritratto le persone in cure palliative. «Hanno cambiato il mio modo lavorare» dice. «La macchina fotografica riconnette i malati inguaribili a parti importanti della loro vita e identità». La campagna, disponibile online, al via nella Giornata nazionale delle cure palliative dell'11 novembre

Lo conosciamo come fotografo delle star. Abbiamo amato la sua capacità di cogliere l’essenza delle persone. Sublime lo scatto di Margherita Hack, donna delle stelle, che innaffia il giardino con lo sguardo verso il cielo. O Lucio Dalla in piazza Maggiore che avanza noncurante dei piccioni costretti a prendere il volo al suo passaggio. Guido Harari è oggi autore di un progetto fotografico diverso, «Semplicemente, Vita», dove la sensibilità artistica e quella umana vanno di pari passo per raccontare una fase delicata della vita delle persone, come quella delle cure palliative. La campagna, realizzata per la Federazione cure palliative, è online nella Giornata nazionale che si celebra l’11 novembre.

Fotografo delle star e critico musicale, lei ha rivolto il suo sguardo alle persone con una malattia non guaribile. Per Semplicemente, Vita è stato a Fondazione Faro di Torino, Fondazione La Miglior Vita Possibile Ets di Padova e Vidas di Milano. Com’è stato fare un servizio fotografico in un hospice?

Ci pensavo da tempo, ma non avevo avuto occasione di affrontare il tema della malattia terminale fino a quando non ho iniziato a fare i primi ritratti con Vidas. Mi sono interrogato sul tipo di foto da fare, inizialmente su fondale portato in hospice e poi invece ho deciso proprio di ambientarle in hospice o al domicilio.

Quando decide che cosa mostrare e come farlo?

Volevo realizzare delle immagini che non fossero troppo filtrate e rassicuranti, come quelle usate dalle associazioni nella loro comunicazione. Volevo conoscere un po’ la storia delle persone, con cui ho iniziato a parlare più a lungo prima di scattare e ciò mi ha permesso di scoprire anche degli aspetti su cui lavorare con la fotografia. In hospice non si possono improvvisare dei set e non mi interessa nemmeno. Conta tutto ciò che riconduce all’essenziale e lascia fluire la comunicazione. Non c’è nessuna ricerca se non quella di cogliere l’autenticità degli stati d’animo, anche quelli più duri, che fanno pensare.

Un artista come lei, abituato a ritrarre le persone vip, come si è trovato a confrontarsi con la malattia?

Nel momento in cui mi sono trovato a fotografare perfetti sconosciuti, senza aver nulla da promuovere, una persona o un prodotto, ho trovato persone che si aprivano e mi raccontavano la loro storia o i loro problemi di salute. Ho iniziato a chiedermi perché lo facessero, che cosa si aspettavano da me. Ho capito che era l’incontro, l’essere ascoltati e riconosciuti nella loro identità e nella loro dignità. Così, grazie a loro, pian piano è cambiato anche il modo di fotografare e, nel giro di qualche anno, le foto nelle cure palliative hanno reso ancora più denso il mio approccio.

Foto di Guido Harari

La dimensione più drammatica è la mancanza di tempo di chi è morente. Alcuni scatti ritraggono delle sequenze. È come se introducendo la dimensione temporale lei volesse regalare del tempo a queste persone. È così?

Sono attratto dal reale delle persone, ad esempio dal panico negli occhi di una donna o dallo sguardo che cambia. A volte, mi è sembrato che non bastasse una sola foto. Quindi, ho creato delle sequenze quasi cinematografiche, in cui la persona passa da uno stato d’animo all’altro mentre racconta di sé. Un uomo sardo, a Milano per lavoro, mi stava raccontando vicende molto belle della sua gioventù, poi si è bloccato. C’è stata una dinamica dentro di lui, che la foto in sequenza mostra bene. Per poter fissare queste dinamiche forse bisognerebbe pensare a un documentario. Altre volte è lo sguardo a parlare. Penso, ad esempio, al ritratto di un uomo che per me è identico a Thom Yorke dei Radiohead [che Harari ha fotografato].

Foto di Guido Harari

Com’è stato lavorare con questi pazienti?

Ho sempre pensato alle malattie come a una sfida, da superare raccogliendo tutte le nostre forze. È ovvio che per certe persone la sfida è ormai quasi persa. Ma io ho fatto una scoperta: mi sono reso conto che, nel momento in cui ho iniziato a parlare con loro e a scattare, in molte di queste persone si è attivata una connessione stretta con degli aspetti della loro propria vita che probabilmente avevano archiviato. Come se l’obiettivo fosse uno specchio. Penso a un uomo di 84 anni che, dopo aver posato ed esserci anche già salutati, mi ha detto che era stato un naturista, lui e la sua famiglia avevano questa passione. Allora, l’ho ritratto nudo, sul letto nella sua stanza, con un vaghissimo riferimento al pensatore di Rodin. Ebbene, mi è stato riferito che nei giorni successivi era molto euforico: rivivere la sua passione era stato per lui un momento di grande gioia.

Foto di Guido Harari

Guardare attraverso l’obiettivo regala una certa distanza. Noi siamo animali visivi e una foto ci obbliga a guardare. Non si può negare una realtà. È questo il suo messaggio?

Quando fotografo non mi pongo il problema delle reazioni che i miei scatti possono originare. Certe foto ti guardano. Mi piacerebbe che sapessero mettersi in connessione con lo stato d’animo della persona in maniera molto morbida, senza alcun sensazionalismo. Con i malati terminali il fotografare, al di là del risultato della stampa, è anche un modo per riconnetterli a delle parti importanti della loro vita e identità. In fondo, è come dare loro un futuro, far loro intravedere una possibile proiezione in avanti, nonostante tutto.  È qualcosa che ho scoperto e cui non ero preparato. Quando una donna centenaria allettata improvvisamente si è tirata su e ha mandato dei baci all’obiettivo è stato un momento veramente epico. Questo racconta molto del potenziale del fotografare che, al di là del significato dello stile e dell’immagine, è di avvicinamento alle persone. È un processo di incontro. È qualcosa di molto forte.

In occasione dei 50anni della sua attività di fotografo, lei ha detto che “disaddomesticare lo sguardo per poi resettarlo più e più volte è stato il segreto per decifrare e raccontare la nuova realtà”. È stato così anche con la malattia?

In realtà, queste foto sono arrivate dopo alcuni anni di riflessioni su come la fotografia aveva saputo raccontare la pandemia. Da un lato, le immagini termiche del francese Antoine D’Agata e dall’altro i selfie di chi, chiuso in casa per il lockdown, magari vestito elegante e con un libro in mano. Niente di questo afferrava bene la realtà. Mi dicevo che la fotografia non riusciva a raccontare quelle esperienze. Quando ho iniziato a fare questi ritratti ho trovato una voglia di raccontare e di raccontarsi. C’è stato un cambio di apertura nel farsi ritrarre, quasi come in una specie di esorcismo. Così è cambiato anche il mio approccio.

L’obiettivo spesso innesca imbarazzo. Tale spontaneità di cui parla dipende anche da lei?

Nei pazienti, non ho trovato assolutamente nessuna avversione per la macchina fotografica. Accettavano l’idea di farsi guardare, forse per via della mia curiosità per il loro vissuto e le loro storie. Questo in me ha fatto la differenza: oggi ho un nuovo approccio, completamente diverso rispetto a tutto quello che ho fatto negli anni. Non so se si noti anche negli scatti.

Foto di Guido Harari

Come sceglie le foto e tiene a mente le condizioni del soggetto quando fotografa?

È una questione che posso pormi solo dopo aver scattato le foto e averle visionate. Chiaramente, un volto di panico non è molto incoraggiante per la persona, ma fa sempre parte di un racconto che è destinato ad altri. Ho presto capito che dovevo usare una sorta di doppio binario, per glissare sulla gravità della situazione fino a un certo punto e, poi, buttarmici a capofitto. Mostrando genuino interesse per queste persone e per loro storie, ho raccontato anche momenti tragici, senza l’inganno della pacca sulla spalla quando c’è la picchiata verso il basso della persona sta raccontando qualcosa, si blocca e capisce benissimo a cosa sta pensando. Ecco, io accolgo quello stato d’animo e non ritengo giusto doverlo scartare o anestetizzare. Da lì, si può risalire, come anche gli scatti in sequenza mostrano.

La fotografia rimette la persona al centro del suo mondo e delle sue passioni di una vita.

Infatti, a Fondazione Faro ho proposto di fare fototerapia. Potrei andare lì, chiacchierare con le persone e poi fare delle foto. In questo modo, potrei dare un piccolo contributo con il linguaggio che amo.

Foto di Nicola Boccardi

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